Straniera

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«Benti… La paura è un cane randagio, ricordalo, se scappi ti morde!»

Âyât ripensa alla frase che sua nonna era solita recitarle, più come una profezia che un detto arabo.

E quando la recitava, quasi un mantra, rideva nel suo modo strano, con tenerezza, come se a farla ridere fosse qualcosa che lei non aveva ancora afferrato della vita.

Âyât non è ancora riuscita a comprendere quella similitudine, nonostante tutte le scuole fatte in Italia, nonostante gli esami superati brillantemente, nonostante la sua bravura con le parole.

La telefonata arrivata dal Marocco è la cosa più vicina a una condanna che le è capitata negli ultimi anni. La sua adorata nonna Henna è morta.

Al telefono cinque anni prima le aveva promesso tra una battuta e l’altra che sarebbe tornata al paese prima della sua dipartita. Le aveva mentito. Con consapevolezza.

Le risate erano il suo modo di sdrammatizzare sul passato, su di lei e la sua mancanza da casa da ben dieci anni.

Anche sua madre, estate dopo estate, ha provato a convincerla, ma lei declina sempre l’offerta voltando la faccia da un’altra parte. Il suo è un NO secco. E talvolta neppure lei ne capisce il motivo.

Ora che è sull’areo da Milano, con direzione Casablanca aeroporto Mohammed V, le sta per venire un attacco di panico. Un attacco di panico di quelli forti, di quelli di cui non ci si dimentica facilmente, da farsela sotto. Âyât stritola con le dita i braccioli della comoda poltrona e si concentra sul ritmo del suo respiro, per riportarlo alla normalità, così come le hanno insegnato. Una mano le si posa sul braccio, quasi una carezza, una donna con l’hijab candido piega la testa di lato e le sorride per rassicurarla. Il suo primo istinto è quello di scansarsi di scatto, come ha fatto per anni con i suoi connazionali, con il ricordo delle sue origini. Questa volta però è diverso, Âyât concede una possibilità a quella mano, a quella donna e dopo aver deglutito decide di sorriderle mentre la guarda negli occhi.

«Choukràn» Grazie. Le è grata per davvero.

La reazione che ha avuto le fa dimenticare il panico. Anche il respiro a poco a poco torna quello di sempre. La donna toglie la mano dal suo braccio e con un cenno dolce prosegue nella lettura di un libro con le pagine straripanti di parole arabe.

Anche Âyât legge per tutta la durata del viaggio. Cercando di concentrarsi sulle parole, su quel romanzo che fino alla notte precedente riusciva totalmente a rapirla.

È bastata una telefonata a toglierle qualsiasi capacità di starci dentro. Per dirla tutta non si sente molto in sé, come se la sua realtà fosse un’altra e lei stesse solo sognando senza sapere se il sogno sarebbe rimasto tale o, si sarebbe trasformato in vita vera piuttosto che in un incubo.

L’unica certezza è che sta per atterrare e quello che l’aspetta è il viaggio più difficile di tutta la sua vita.

L’aeroporto è modernissimo. Lucido e perfettamente geometrico. Âyât guarda con sconcerto i piccoli negozi occidentali che intervallano le scale mobili. Donne e uomini con i suoi stessi tratti la riportano alla realtà. È tornata.

Ascolta il vociare intorno a lei e distingue esattamente ogni singola parola in darija. Una donna corpulenta, sulla quarantina, con la tradizionale djellaba marocchina di un blu intenso, le passa di fianco discutendo animatamente con quello che sembra il marito alto e stempiato, due bambine vestite a festa li seguono verso l’uscita e un giovane ragazzo gli sta alle calcagna con un carrello traballante e straripante di valigie.

La parola regali è la prima che le viene in mente, seguita da una risata sarcastica.

Da piccola odiava quel vestirsi a festa, le spese precedenti alla partenza, le valigie che pian piano si riempivano di bugie.

Bugie da servire con il tè alla menta ai vicini venuti in visita dai parenti dei fortunati emigrati.

Ricorda la sfumatura nella voce di suo padre, quasi dolce, quasi sincera, nel chiamarla figlia mia prediletta davanti a tutti i parenti riuniti.

