Undici idee per il prossimo viaggio in Tibet

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Premessa: per Tibet si intende la Regione Autonoma del Tibet (TAR) nella Repubblica Popolare Cinese, che coincide solo in parte con l’antico regno del Tibet.  Storicamente i legami tra Cina e Tibet sono sempre esistiti: il Tibet era stato parte o Stato vassallo dell’Impero Cinese prima di diventare Stato sovrano indipendente dal 1911 al 1950, quando Mao decide di annetterlo alla Cina -con le conseguenze che più o meno conosciamo, ma questo sarebbe un altro articolo.

Quindi, cosa si può fare in Tibet?

1 – Visitare il Potala a Lhasa

Inserito tra i beni patrimonio dell’umanità UNESCO, questo palazzo-fortezza era la residenza del Dalai Lama. Non dimentichiamo che il Tibet era uno stato teocratico, un sistema in cui il Dalai Lama era sovrano assoluto e massima autorità religiosa del buddhismo tibetano. La posizione strategica tra il centro della città di Lhasa e due importanti monasteri sottolineava il ruolo dominante del palazzo e lo proteggeva da eventuali attacchi esterni. Il nome dell’edificio viene apparentemente dal Monte Potala, che era la residenza del Bodhisattva della grande compassione. Oggi questo palazzo di 13 piani e più di mille stanze è un museo in cui si incontra una miriade di turisti cinesi alla scoperta delle radici culturali di questo pezzo di mondo, tra un selfie e l’altro.

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2 – Girare, in senso orario, intorno al tempio Jokhang

Il tempio Jokhang si trova nel cuore sacro del Tibet, nel quartiere Barkhor, una zona di Lhasa che i cinesi hanno restaurato, ma in cui rimane quel senso di spiritualità che immaginiamo pervadesse questi posti del lontano VII secolo, quando iniziò la costruzione del tempio.  Ancora oggi tanti pellegrini vestiti a festa percorrono il giro intorno al tempio, circa 20 minuti rigorosamente in senso orario, recitando preghiere. Per i non credenti è una piacevole passeggiata tra vicoletti e botteghe, tra panchine occupate da vecchietti che chiacchierano e il profumo del cibo sul fuoco.

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3 – Assistere al dibattito filosofico al monastero Sera (“siepe di rose”)

La peculiarità di questo monastero-scuola è il dibattito filosofico tra gli studenti, che si svolge ogni giorno ed è parte del percorso cognitivo dei monaci. Anche se può sembrare spontaneo, il dibattito segue delle regole ben precise. Si svolge tra due persone: una difende il proprio punto di vista, l’altra lo mette in questione. Il tutto davanti allo sguardo attento di un maestro. Al di là della conversazione, per noi incomprensibile, la ritualità dei gesti e le espressioni dei contendenti fanno di questo dibattito una vera pièce teatrale: lo sguardo di scherno rivolto a chi non sa controbattere, il battito di mani per incalzare “l’avversario” e sottolineare il proprio punto di vista, la carica aggressiva dei piccoli gesti, non possono lasciare indifferenti. Sedetevi all’ombra nel giardino del monastero e godetevi lo spettacolo!

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4 – Assistere alle danze sacre al monastero di Sakya

Questo monastero–fortezza di architettura mongola merita una visita per la sua incredibile biblioteca, una stanza alta 20 metri piena di testi sacri. È anche famoso per un’enorme conchiglia donata da Kublai Khan, che viene suonata (soffiando) solo dai lama e per le persone meritevoli (come me e il mio obolo, per capirci). A me è rimasto nel cuore per lo spettacolo a cui abbiamo assistito: non per le danze in quanto tali (significato a noi oscuro) ma per aver condiviso questo evento con la gente del posto, tutti seduti insieme nel cortile del monastero ad ammirare i coloratissimi costumi dei monaci.

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5 – Sventolare con le bandierine tibetane

Peculiarità del buddhismo tibetano, pare che le bandierine siano nate con la religione Bön, antica religione animista che il buddhismo non ha totalmente cancellato dalle pratiche popolari. Le bandierine possono essere orizzontali (“cavalli nel vento”) o verticali (“asta della bandiera”), rigorosamente in cinque colori ciascuno con un significato simbolico: il blu del cielo, il bianco dell’aria, il rosso del fuoco, il verde dell’acqua e il giallo della terra.  La loro funzione non è decorativa, anche se a noi può sembrare tale: sono usate per diffondere pace, saggezza e compassione tramite la forza del vento, che porta i mantra scritti sulle bandierine a tutti gli esseri viventi.

