It’s a long long nite…

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La televisione muta proiettava la sua luce fredda e azzurra nella piccola stanza da letto. L’imbonitore mostrava con mani curate ogni dettaglio degli orologi d’epoca: lancette, anse, cinturini e fibbie luccicanti. Lo stereo acceso nella stanza accanto diffondeva una malinconica colonna sonora che mal si adattava al lusso sfacciato di oro e platino.

It’s a long long nite… tonite tonite it’s a long long nite…

Sognava quel viaggio da molti anni. Sei mesi a spasso per la Colombia. Il giorno era finalmente arrivato. Colombia… L’aveva guardata mille volte sulla cartina… Incastrata tra Venezuela, Ecuador e Brasile sembrava la porta d’ingresso all’inferno sudamericano, preceduta da quella raffica di stati minuscoli in equilibrio sulla stretta lingua di terra tra i due oceani.

It’s a long long nite…

insonnia-dormire-1024x683Hector ripercorreva con la  mente tutta la lista di cose che aveva pigiato qualche minuto prima nello zaino. “Le medicine ci sono… un po’ di magliette… scarpe comode… biglietto, soldi, passaporto…”. Solo in quel momento si ricordò di non aver comprato la torcia…”Cristo… la torcia… vabbè… la prenderò in aeroporto…” La torcia, insieme alla fidatissima pinza/coltello/forbici/cacciavite/ecc multiuso, era una di quelle cose che facevano sentire Hector davvero in viaggio, davvero lontano dalle comodità e dalla pigrizia della sua vita in città anche se, e se ne rendeva ben conto, non l’aveva in realtà mai utilizzata sul serio.

Mentre pensava a queste cose, lo sguardo rimaneva fisso e vuoto, inchiodato agli orologi luccicanti e con le lancette inesorabilmente ferme. Non poteva evitare l’idea della paura. Si rimboccò ancor di più il piumone come a nascondersi davanti a inquietanti pensieri di violenza, pericolo, rapimenti che aveva letto su troppi giornali e libri. Medellin… Escobar…Bogotà…”I soliti luoghi comuni”, si sforzava di pensare…” …forse mi farebbe bene restarci un po’ più di tempo, qualche anno forse, per imparare  a vivere, vivere sul serio”, si ripeteva senza crederci davvero…

Si sentiva stanco eppure non avvertiva alcuna sonnolenza…Si alzò e si accese una sigaretta.

Lo sguardo cadde sul divano dove era ordinatamente schierata la divisa da viaggio: sandali, bermuda, la solita maglietta portafortuna, portafoglio, documenti e occhiali da sole. Il gatto si strusciò sui polpacci alzando il muso ed inarcando la schiena. Hector si accovacciò e lo prese tra le gambe. “Mi mancherai” – disse. La gatta, acciambellata sullo sgabello, li osservava superba e dannatamente orgogliosa. “E tu? Non vieni a salutarmi?” La gatta si girò e riprese a dormire.

It’s a long long nite…

Dall-Hotel-Park-Hyatt_image_ini_620x465_downonlyHector aspirò l’ultima boccata, accarezzò il gatto che scese dalle sue ginocchia accennando un miagolio. Si infilò di nuovo a letto cercando di prendere finalmente sonno. Ma mille pensieri non smettevano di torturarlo. Cercò di distrarsi pensando ai suoi viaggi. Si sorprese a ridere pensando a quel viaggio in Jugoslavia…Forse era stato il primo, vero, “viaggio”…Quell’estate arrivò la famigerata cartolina azzurra che gli annunciava una “brillante” carriera nelle file dell’esercito italiano. Era già al mare, a Jesolo, a godersi gli ultimi giorni di vacanza in compagnia dei soliti amici. Bisognava rendere quei giorni indimenticabili.

“Ok…  ok… basta spiaggia, basta discoteche, stanotte andiamo  a Treviso e vediamo come butta”, disse Marco facendo brillare nella mano le chiavi della A 112 rosso fuoco. L’equipaggio si sentiva insolitamente eccitato per quella che, in fondo, era solo una gita senza alcun senso né scopo.

Si ritrovarono in una città deserta, in piena notte, in piena estate ma soprattutto in piena confusione mentale. L’autoradio sparava a manetta “Sunday bloody sunday” e i quattro mentecatti cantavano a squarciagola scorrazzando per le vie del centro almeno fino a quando Daniele, guardando fuori dal finestrino, vide una pattuglia di poliziotti che, con il mitra spianato, intimava  loro di fermarsi…Solo allora Marco si ricordò di avere lasciato la patente a Jesolo…

Hector continuò nei suoi ricordi…Guardò una delle quattro sveglie che aveva puntato… le due…

Tonite tonite… it’s a long long nite…

“Ok  ok… la gita a Treviso non è stato un granchè…Domani si parte per la Jugoslavia!” annunciò Carlo trionfante. Hector ricordò che il suo primo pensiero fu suo padre…Essendo sotto chiamata “alle armi” non poteva espatriare. I casi erano due: o non partiva o non diceva di partire.