Âyât non è mai stata brava a fingere.

13940148_10210044650343968_806765969_oSoprattutto quando si trattava di fingere qualcosa che non c’era. Ecco perché alle parole del padre, abbassava il capo e stiracchiava le labbra, quasi a interpretare quello che doveva sembrare un sorriso. Durante quei viaggi poteva sentirsi quasi figlia di suo padre, a differenza dei giorni passati in Italia tra una bottiglia di birra e un’altra, tra i litigi dei genitori con unico argomento i soldi, tra i silenzi della sorella e le fughe del fratello.

Quando il padre parcheggiava l’auto carica di doni per i parenti, quando la famiglia li accoglieva come avventurieri carichi di meraviglie da tirare fuori dal bagagliaio e da raccontare loro, Âyât si sentiva parte di qualcosa e appartenente a un luogo.

Nell’istante in cui spalancavano la porta azzurra e li invitavano ad entrare a braccia aperte, nel momento in cui poggiava il suo piccolo piede nudo sulla terra scura, essa sembrava dirle:“Eccoti qui figlia mia, non sei nata sotto un cavolo, sei nata sotto le mie infinite stelle e noi ci apparteniamo, non sei sola e neppure perduta, sei a casa.”

Quella terra tuttavia non le ha lasciato solo cattivi ricordi. Anzi.

La brezza tiepida che le sfiora la guancia quando mette il naso fuori dal gate è già il germoglio di un ricordo prezioso, di un miracolo. Come quando da piccola correva con Ayman, il figlio dei vicini, verso l’albero secco posto esattamente tra le loro due case e i suoi amici chiamavano lei e l’albero con lo stesso nome: karib, crespo, a indicare la sua massa di capelli ricci, e in quei momenti a lei importava solo di essere con loro a combattere il caldo afoso con i piedi a penzoloni tra i rami del loro albero preferito.

In quegli attimi il tempo si fermava. Il sole li avrebbe scaldati per sempre e il cielo non si sarebbe mai oscurato. Mai.

Henna, già gracile e gobba, nella sua infanzia avanzava con i bastone spargendo terra scura ovunque al suo passaggio. Chiamandola per il pranzo. E il suono del suo nome era ciò che la riportava alla vita, lei appesa al ramo del loro albero preferito socchiudeva gli occhi sonnolenti, quasi addormentati, per il torpore estivo.

Henna non permetteva a nessuno di iniziare a mangiare dal grande tajin sino a che lei non era seduta composta al suo fianco.

Âyât, persa in queste nostalgie, alza il braccio per ripararsi dal sole abbagliante e una figura imponente le si para davanti, esattamente pochi passi dopo aver attraversato la porta scorrevole dell’aeroporto e aver detto addio all’aria condizionata. La brezza è cessata e lei se ne sta impalata di fronte all’uomo scuro di pelle con gli occhiali da sole che le chiede dove deve andare.

«A casa» risponde come se fosse tornata bambina. Come se avesse ancora dieci anni e fosse arrivata a Casablanca con mamma e papà.

L’uomo ride, si presenta, si chiama Samih e fa proprio al caso suo perché sta per partire e manca solo una persona per riempire il taxi. E quella fortunata persona è lei.

«Ma lei non sa’ dove devo andare…» risponde circospetta Âyât.

«Lei deva andare a Khouribga» le dice alzando leggermente gli occhiali da sole e guardandola negli occhi.

Lei distoglie subito lo sguardo.

«Khti non te la prendere, ma il tuo accento è davvero caratteristico e anche le parole che usi…»

“Perfetto” pensa amareggiata Âyât “basta una parola per far intendere chi sei, qui.”

Segue Samih con una certa tensione nelle membra, non vuole assolutamente fare nulla che possa essere considerato sconveniente, non vuole farsi notare in nessun modo, ecco il perché del coprispalle leggero che le cela i tatuaggi, ma poco dopo scorge il taxi a sei posti e tira un sospiro di sollievo.

Al suo interno i sedili sono occupati ad eccezione di uno, e proprio al fianco del posto vacante siede una donna con un bambino piccolo.

