Mzungu

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“Mzungu”. Viene dal verbo swahili “kuzunguka” che vuol dire muoversi in circolo, quindi andare in giro, vagare, perdersi. Mzungu è la parola con gli abitanti dell’Africa orientale definiscono gli europei. Quelli che vanno in giro senza uno scopo.

Perfetta definizione.

Nessun riferimento al colore della pelle, bensì al comportamento delle persone. Ignoro se gli africani della costa swahili abbiano visto nei primi bianchi gente che andava in giro senza scopo (ma uno scopo ce l’avevano eccome) oppure che si perdeva, di proposito o senza volontà, tra le foreste e le savane.

Tutto questo a mo’ di introduzione dello swahili, una lingua nata dai traffici che si svolgevano tra africani ed arabi nella regione costiera compresa tra Somalia, Kenya, Tanzania e Mozambico. Lingua essenziale e chiara, nata tra i viaggiatori che non avevano tempo da perdere con complicate circonlocuzioni. Dopo il 1961 è la lingua ufficiale della Tanzania, imposta dal padre della patria Julius Nyerere con una mossa forse azzardata. Al posto dell’inglese degli antichi padroni. Che è servita però a creare un’identità nazionale e a superare le divisioni tribali che in Tanzania, diversamente dal resto dell’Africa, sono irrilevanti. Tutti sono tanzani perché tutti parlano swahili.

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Dar es Salaam, capitale della Tanzania, l’unico paese in Africa ad utilizzare lo swahili come lingua ufficiale.

Lingua nata da necessità semplici ed immediate, povera di vocaboli, ancora da costruire. S’impara facilmente.

Le vocali e le consonanti, scritte in caratteri latini, si pronunciano come in italiano. “Gari” ovvero automobile si legge proprio così, gari. Vediamo cosa non ha. Niente articoli, poche preposizioni. Manca la distinzione tra maschile e femminile. Abbiamo singolare e plurale, ma non per tutte le parole. I verbi si coniugano secondo la persona ma in modo semplice e regolare: è un gioco di incastri. Prima metto il soggetto, mettiamo “ni” che vuol dire io, poi il tempo, per esempio “na” per il presente, e infine la radice del verbo, come “penda”, per amare, verbo sicuramente di qualche utilità in viaggio. E, dato che non siamo seguaci dell’amore astratto, ci aggiungiamo anche il complemento oggetto, con “ku” che vuol dire tu. Insomma, tutto insieme fa “ninakupenda” che vuol dire ti amo. Con altri incastri si può esprimere il futuro, il passato prossimo e remoto, l’imperativo e il condizionale. Facile no?

Non è una lingua ricca di sfumature nelle parole e aggettivi. Secondo Padre Fulgenzio, un missionario-giornalista che vive da vent’anni in Tanzania, per parlare in swahili bastano tre parole: “kidogo” e “kubwa”, che vogliono dire piccolo e grande e l’universale “nzuri” che si può usare indifferentemente per una bella donna (“mwanamke nzuri”), per dire che va tutto bene (“nzuri” e con l’aggiunta di un “sana” vuol dire che sta andando alla grande. Con due “sana” alla stragrande) mentre “chakula nzuri” indica un piatto appetitoso.

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Le vie di Stonetown, nell’isola di Unguja (Zanzibar) dove si parla il vero swahili. Almeno così dicono i suoi abitanti.

Padre Fulgenzio esagera. Ci sono almeno due altre parole che si possono, anzi si devono, imparare ad usare e che sono utilissimi in ogni circostanza. La prima è “karibu”, benvenuti, prego, che in Tanzania si ascolta almeno venti volte al giorno. La seconda è “asante” che vuol dire semplicemente grazie. Quindi, se avete seguito la storia fino ad adesso, capirete che se aggiungete “sana” ad “asante” e abbiamo un utilissimo e molto gradito grazie mille. E un “asante sana sana” potrà sicuramente rallegrare la giornata di un tanzano che vi regalerà un bel sorriso.

Questa semplicità non vuole però dire che manchino le forme di rispetto. Come tante altre società tradizionali (tra cui metterei anche quella italiana), per salutare un anziano e un’autorità bisogna dire “shikamoo” che vuol dire qualcosa come mi abbasso ai tuoi piedi. Ma con gli amici e conoscenti si può usare “labari”, mentre in situazioni informali si dice “jambo”, parola che letteralmente significa faccenda. In pratica, ci si saluta con un pratico “come butta fratello?”

Questo per cominciare. Per il resto, fate come un “mzungu” che si rispetti. Perdetevi in Tanzania, nella savana o nella capitale Dar es Salaam, e buttatevi a parlare. Il viaggio sarà diverso.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Milena

    Le parole imparate dal tuo racconto subito incuriosiscono e fanno riflettere. Sulle nostre e altrui abitudini e usanze. Creano circoli virtuosi di conoscenza. Grazie di ricordarci ancora di quanto sia necessario “perdersi” per ritrovarsi.

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  2. Costanza

    Grazie davvero Roberto, perché ci hai regalato questo piccolo tesoro dalla Tanzania! E ci hai fatto viaggiare anche se per pochissimo tempo con te. Adoro questo parola “ninakupenda”

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