Verso est

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Mentre percorriamo il vialetto che dalla stazione conduce al luogo indicato nella mail, notiamo subito il vistoso abbigliamento della nostra probabile compagna di viaggio. Stanchi e accaldati ci avviciniamo, chiedendole informazioni sull’esattezza del luogo di raccolta.

Vesna, questo è il suo nome, ci accoglie con inattesa cordialità, come accade raramente fra sconosciuti. Siamo noi a dubitare di lei: ne scrutiamo il bagaglio variopinto e pesante che la circonda, rimanendo ad una certa distanza, separazione che dipende più dalla condizione che dal cuore. Con fare regale e sicuro ci include visivamente tra le pieghe colorate dell’ombretto e dell’eye-liner. Ci sentiamo improvvisamente stranieri a casa nostra, davanti a lei, che, invece, è padrona della situazione. Finge di non notare la nostra aria sospettosa e ci indica la direzione da cui, fra poco, arriverà il bus che abbiamo prenotato per la vacanza e il luogo dove si posizionerà.

Dopo qualche minuto, sbucato all’improvviso chissà da dove, silenziosamente, si ferma accanto a noi un pulmino di modeste dimensioni, dal quale scende invece un uomo robusto, alto e biondo, simile, nell’immaginario, ad un agente del KGB.

- Poi arriva “grande”! – tuona con accento slavo il nostro accompagnatore. Che subito intreccia un dialogo serrato con Vesna, dal quale logicamente veniamo esclusi. Grondiamo sudore e ci guardiamo, senza parlare, cercando di non far trapelare una certa ansia. Dopo quasi trequarti d’ora, il nostro accompagnatore però cambia idea e ci fa segno di salire. Ci accomodiamo tra le borse colorate di Vesna e, con qualche scossone, si parte.

- Dove si va? – chiediamo circospetti.

- Autostrada! – risuona la sua voce.

Mentre percorriamo tangenziali sconosciute, il mio pensiero elabora rapimenti e finali non proprio esaltanti, avvezza come sono a suggestioni tenebrose; e pensando sempre agli agenti segreti russi; Lorenzo abbozza un sonnellino. Vesna, scuotendo bracciali e ricordi, sciorina intanto al suo interlocutore brani musicalmente vivaci che mai sapremmo decifrare. Dopo parecchi chilometri, simile alla suspence del momento culminante di un film di spionaggio, il trasbordo si concretizza..

-Ecco! – sentenzia “KGB”.

Davanti a noi un autobus, stavolta davvero grande, dai cui finestrini appaiono e si eclissano occhi chiari e capelli biondi. Ѐ il mezzo alternativo da noi scelto per la vacanza a Berlino, pur di evitare un volo aereo … L’aver accettato questo consiglio è il frutto di una rara incursione concessa al mio pargolo nei nostri progetti estivi. L’intrusione era stata accolta con benevolenza e rispetto, senza pensare che a vent’anni, navigando in internet, con pochi soldi, poche pretese, soprattutto tanta voglia di avventura, questo tipo di esperienza può prevedere anche aspetti giocosi.

Ci accodiamo ad altri, in attesa come noi. Finalmente si sale. I nostri posti, in fondo al corridoio, ci attendono: sedili di similpelle rovente, reclinabili. Troppo reclinabili. Davanti a noi due signore. Il sedile della signora più giovane, capelli biondi raccolti da un elastico e nervosamente sciolti e riannodati di continuo, mai si raddrizzerà. Provo a dare qualche colpetto innocente, senza successo. Anzi, a rimuovere ogni speranza di comprensione dal futuro più prossimo, l’inizio fra le due di un fittissimo e scivoloso dialogo, senza soluzione di continuità.

I nostri sedili sfondati ogni tanto raccolgono qualche risata nervosa fra me e Lorenzo, a sottolineare che è una vacanza un po’ anomala. Ben presto però avviene una sorta di omologazione con i nostri compagni di viaggio.

Ci incantiamo con loro nella visione di innocui cartoni animati, proposti da una tivù slovacca. Raccontano le disavventure di due amici pompieri, talmente incredibili ed inverosimili, soprattutto nelle soluzioni adottate per superarle, che strappano una certa ilarità e suscitano spensieratezza nostro malgrado, talmente assurde sono le situazioni.

Dopo il confine, all’imbrunire, “raccogliamo” nell’ordine: un signore anziano con valigia quadrettata e zaino logoro, sguardo rassegnato e gesti lenti; una coppia giovane con due bambini, magri e leggeri, poche cose al seguito ma la speranza dentro gli occhi; una signora grassa, a cui le fatiche non dovrebbero essere mancate, fiera e dignitosa; un giovane, forse un musicista, dato che ha una strana custodia a tracolla, che si siede subito accanto ad un coetaneo, il quale probabilmente gli ha tenuto il posto, visto che iniziano subito a conversare. Poi, nel seminterrato di un residence, ancora persone che emergono dal nulla: dal buio si palesano e, ripetendo gesti a loro abituali, si insinuano nel nostro bus, accanto, dietro, davanti a noi.