Hector si rigirò nel letto per l’ennesima volta…

It’s a long long nite… 

Rivide la Golf di Carlo che passava la frontiera mentre lui tremava per il timore di essere fermato in qualità di “pericolosissimo” disertore…E poi quel primo vero viaggio, insieme a due amici incoscienti come lui. Quel viaggio con Marco steso sul divanetto posteriore con i piedi sigillati in una busta di plastica dentro la quale ringhiavano i Dobermann, così come erano stati affettuosamente ribattezzati i suoi piedi marinati nelle mefitiche Superga blu… Le parole d’ordine erano raznici e cevapcici, ossia le uniche parole che avevano imparato e che, meno eroticamente, significavano solo spiedini e polpette…

15773-2014-9-28_porat--otok-krk-por-sm148(5)Però si sentivano liberi… Cazzo se si sentivano liberi…Si sentivano liberi anche quando Galeazzo Fusolesi, così avevano definito il gestore della pensione a Krk per i tratti somatici simili ad un vecchio gerarca fascista, li buttava fuori dalla camera di buon mattino per riassettare la stanza. Notti passate a passeggiare in paesi dove l’unica mondanità era il bar della piazza e il suo juke-box.

Giornate stesi al sole a perdere gli occhi addosso a ragazze dai lineamenti sottili e dagli occhi di ghiaccio. “Come si chiamava quel paese…?” pensò Hector rigirandosi  per l’ennesima volta nel letto. “Banja Luka! ” esclamò quasi ad alta voce. Il  gatto si girò di scatto con lo sguardo spaventato. Banja Luka, una spiaggia di cemento rovente dove avevano visto la più alta concentrazione di splendide ragazze che avessero mai incontrato.

Hector si rammentò di quella foto… Marco aveva colto i due compari appoggiati al muro del bar con lo sguardo ebete perso dietro al fondoschiena di una sinuosa biondina…I peggiori “vitelloni” di tutto il Mediterraneo, avevano commentato tutti gli amici alla vista di quell’immagine.

Hector si domandava perché quella vacanza avesse nel proprio immaginario un significato così grande. Aveva la bocca asciutta. Si alzò a bere e tornò velocemente a letto. Lo sguardo ricadde sulla sveglia… le tre e mezzo…” …devo  dormire,  cazzo, devo  dormire… domani ho l’aereo…”

Tonite tonite… it’s a long long nite…

Chiuse gli occhi e si ritrovò di nuovo a Krk. Quando avevano “scalato” una piccola montagna e, giunti sulla cima, si atteggiavano con pose da rockstar cercando di resistere alla bora che quasi se li portava via. “Eroi nel vento” aveva scritto Carlo con un carboncino sulla pietra. Il titolo di una canzone dei Litfiba…”Eroi nel vento” sorrise Hector tenendo forzatamente gli occhi chiusi…”ma quali eroi?…eravamo solo tre balordi in gita premio…Però davvero felici… quello sì…” aggiunse con un brivido di malinconica nostalgia.

Finalmente Hector sentì giungere quella sensazione di semicoscienza che precede il sonno, dove concetti reali si confondono con liquidi pensieri assurdi, verità e delirio si sciolgono e si intrecciano mentre il corpo sembra perdere la sua pigra fisicità e pare rendersi pura essenza.

Tonite tonite… it’s a long long nite…

L’ultima nenia infantile sfumava dallo stereo fino a quando un sordo ticchettio annunciò la fine del compact disc. Hector a quel suono ebbe un’ultima piccola percezione di coscienza per poi cadere sfinito in un sonno profondo.

…it’s a long long nite…

caffettieraBtp bip bip bip bip…Alle 6.30 in punto la sveglia strappò letteralmente Hector dal sonno per gettarlo bruscamente nella realtà. Spalancò gli occhi sudato e affannato come mai gli era successo. Spostò i gatti dal letto e scattò in piedi respirando a fatica. Appoggiandosi al muro uscì dalla stanza e, sentendo un forte capogiro, si fermò e si sedette sul divano. Lo osservò, vide il candido velluto del rivestimento leggermente increspato dalla luce dell’alba. Avvertì una strana sensazione, come se mancasse qualcosa. Si sentiva strano, come se fosse atterrato da pochi secondi da un’altra dimensione, da un’altra galassia; tutto gli sembrava estraneo e sconosciuto eppur già nella sua mente.

Aveva ricominciato a respirare normalmente. Si alzò, salì le scale, lavò la moka di caffè, la preparò e accese il fornello. I gatti danzando attorno ai suoi piedi reclamavano la loro colazione di crocchette. “Ora ve la do, rompiballe…” Mille pensieri occupavano la sua mente ma faticava a metterli a fuoco. Si sentiva in ansia per qualcosa che non capiva.

D’un tratto gli vennero in mente Medellin, Bogotá…Non capiva…Pensieri confusi, preoccupazione, inquietudine. Bevve il caffè d’un fiato e scese a lavarsi. Il solito sapone, il solito dentifricio, il solito profumo. La preoccupazione e l’ansia lo tormentavano senza sosta e senza motivo. Già pensava agli appuntamenti della giornata mentre si infilava la camicia e sceglieva distrattamente una cravatta.

Si allacciò le scarpe, risalì le scale e si versò un bicchiere di spremuta. “Un po’ di  energia e vitamine per tirarsi un po’ su” pensò mentre si accingeva a riempire le ciotole dei gatti. “Ho bisogno di fare un viaggio” Prese le chiavi dell’auto, chiuse la porta dietro di sé e si avviò in ufficio.

It’s a long long nite… tonite tonite it’s a long long nite…

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Chi lo ha scritto

Ciccio

Nato nel sessantotto, laureato in Farmacia, vive a Bergamo, talvolta si sposta a Bergamo alta ma solo se in possesso di regolare visto. Appassionato di musica, la ascolta senza far danni mentre quando la suona i suoi tre gatti hanno imparato a latrare. Felicemente malato di Atalanta (malattia non sessualmente trasmissibile), ama i viaggi – soprattutto in Africa – , i Simpson, la fotografia, le moto (vecchie), Manu Chao, i libri e i giocattoli.

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