La canzone di primavera (prima parte)

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A mano a mano era diventata sempre più calda, quell’estate del 2018. Ormai a metà novembre, l’aria faceva comunque un po’ di fatica a raffreddarsi, ancora si usciva con addosso una bella camicia leggera ed un sorriso sornione, ché non c’è niente di meglio di un’estate che sfuma dolcemente nell’autunno per sentirsi di nuovo giovani e contenti.

Mi ricordo che quel giorno ero sceso nella piazza del paese a fare due passi perché il pomeriggio annunciava pioggia e non volevo restare in casa appisolato sul divano, aspettando mia figlia che tornasse per pranzo.

Quello era giorno di mercato, ed a me il mercato è sempre piaciuto. Frutta fresca, signore imbellettate e mariti annoiati, bambini che corrono in mezzo alle bancarelle e poi tanti, tantissimi colori: il rosso dei pomodori, il verde dell’insalata, il nero della pelle di quel venditore di scarpe, l’azzurro del banco del pesce, il giallo sole del cartello “Saldi subito”.

Facevo due passi e chiacchieravo con Ivano, vecchio compagno di lavoro giù agli impianti della MinalTep, quando le persone cominciarono a radunarsi nei bar. Prima alla spicciolata, poi di corsa una dietro l’altra. Dalle finestre le donne si affacciavano urlando che “C’è qualcosa di strano alla televisione, venite”. Anche le campane della chiesa cominciarono a suonare come per la messa, solo che i due portoni con su San Giovanni benedicente erano chiusi ed i bar sembravano i nuovi luoghi di raccolta di quei fedeli improvvisati.

Sulla panchina di fianco alla chiesa stavano il Menotti Gino con Pollice, al secolo Giulio Pollicioni, gran trombatore e grandissimo lavativo.
“Sarà scoppiata la guerra”, ridevano, mentre le signore lasciavano le borse e si lanciavano nei bar, i ragazzi facevano capolino tra le gambe degli adulti ed i vecchi come me, sempre poco propensi alle novità, si avvicinavano con passo lento e mani dietro la schiena.

All’altro lato della piazza, nel bar ormai stracolmo di persone il Ceppo (Enrico Ceppati, barista e socio unico dello Zanzibar) stava dietro il bancone puntando come un fioretto il telecomando verso il televisore, con l’unico scopo di cambiare canale. E ci riusciva, come no, solo che in quel mattino di novembre del 2018 tutti i canali stavano trasmettendo un solo programma: il telegiornale, sintonizzato in diretta dalla sala stampa del governo americano, a Washington D.C. L’inquadratura era fissa sul classico podio con i due microfoni, una platea di sedie ancora vuote, la bandiera americana a stelle e strisce e quella del Presidente con lo stemma dell’aquila. A sinistra di questa, una porticina. Nessun oratore in vista.

“L’avevo detto che era scoppiata la guerra” ripeté Pollice dietro di me, e giù di nuovo tutti a ridere mentre il Ceppo intanto sfornava caffè come avesse sei braccia.

Cercai di rubare qualche notizia da chi mi stava intorno, “Stamattina non c’era nulla”, notava la Bruna, quella dell’edicola.

“Dicono che è così anche negli altri paesi del mondo”, puntualizzò Settimo, il tecnico del Comune, “anche Al Jazeera è in diretta da lì, guardi”, e mi mostrò sul telefonino gli studi della tv araba dove anche i loro esperti, lo capivi dalle facce, sembravano non sapere nulla di che cosa stesse accadendo, del perché gli americani avessero convocato una conferenza stampa in mondovisione ed in così poco tempo.

Qualcuno mi toccò un braccio: era la Vanniti Gisella, una mia vecchia compagna di scuola che poi si era sposata con un inglese conosciuto in vacanza. Era tornata in paese da poco, dopo essere rimasta vedova. Tutti l’avevamo sempre chiamata “La Gigì”, per quel suo fare molto fine e british.

“Come va?”, mi chiese dolcemente la Gigì.

“Abbastanza bene, sto cercando di capire cosa è successo”.

“Anche in Inghilterra è tutto così, me l’ha detto proprio adesso mio figlio”.

“Che strano, però”.

“E tua figlia come sta?”

“Bene, dovrebbe tornare per pranzo. E’ incinta, sai?”

“Davvero? Che bello! Quando partorisce?”

“Se tutto va bene ad aprile”.

“Allora sarà un marziano”.

“Come?”

“Scusa, è che sono appassionata di astrologia. Se nasce ad aprile potrebbe essere un Ariete, che è dominato dal pianeta Marte, quindi potrebbe essere un marziano”.

Risi. Un ragazzino cercava di farsi spazio tra le gambe degli avventori per pagare un gelato, ma ormai nessuno lo considerava più, perché la sala stampa in diretta dall’America adesso si era riempita di giornalisti. Nel bar c’era silenzio, il Ceppo alzò il volume al massimo ma si sentiva solamente il brusìo delle chiacchiere di chi anche laggiù si chiedeva, evidentemente, perché era stato convocato in tutta fretta dal governo degli United States.