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6 – Incontrare gli yak

Sembrano delle mucche a pelo lungo, i buoi tibetani sono un tesoro immenso per i pastori che li possiedono. Enormi bovidi che possono vivere a quote molto elevate e a temperature rigide, sono utilizzati un po’ per tutto, dal trasporto merci all’alimentazione. Con la pelliccia si fanno abiti, con il pelo si fanno tappeti e tende (e souvenir, adesso). Il burro di yak è molto nutriente, ottimo per il clima rigido della zona, ma si usa anche al posto della cera per le candele votive (il cui odore acre rimarrà nei vostri vestiti per tutto il viaggio) e persino per realizzare sculture religiose.

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7 – Prendere il sole insieme agli escrementi di yak

Lo yak assicura anche il combustibile per tutto l’inverno. In Tibet la legna è bene raro e prezioso, difficile da reperire e non si spreca certo per riscaldarsi. Per fortuna c’è il solito yak. Con le cacche di yak vengono fatte delle mattonelle o dei dischi che si lasciano seccare al sole durante la stagione estiva, per poi bruciarli durante l’inverno. Non è raro visitare paesini montani con i tetti delle case, i muretti e qualunque spazio disponibile letteralmente coperti dal suddetto combustibile.

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8 – Assaggiare il cibo locale

Prelibatezze adatte anche ai vegetariani:

-       il formaggio di yak si indossa a cubetti come una collana, passa dal collo del venditore a quello dell’acquirente;

-       la tsampa è una sorta di impasto di farina di orzo che si mangia ammorbidito con tè e burro di yak. Facile da conservare e portare con sé, è lo snack dei pastori e dei viandanti. Se dormite come me al monastero di Samye, sarà la vostra colazione. E sognerete i biscotti di casa.

-       I momo sono ravioli ripieni di carne o verdure e cotti al vapore. Molto gustosi!

E per i non vegetariani: carne di yak, what else?

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9 – Veder scorrere lo Yarlung

Se come me amate l’energia vitale dell’acqua che scorre, non potete restare indifferenti davanti allo Yarlung (o Tsamgpo), la culla della civiltà tibetana. Più conosciuto forse come Brahmaputra, nasce nel sud est del paese (vicino al Nepal) e sfocia nel golfo del Bengala dopo essersi unito al Gange. Ancora oggi il bacino dello Yarlung è la zona più popolata del Tibet: ricordiamoci che il Tibet è costituito da un enorme altopiano che parte da 3600m, abbracciato da montagne,  e l’altitudine media del paese è di quasi 5 mila metri.

Il tratto che costeggiamo vicino a Lhasa è cupo in una mattina di cattivo tempo ma si addolcisce di azzurro quando spunta il sole. I cinesi hanno piantato alberi lungo gli argini per contenere le acque e assicurare stabilità agli insediamenti. Con le debite proporzioni mi fa pensare al nostro Po.

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10 – Immaginare le mosse del Grande Gioco

Nel Grande Gioco politico-militare tra gli imperi britannico e russo per il controllo dell’Asia Centrale, anche il Tibet ha avuto una parte. All’inizio del XX secolo i colloqui tra Russia e Lhasa insospettiscono gli inglesi, che decidono di entrare il Tibet dall’India. A capo della spedizione c’era Francis Younghusband, figura quasi romanzesca di militare / esploratore / giornalista / mistico, profondo conoscitore dei territori confinanti con l’impero inglese. L’esercito britannico entra in Tibet senza alcuno spargimento di sangue, finché trova l’esercito tibetano armato di archibugi e amuleti sacri che li avrebbero resi invulnerabili. Va da sé che queste truppe “medievali” nulla possono contro l’esercito britannico, la strage è annunciata e Younghusband arriverà a Lhasa (mentre il Lama sarà lontano in Mongolia). Nulla rimane se non le rovine di una roccaforte tibetana, lambita dalle acque turchesi di un bacino artificiale creato dai cinesi. Ma l’immaginazione corre!

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11 – Restare senza fiato davanti alla maestosità dell’Everest

Anche perché a 5mila metri il fiato è corto…

Battute a parte, la bellezza della natura è assoluta: mentre davanti ad un’opera dell’uomo la nostra cultura analizza, media, valuta, davanti alla natura c’è solo rispetto e ammirazione. Questa è la sensazione (che gli americani tradurrebbero in “wow”) che si prova quando il cielo è limpido e l’Everest si mostra così, il tutta la sua bianchezza. Punto.

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Il Dalai Lama 14enne (Jamyang Jamtsho Wangchuk) dice: “Possano i viaggiatori trovare la felicità ovunque vadano, e senza sforzo possano realizzare ciò che si sono prefissi, e arrivati a riva sani e salvi possano essi riunirsi con gioia ai loro familiari.” (dal film “Sette anni in Tibet” di Jean-Jacques Annaud).

Io dico: andate in Tibet, andate oltre le controversie cinesi, scoprite la cultura di questo paese indimenticabile.

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