Prima di salire Âyât pensa a quanto sarebbe bello poter fumare una sigaretta prima di partire. Vorrebbe, ma non può. Il suo è senso di rispetto, pensa. O forse paura, ripensa. E mentre queste due parole le ronzano nel cervello il taxi bianco inizi a muoversi. Il bambino ride e prende a battere le mani contro il retro del sedile, come a incitare la partenza, la madre indossa un hijab ricamato con perline azzurre e sorride con la bocca larga e i denti bianchissimi, mentre gli uomini nel taxi, accomodati alle loro spalle, le paiono grandi ombre che calano su di loro, come rapaci, a schiacciarle contro le portiere e i finestrini, come se non fossero desiderate, addirittura considerate.

Farida, questo il nome della donna al fianco del bambino, si presenta come solo le mamme arabe sanno fare.

«Cosa ti porta qui? Sembri triste. Hai l’età della mia sorella minore, che Allah la protegga e protegga anche te».

Âyât non risponde, e la donna dopo un secondo tentativo scuote la testa e guarda fuori dal finestrino, gli uomini nell’abitacolo continuano a farsi gli affari loro.

13918547_10210044644103812_1042266794_oSamih, poco dopo, con un sorriso domanda ai passeggeri se vogliono ascoltare un cd di Cheb Khalid o la radio. Con una mano tiene il volante e con l’altra getta la sigaretta appena cominciata dietro di sé, delle piccole scintille si formano a contatto con l’asfalto, mentre tira su il finestrino imboccando l’autostrada.

La strada è adagiata davanti a loro immobile, come un serpente infinito, e contrasta con il paesaggio intorno che cambia velocemente. Immense distese di verde, colli di terra scura, lampioni spenti si susseguono. Alcuni baracchini disseminati lungo la strada parlano direttamente alla sua pancia. E gli odori la investono in pieno. Carne alla brace e M’semmen appena sfornato. Ha lo stesso odore di mamma, di sorella, di zia, di casa.

Âyât socchiude gli occhi abbagliata dalla luce del pomeriggio inoltrato.

La macchina sfreccia tra camion, taxi, SUV, e altre macchine inserendosi nell’Autoroute Casablanca-Khouribga e lei finge d’addormentarsi. Poggia la testa contro il finestrino, abbraccia lo zaino davanti a sé, e chiude gli occhi. Si sveglia di soprassalto, senza accorgersi d’essersi addormentata davvero, al suono del pianto del bambino.

I passeggeri dietro di lei sembrano agitati. Samih tiene ferma la portiera di Farida e si frappone tra lei e la strada. Il taxi deve aver fatto una sosta in una città per far scendere qualcuno, ma il baccano è come assorbito dall’abitacolo. Sente la voce del loro autista abbassarsi di qualche decibel.

«Khoya, capisco che tu sia il marito…» gli dice a denti stretti «ma la signora dice di non voler tornare a casa con te».

L’uomo di fronte a Samih sembra non reagire bene. E la donna strige il bambino ancora più forte, sussurrandogli di calmarsi, che tra poco saranno dai nonni.

Âyât non riesce più a respirare, come se la macchina non assorbisse solo i suoni della città, ma anche il suo ossigeno e quello di tutti i passeggeri. Il vociare esterno per un secondo tace, proprio nell’esatto momento in cui un uomo anziano dietro di loro decide di farsi avanti, scendendo dalla macchina.

Âyât lo osserva di sottecchi, dal finestrino dei sedili posteriori.

Porta una tunica tradizionale bianca e un turbante dello stesso colore. A sostenerlo solo un bastone.

«Ueldi» gli dice. E l’uomo, il marito di Farida, compare nella visuale di Âyât. Il suo viso è segnato da diverse rughe, alcuni tagli di vecchia data solcano la guancia destra. Gli occhi sono scuri, quasi neri, e le mani sono strette in pugni nervosi. Il vecchio gli parla all’orecchio, lui si china e ascolta. Poco dopo, guardando il bambino che piange, si volta e scompare tra la folla.

La mano di Samih si rilassa, e non strige più spasmodicamente l’interno della portiera. Il clima sembra tornare tranquillo. L’ossigeno riprende a scorrere. Il vecchio con il turbante rimonta in macchina.