Il bus è colmo. Il carico umano perfezionato.

L’autostrada ci agguanta veloce, inglobandoci nel vortice della notte. Tutti insieme sprofondiamo (aiutati in questo, a dire il vero, anche dai sedili consumati) in un silenzio strano, fatto di respiri, parole troncate a mezz’aria, sfrigolare di carta di giornale, qualche lamento dei bambini.

- Cave? – Vesna, riemersa da chissà quale sedile vicino a noi, ci porge, da un capiente thermos, un profumato e speziato miscuglio brunastro.
Come confortati da un amico inaspettato che non vedi da tempo, accettiamo increduli la bevanda benefica.

Il suo sorriso calmo e sicuro ci consola.

Ora finalmente possiamo un po’ riposare; ad intervalli regolari, però, c’è la sosta per effettuare ristoratori bisogni fisiologici, negli autogrill luminosi simili a navicelle di soccorso per astronauti.

In una di queste soste, mentre aspettiamo un po’ assonnati di risalire, notiamo che, da un pertugio sotto l’autobus, fuoriesce con mosse precise e sinuose, il secondo autista, a dare il cambio al collega. Lo guardiamo esterrefatti, un alieno sceso da un pianeta sconosciuto. O almeno così, nel vaneggiamento delle nostre menti, lo consideriamo.

Nella penultima fermata, Lorenzo ed io non ci accorgiamo di essere rimasti gli unici avventori dell’autogrill; gli altri sono già tutti risaliti e … di corsa, molto di corsa … ci tocca inseguire la nostra salvezza; anche per non rimanere in balia del cassiere, con il quale abbiamo già avuto una “colluttazione” verbale in tedesco, causa qualche problema nel pagamento!

Con sollievo torniamo alla plastica liscia e sfondata, incrociando sguardi e accennando sorrisi non sempre ricambiati.

Ora il guardrail sfreccia velocemente accanto a noi. Un’alba rossastra si fa via via sempre più luminosa e quasi tagliente, al di là del vetro opaco. Il respiro del bus si anima , si colora e porta con sé il profumo di cetrioli ed insaccati piccanti. Dal nostro zaino fuoriescono solo succhi di frutta e biscotti …

La prima a scendere è proprio Vesna. Un cenno di saluto all’autista (ora è di nuovo alla guida “KGB” …), che ricambia attraverso lo specchietto retrovisore. Una mano alzata per noi e un bacio da lontano. Raccoglie tutte le sue borse e scende mentre è quasi giorno. Le busso con la mano sul vetro. Non vorrei perderla. I suoi occhi vagano nella strada alla ricerca di qualcuno. Penso a chissà quali difficoltà avrà il suo domani. Dopo qualche istante rimane solo il grigio dell’asfalto.

Intanto i bambini cominciano a cantare, dapprima una specie di nenia slava poi scherzano fra loro e si fanno i dispetti. La bionda davanti riprende a lisciarsi i capelli. Lorenzo inizia a sfogliare una guida della vacanza. Sorride e mi prende la mano. Siamo stranamente sereni ed in pace col mondo.

Altri chilometri di corsa, un altro cambio di autista, un’altra sosta.

Il sole è ora alto e brillante.

Dopo ben dodici ore di viaggio, abbiamo tutti bisogno di sgranchirci un po’. La frenesia della nuova giornata prende il sopravvento, il volume dentro il pullman aumenta, gli idiomi si sovrappongono. Quanto può, una lingua, avvicinare o allontanare, nel desiderio di comprendere e farsi comprendere? Mi sento attratta e come respinta da questa torre di Babele.

A stento, Lorenzo ed io, riusciamo a carpire l’annuncio della prossima fermata, la nostra. Raccogliamo, con un po’ di riluttanza, gli zaini ed i libri, catapultandoci fuori nostro malgrado, in attesa che anche la valigia fuoriesca dal portellone automatico. Dai finestrini, ora scorgiamo solo il lento e muto movimento degli altri e gli occhi sgranati di un bambino, incuriosito dalle nostre mosse.

Per chi è rimasto, il viaggio continua. Ancora verso est.

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Chi lo ha scritto

Milena Pellegrini

Le piace scrivere, da sempre e solo a tratti con continuità, ma resta comunque l'attività in cui di più ama esprimersi. Esegue volentieri esercizi di fotografia e collega le due cose, che sente congeniali. Anche se, da grande, vorrebbe riuscire a suonare il pianoforte...

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