Poi la porticina a sinistra si aprì.

Chissà perché ma avevo pensato che ne sarebbe uscito il Presidente americano in persona. Invece si avviò a passo svelto verso il podio un uomo sulla quarantina, in un completo blu navy, camicia bianca e cravatta rosso carmiglio. Sorrise nervosamente alla platea ed un sottopancia lo presentò: John Mc Canneghin, Segretario di Stato americano.

Si avvicinò alla bocca i due piccoli microfoni tipici di ogni sala stampa del mondo e poi cominciò a parlare.

Ricordò ai giornalisti di essere in diretta mondiale, un fatto che a memoria non era ancora mai avvenuto in tutta la storia della televisione, fatta eccezione per lo sbarco sulla Luna del 1968 (e qui tossì). Poi, con molta calma, dette la notizia per la quale evidentemente era stato mandato lì: il Presidente americano, per motivi indipendenti dalla sua volontà, è costretto a dimettersi.

Il bar esplose in una serie di insulti rivolti al povero John che se il povero John fosse stato allo Zanzibar non ne sarebbe uscito incolume. Qualcuno tirò un cuscino contro la tv, molti uscirono delusi da tanto trambusto inutile e se ne tornarono parlottando alle loro attività.

Io cercai lo sguardo complice di Gisella. Sorrideva divertita, Gigì.

“Ci hanno fatto prendere un bello spavento, eh?”

“Sempre esagerati questi americani” dissi io.

Qualcuno dietro di me indicò la tv con la diretta ancora in corso.

“Guardate, sembra che non sia finita”.

La porta dietro John McCanneghin si era aperta di nuovo: stava entrando un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, occhiali rotondi, un fascicolo voluminoso sotto il braccio. Indossava un camice bianco da laboratorio, di quelli che si vedono nei film. Un po’ impacciato strinse la mano a McCanneghin, che gli lasciò il posto davanti ai due microfoni.

Il sottopancia diceva, “Emerald Lewis, Ph.D., National Aeronautics and Space Administration”.

“Cioè?!” se ne uscì un po’ burbero qualcuno seduto vicino alla macchina del caffè.

“E’ della NASA”, precisò Settimo, uno che di scienza ci capisce.

“E cosa c’entra la NASA con le dimissioni del Presidente americano?” sbraitò qualcuno dalla porta d’ingresso.

“Gli avranno dato un calcio in culo così grosso che è finito nello spazio”, la chiuse Pollice, e giù tutti a ridere di gusto.

Qualcuno ordinò un vino bianco e qualche oliva, poi Emerald Lewis parlò.

Sinceramente, se la cosa sulla quale doveva informare il mondo intero era di vitale importanza, non si capiva perché fosse stato mandato proprio il dottor Lewis a spiegarla in mondovisione. Tanta era la confusione, l’imbarazzo, i fogli che volavano, le parole difficili (come Hypersonic Inflatable Aerodynamic Decelerator, ripetuta più volte mostrando un’immagine proiettata alle sue spalle) che ad un certo punto il ben più pragmatico John lo ringraziò e lo spinse gentilmente di lato. Immediatamente nella sala stampa si alzò una selva di mani, ognuna con una domanda intenzionata a capirci di più su quello che stava succedendo.

John McCanneghin cercò di calmare i presenti, era teso e sudava. Molto di entrambi.

“Serve per atterrare”, dichiarò Settimo ad alta voce.

“Che cosa?” gli chiesi.

“Quella parola che ripeteva lo scienziato, l’Hypersonic qualcosa, serve ad atterrare”.

“Ma atterrare dove?”

Adesso McCanneghin tentava di spiegare ai presenti, e a tutti gli abitanti della Terra riuniti in mondovisione, i complicati disegni e le formule matematiche del Dr. Lewis. Quando gli mancava una parola, il Dr. Lewis gliela suggeriva. Nei disegni compariva spesso il Sole, e tante serre con le piante dentro. Anche seguire la traduzione simultanea non rendeva semplice capire di cosa stessero parlando. I due citavano il surriscaldamento globale, non c’è più tempo, si chiedeva scusa, poi c’era un piano di evacuazione da mettere in moto da subito.

“Su Marte”, esclamò tutto eccitato Settimo. “Quell’affare serve per atterrare su Marte”.

“Che c’entriamo noi con Marte?”, mi sussurrò Gisella.

Non lo sapevo.

Pollice se ne uscì dal bar dichiarando che lui non era mai andato neanche a Bolzano, figuriamoci su Marte.

Poi il telefonino mi squillò. Era mia figlia.

“Papà, dove sei?”.

“Ciao tesoro, sono allo Zanzibar”.

“Stai guardando la tv?”.

“Si”.

“E allora?”.

L’orologio segnava le tredici.

“Intanto andiamo a mangiare, poi cerchiamo di capirci qualcosa”.

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Arrivederci a fine agosto per la seconda parte del viaggio!

 

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