Dai pochi accenni intuisce che la direzione è la casa dei nonni materni del bambino. Un luogo sicuro dove andare.

Nel breve viaggio per Regadda la madre racconta di come sia importante per lei e suo figlio allontanarsi dal marito, un alcolista, che non ne vuole sapere di redimersi.

«Solo Allah può giudicarlo, può sapere cosa ha passato mio marito, ma non posso permettergli di crescere mio figlio nella paura. Non posso proprio, nonostante tutto l’amore e il rispetto che gli porto. Solo Allah conosce le sue sofferenze, è un uomo che ha molto sofferto..» continua scuotendo il capo e sistemandosi il velo intorno alle tempie. Il bambino le stringe la vita e le poggia il faccino sui fianchi morbidi. Il suo luogo sicuro è dentro la sagoma di sua madre, la casa del nonno è solo il luogo sicuro della madre.

La casa del padre, è per la generazione di Farida, il limite entro il quale si racchiude tutto quello che è lecito fare, dire e talvolta anche gridare.

La donna scende ringraziando tutti e baciando le mani del vecchio.

Samih le apre la portiera e aiuta il piccolo a scendere. Con la mano enorme gli scompiglia i capelli.

«Prenditi cura di Mama» gli urla dietro, mentre un uomo sulla sessantina li aspetta sulla soglia di una casa modesta, ma ben tenuta.

Il bambino grida «Baba!Baba» inciampando quasi nelle stringhe delle minuscole scarpe, tanta è la fretta di volare nelle braccia del nonno. Quando la madre raggiunge il bambino Âyât si sorprende della mano che l’uomo posa sulle spalle della donna, una mano dolce e protettiva, e del bacio che le deposita sulla fronte. Farida si sistema il velo all’altezza delle tempie e sorride di nuovo. I denti bianchissimi luccicano per un istante e Âyât abbassa lo sguardo. Fissa le proprie gambe.

Nel petto il cuore sembra volerle uscire, voler gridare che la storia del suo popolo non è come l’hanno scritta, come l’hanno dipinta. Gli uomini non sono tutti mostri e le donne non sono tutte vittime. Non è così semplice, non è così facile. Non è così. La battaglia che la scuote dall’interno è una battaglia lunga tutta una vita, la sua, tutta una generazione, la loro, e lei non può far altro che avanzare di gradino in gradino verso la verità.

Âyât stringe i pugni e dopo qualche respiro profondo torna a guardare fuori dal finestrino.

Il taxi riprende il suo viaggio e mancano pochissimi chilometri alla destinazione. Il vecchio è ora seduto al suo fianco, come comparso magicamente, e fissa le mani che tengono saldamente il bastone. Sono nodose e scure, mani mangiate dal tempo e dal lavoro.

Per la prima volta Âyât pensa di voler domandare qualcosa a un uomo arabo, per la prima volta le preme, come se fosse questione di vita o di morte.

«Che cosa ha detto al marito della signora Farida

Nessuno pare averla sentita o forse la domanda sembra così inopportuna da creare un rimbombo tale da assordare e ammutolire tutti. Il vecchio alza lo sguardo su di lei e Samih, dopo un’occhiata allo specchietto retrovisore, abbassa il volume della radio.

Âyât si sbaglia. Non sono tutti sordi o muti. Sono tutti in attesa della risposta.

«Non maltrattare mai il volto che vedi alla mattina poiché è il volto della vita che hai davanti.»

Il taxi si ferma, sono giunti a destinazione, e gli uomini iniziano a scendere. Âyât aspetta che tutti siano usciti. Afferra lo zaino e si ritrova nella sua città natale. La città di suo padre. Ancora un piccolo tratto la separa dal suo paese, il luogo dei ricordi. Paga Samih e proprio quando sta per allontanarsi verso un taxi meno vistoso, con soli quattro posti e molto più ammaccato, sente il vecchio al suo fianco.

«Lei è straniera?» le domanda senza nessuna malizia. Solo curiosità.

«Perché le interessa?» risponde lei sulla difensiva.

«Il suo volto parla di questo paese, e il suo accento di questa città, ma si comporta come se non si sentisse a suo agio, come se non si sentisse a casa».

