Una normale famiglia borghese è “Il Clan” di Pablo Trapero

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Tratto da una storia realmente accaduta nell’Argentina impegnata nel passaggio dalla dittatura alla democrazia,  il film racconta di una normale famiglia borghese rapisce e uccide persone, nella maniera più normale. “Il Clan”, forte del Leone d’argento a Venezia 2015 e del premio Goya arriva finalmente nelle nostre sale.

Titolo: “Il Clan” (El Clan)El-clan-poster
Regia: Pablo Trapero
Sceneggiatura: Pablo Trapero (dalla vera storia del clan Puccio)
Paese: Argentina / Spagna (El Deseo film)
Genere: drammatico, biopic

Interpreti:
Guillermo Francella : Arquímedes Puccio
Juan Pedro Lanzani : Alejandro Puccio
Lili Popovich : Epifanía Puccio
Gastón Cocchiarale: Daniel “Maguila” Puccio
Giselle Motta : Silvia Puccio
Franco Masini : Guillermo Puccio
Antonia Bengoechea : Adriana Puccio
Stefanía Koessl : Mónica

leone d'argentoPremi: Leone d’argento – premio speciale per la regia al Festival del cinema di Venezia 2015 / Premio Goya come miglior film straniero in lingua spagnola 2016

Consigliato a: a chi ha bisogno dell’uomo forte, del padre forte, del governo forte.
Sconsigliato a: a chi ha sempre fatto quello che diceva suo padre, a chi è dittatore a casa sua

 

Non seguendo strettamente l’ordine cronologico degli eventi, “Il clan” ci racconta le gesta di una normale famiglia borghese, in cui il padre, protetto e forse guidato dalle gerarchie militari ai vertici della dittatura argentina, organizza rapimenti che premeditatamente finiscono con l’uccisione dell’ostaggio.

Tutta la famiglia è complice, dal figlio campione di rugby che partecipa attivamente ai rapimenti, alla madre che prepara pranzi e cene per gli ostaggi, alle figlie che, semplicemente, sono a conoscenza dei fatti e sfruttano i soldi dei riscatti per portare avanti meglio le loro normali vite di brave ragazze. Chi ha provato ad allontanarsi per qualche remora morale o per paura, poi torna, perché guadagnarsi da vivere è più faticoso che non vivere con la coscienza sporca.

il clan prega

Rimetti a noi i nostri debiti e fa che quegli stronzi paghino il milione per il riscatto

Inframezzato da immagini dei telegiornali dell’epoca che ci mostrano prima la retorica patriottica dei generali, poi i buoni propositi del primo presidente democratico, il film non parla solo dell’Argentina, ma è una chiara allegoria del male nascosto nelle pieghe della normalità dell’istituzione che sta alla base della nostra società, la famiglia. L’ambientazione in un quartiere residenziale pulito e ordinato (vediamo spesso il padre pulire il marciapiede o le donne riordinare la casa) e i sogni (aprire un negozio proprio, fare un viaggio, avere la barca o anche solo delle scarpe costose) sono quelli tipici borghesi di qualsiasi famiglia. Per rincorrere questi piccoli privilegi borghesi ognuno rispetta il ruolo che l’istituzione gli ha ritagliato, poco importa che sia un generale che ti porta a commettere rapimenti e omicidi o un padre che ti usa per i suoi piani in cambio di una vita superficialmente senza problemi. In casa comanda il padre come nel paese il generale, le donne acconsentono in silenzio in cambio di una falsa tranquillità, i figli accettano e condividono perché in fondo gli fa comodo così.

Il regista ha la capicità di renderci partecipi di una storia in cui non si trovano personaggi positivi soffermandosi soprattutto sul primogenito Alex che, nonostante i turbamenti e le crisi di coscienza, dà abbondantemente il suo contributo ai piani del padre e ne gode i benefici. Anche se non vorremmo è in lui soprattutto che possiamo in qualche modo riconoscerci.

Certo il film avrebbe potuto (e forse dovuto) essere più duro, ma Trapero preferisce attenuare i toni con una musica leggera che fa da controcanto alla storia e insistendo sulla normalità dei volti, dei luoghi e delle situazioni che si svolgono fuori da quel terribile scantinato nel quale sono relegati i segreti.

Mantenere la famiglia richiede qualche sacrificio

Mantenere la famiglia richiede qualche sacrificio

La visione della famiglia ci ricorda quella di “Non aprite quella porta” declinata al drammatico realismo dei tempi della dittatura argentina e ripulita dalle immagini cruente, quindi alla portata dello sguardo di tutti. Sempre che, da bravi borghesi, non decidiamo di voltarci dall’altra parte perché in fondo ci va bene così.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Anselmo

    Bravo Gigi. Ho visto il film e condivido lettura e giudizio. Anche a me è sembrata straniante l’uso della musica, volta ad attenuare più che a sottolineare la tragedia. E alla fine, si riesce anche a rimanere con il dubbio di quanto le donne del clan ci facessero o ci fossero veramente. Va a finire che anche Diego Dominguez, con quella faccia da bravo ragazzo, magari ha qualche scheletro in cantina pure lui…

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