«Casa… Sono cresciuta in Italia. E sono nata qui» tentenna mentre alza il braccio per richiamare un autista qualsiasi: «Non saprei dirle qual è la mia casa..»

13978204_10210044646543873_444209217_oÂyât si accorda con un uomo sulla cinquantina con una grossa pancia trattenuta a stento dalla maglietta. Probabilmente se si fermasse a parlare con lui scoprirebbe che è un lontano parente di suo zio o dei loro vicini. Ma preferisce tacere e salire in macchina. Non vuole che nessuno la riconosca, neppure per sentito dire. La strada per raggiungere il paese è breve e il vecchio è salito con lei. A condividere il suo stesso viaggio. Probabilmente anche la sua direzione è una casa bianca con cortile interno in mezzo alla terra rossiccia con arbusti, galline e pozzi a fare da punti cardine.

Il vecchio non parla e l’agitazione di Âyât si trasforma nel moto delle onde. Va e viene a momenti alterni. Sobbalza con il sobbalzare dell’auto. Ed è solo con il comparire all’orizzonte della casa bianca del droghiere con le imposte azzurre e il mulino oramai abbandonato che capisce veramente d’essere arrivata alla resa dei conti.

E solo in quel momento sente di voler parlare con qualcuno. L’uomo alla guida si diletta con uno stuzzicadenti, assente a loro, e alla sua tempesta interna.

È sempre il vecchio a iniziare. Sembra un mago nell’indovinare i suoi pensieri.

«Il vecchio mulino è stato chiuso cinque anni fa, quando ha smesso di essere di qualche utilità, quando sono arrivati i camion dalla grande città. È un peccato, ci lavorava un brav’uomo.»

La guarda di sottecchi. Âyât non cede. Non risponde. Non vuole che lui sappia quanto vicino è arrivato a scoprirla. La pecora nera che torna all’ovile. L’uomo che lavorava al mulino era il suo caro zio.

Un altro uomo arabo che aveva sempre fatto fatica a comprendere con i suoi grandi occhiali ingialliti, spessi e di vetro. Un uomo pratico che aveva spedito i figli in Italia per darsi e dare loro un futuro migliore. Alla fine le stanze della sua casa erano aumentate di numero mentre la libertà del figlio s’era trasformata in una cella.

Il taxi traballa e prosegue. Sino alla strada poco battuta che porta alla dar di suo padre, di sua madre dopo essersi sposata, e della sua adorata nonna.

Oramai Âyât è dimentica del vecchio. Scende dal taxi e paga distrattamente l’uomo che l’ha condotta sin lì. Osserva la stessa terra che l’è sempre sembrata secca, cerca con lo sguardo il suo albero, di esso è rimasto solo il tronco, e in lontananza sente l’abbaiare dei cani randagi e scorge il profilo del pozzo davanti alla porta azzurra di casa.

Una voce alle sue spalle urla il nome di una donna.

«Fatima! Fatima!» chiama il vecchio dietro di lei.

Âyât scorge una donna invecchiata e molto scura di pelle sbucare dall’angolo della grande casa bianca. Sua zia. Con più rughe di quelle che ricordava e le labbra ancora perfettamente scure e sorridenti.

La sua bellezza parla di terre aride e cotte dal sole, troppo scura per essere considerata bella nel mondo arabo, per lei era l’incarnazione del passato di quei luoghi e della loro vitalità sotterranea.

La vede alzare il braccio e la mano per ripararsi dal sole accecante.

«Âyât?» domanda gridando «Âyât sei tu? Sei veramente tu?»

Âyât non muove un passo, si volta per cercare il vecchio, ma non c’è più. Scomparso nel nulla. Il taxi sobbalza in lontananza alzando un gran polverone. Superando il muretto di sassi da cui è caduta centinaia di volte da piccola.

Oramai non può più scappare, e può biasimare solo le sue gambe per averla condotta sino a lì.
Le braccia della zia l’avvolgono con forza e altri due uomini compaiono in lontananza. Escono dal fienile. Alzano il braccio e la salutano, come se davvero potessero riconoscere la donna che è oggi dalla bambina di dieci anni prima. Un turbine di domande l’avvolge, la strattona, la tira dentro alla casa della sua infanzia.

Poco prima di varcare la soglia della sala si toglie le scarpe e rammenta di come gli scalini si riempissero di ciabatte di tutti i colori e di tutte le dimensioni nelle estati che passava nella casa con i cugini, ricorda di come se le rubassero tra di loro, senza distinzione e talvolta indossandone anche di misure diverse, scorrazzando per il cortile e più in là ancora. Aldilà delle mura.

«L’albero secco che fine ha fatto?» domanda a sua zia interrompendo il flusso di ricordi non senza fatica.

Fatima la guarda stralunata, senza afferrare bene la domanda, ma con gentilezza le risponde.

«Lo hanno tagliato poco dopo la morte di Henna, un parassita l’ha divorato come la vecchiaia ha fatto con la tua povera nonna.»

Âyât si alza senza chiedere scusa a nessuno ed esce dal portone principale, quello azzurro, quello dei suoi sogni, e si dirige a sinistra, nella stanza che suo padre ha costruito per la nonna.

Apre la piccola porta rossa di ferro, oramai arrugginita, e scruta la stanza rettangolare ingombra di coperte e scatole.

L’unica cosa intatta è il giaciglio dove era solita riposare. Sopra di esso, adagiata morbidamente, la sua zarbiya con i familiari colori: blu turchese, verde smeraldo e rosso ciliegia. Il rosario di legno scuro è ancora appeso al muro, proprio sopra il letto.

Âyât si avvicina e con delicatezza si siede sul materasso sottile e con la mano carezza il tappeto sacro consumato dal tempo e dalle preghiere. Sua zia Fatima la osserva appoggiata al muro di pietra.

«Quando era sulla soglia, poco prima di morire, ha recitato una preghiera per te, per sua nipote».

Âyât piange.

Piange tutto quello che ha tenuto da parte in tutti gli anni della sua vita. Piange per sé stessa e per Henna. La zia si avvicina e siede al suo fianco.

«Ti ha perdonata benti, mi ha detto di dirtelo.»

Âyât ascolta singhiozzando e stingendo forte le frange del tappeto. Attorcigliandole tra le dita sino a bloccarsi la circolazione.

«Tua nonna, Henna, era una donna speciale Âyât» sussurra al suo orecchio: «Diceva sempre, per sua esperienza diretta, che scappare è più difficile che restare».

«Perché?» Perché è morta prima che tornassi qui? Pensa, senza avere il coraggio di domandarlo a sua zia.

«Perché se si scappa è per paura. Ed è più forte colui che scappa solo per fare ritorno, perché ha vinto la paura ed è un uomo libero.»

Fatima poco dopo la lascia sola per preparare un buon tè caldo alla menta, che a detta di tutti gli arabi è il rimedio per qualsiasi male.

Âyât pensa alla frase che era solita ripeterle la nonna e piange e ride allo stesso tempo, mentre i cani randagi, lontani, smettono di latrare.

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Chi lo ha scritto

Saida Elgtay

Nasce in Marocco sotto ad un cavolo e a tre anni sbarca in Italia. Si riconosce nella scrittura sin dall'adolescenza e scrive a più non posso. Divora poesia e narrativa senza preoccuparsi delle conseguenze che questo può avere sulla sua fragile mente, sino a che all'età di ventiquattro anni non decide di prendersi una pausa da tutto quello che vuol dire essere adulti e crea un romanzo a quattro mani con l'amico Nicolò Angellaro. Paradossalmente vince il primo premio narrativa – romanzo del concorso InediTO, Premio Colline di Torino, con L'Anello Mancante edito da Il Camaleonte Edizioni, 2016. Precedentemente pubblica con AnankeLab il racconto Trasparenze inserito nella raccolta Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli. Con il racconto La puttana della libertà viene inserita nella prestigiosa raccolta di racconti del concorso Lingua Madre 2016-2017. Con il giornale Gazzetta di Torino pubblica online in due puntante il racconto fantastico L'uomo che urlava alla luna. Attualmente nei momenti in cui non “produce” testi si destreggia tra cani, gatti e caffè poiché crede fermamente che il movimento sia creazione di sé e di storie che valgono la pena di essere scritte, e forse anche lette.

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