Il primo uomo sopra le nuvole

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Non è la prima volta che salgo su un aereo, eppure l’emozione che provo quando salgo i gradini e monto nel cubicolo del pilota è sempre nuova. Ogni viaggio è diverso. La scorsa settimana sono decollato con una baguette in mano. Pane militare e di grano scadente, eppure ho portato l’odore di pane appena sfornato fino ad alta quota. L’ho mangiato sotto le nuvole primaverili. Oggi, invece, dopo una giornata uggiosa e terribile, è apparso un sole meraviglioso. Di mattina la pioggia viscida, poi i tuoni e le esplosioni hanno squarciato le colline butterate, riducendo in pezzi gli ultimi alberi rimasti intatti sulle rive della Mosa. Vedo le nuvole trasformarsi sotto i miei occhi. Nere e cupe. Poi grigie. Poi bianche e invitanti, come le coltri di una casa signorile. Appena finito il fortunale, non esito un attimo e, pur rabbrividendo per l’aria umida, decido di salire in cielo.

E’ un pomeriggio in cui potrei restare a terra. Abbiamo ordini di riposare, dato che ci attendono giorni molto duri, ma so bene che il momento subito dopo la tempesta è proprio quello in cui il nemico approfitta per spiare le nostre difese. Di solito noi aviatori evitiamo di decollare se il cielo non è assolutamente sgombro. I nostri aerei sono oggetti delicati, di legno, tessuto e corda e non possiamo sottoporli alla fatica degli elementi. Siamo un po’ come Icaro, se andiamo oltre i nostri limiti, rischiamo di precipitare. Il comandante Paulhan mi lascia andare. Sa che sono il migliore. Sono uno dei primi uomini ad avere volato sopra le nuvole. Anzi, penso proprio di essere stato il primo a compiere quel viaggio meraviglioso e a vedere le nuvole come sono davvero.

Quando ero piccolo ero appassionato alle storie di Jules Verne, soprattutto “Le 5 settimane in pallone”. Andavo a leggere il libro all’aperto, sopra il carretto, con la testa in su, sotto i muri di mattoni e i tetti verticali di Metz; sognavo di solcare il cielo in un pallone aereostatico, sopra le savane africane, di cacciare leoni, rinoceronti e giraffe dalla mia fortezza imprendibile. Non mi bastava leggere. Amavo creare storie fantastiche. Avevo iniziato a scrivere un romanzo di avventure ambientato nel regno delle nuvole, dove esseri più leggeri dell’aria, maestosi giganti di vapore acqueo, vivevano complicatissime storie di amore e di guerra: infinite battaglie aeree sconosciute all’umanità attaccata alla crosta terreste, cominciate quando ancora era in vita Carlo Magno e destinate a finire tra mille altri anni ancora. La mia protagonista era una donna triste, con un nome fatto solo di vocali, leggero come il vapore del suo corpo, la Dama Aeiou. Era così soave che essa viveva negli strati più alti delle nuvole, al confine con la Luna, dove amava sovente rifugiarsi per attendere il ritorno del suo amato Ouile, e stare lontana dalla brama del feroce Signore Sqkwr, che aveva scatenato una guerra celeste pur di impossessarsi di Aeiou.

Sorvolo la campagna devastata. Un orrendo vaiolo ne ha consumato la superficie, puntellata per chilometri e chilometri da crateri e dalle orribili eruzioni provocate dagli obici delle artigliere. Non esistono più linee riconoscibili, colline, laghi, paludi, boschi; una melma di piombo e sangue ricopre la linea delle trincee. Gli alberi superstiti sono consumati, bruciati, privi di foglie, pali di legno anneriti come quelli del telegrafo, che trasmettono l’unica notizia dell’immane distruzione di questa guerra.

La mia guerra tra le nuvole era da ridere. I giganti nell’aria non riuscivano a farsi male. Scatenavano le artigliere dei cieli, ma neppure le saette più potenti li scalfivano. Fatti di acqua, si dissolvevano e si ricomponevano. Non esisteva la morte tra le nuvole. Era una guerra di agguati e sorprese, di colpi scherzosi, che non sarebbe mai finita, come quelle che facevamo noi ragazzi tra le vie cittadine, ad imitazione dei grandi. Anche se ci prendevamo a sassate e a pugni, sapevamo quando era il momento di fermarsi.

Non so da dove siano comparsi i due Fokker nemici. Forse da dietro l’ultima muraglia di nere nuvole che si stanno spostando verso oriente, come se si fosse improvvisamente aperto il tendone di un palcoscenico. Ma non è teatro. Il pubblico è ostile. Non c’è possibilità di una replica. E’ un atto unico, come sempre: o io o loro. Parto in svantaggio, ben visibile davanti al sole e al cielo azzurro, uno contro due. Ma non vi è alcun dubbio che non sarei fuggito, anzi decido di passare all’attacco, piombando come un nibbio sul più vicino dei due tedeschi. Volo radente contro l’aereo nemico, facendo fuoco senza risparmiarmi; faccio appena in tempo a vedere l’opera di distruzione della mia mitragliatrice, che il tedesco perde il controllo ed inizia a precipitare. Non ho il tempo di rilassarmi che il suo compagno inferocito è già dietro di me. Riesco però a fare una splendida manovra diversiva e a nascondermi tra le nuvole.

Da bambino mi chiedevo chi sarebbe stato il primo uomo a viaggiare sopra le nuvole. Sarei stato io, anche se a quell’epoca non esistevano ancora le macchine volanti. Pensavo quando avrei scoperto la verità sul regno delle nuvole, tutti quegli esseri fantastici sarebbero fuggiti, per non mescolarsi con i terrestri fatti di carne: la gran dama Aieou, il suo amante Ouile, il terribile Sqkwr, e gli altri personaggi che avevo immaginato. Sarebbero andati a continuare la loro guerra infinita in altri pianeti, dove gli uomini con le loro macchine di legno e cuoio non avrebbero mai potuto raggiungerli.

“Avevi proprio ragione” dice ad un tratto una voce femminile.

“Gran dama Aeiou. Che ci fai tu qui?”

Una donna di una bellezza irreale mi guarda davanti all’elica ferma. Sono circondato da una campagna infinitamente più varia e deliziosa di quella francese, un’incredibile prateria bianca, dove le forme e le sfumature del bianco sono sempre diversi. Aeiou ha lo sguardo triste e pensoso che le avevo disegnato, causato dalla lontananza del suo grande amore Ouile. Per un momento mi sorprendo a pensare che il mio aereo non dovrebbe rimanere fermo a motore spento in mezzo alle nuvole.

“Ma, allora, esistete davvero!”

“Sei proprio tu a dubitarne?”

“E’ meraviglioso.”

“Perché resti lì? Scendi dalla tua macchina e vieni a parlare con me.”

Scavalco la carlinga e cammino tra le nuvole tenendo per mano Aeiou. Lei sembra meno triste in mia compagnia. Sono fatto della sua stessa materia. Lei mi fa molte domande, vuole sapere come si vive nel mondo degli uomini e cosa sta accadendo da qualche tempo, perché da noi viene sempre così tanto rumore. Le racconto della mia infanzia, della mia passione per il volo ma non voglio raccontarle della guerra che sta consumando l’Europa. Ad un tratto mi accorgo che la superficie spumosa delle nuvole è solcata da macchie rosse di sangue. Il mio sangue. “Sono ferito.” E mi accorgo che lo squarcio è sulla schiena e che perdo sempre più sangue.

Aieou mi guarda con un’espressione ironica, con gli occhi semichiusi e il volto inclinato. “Hai dimenticato che non esistono ferite mortali nel nostro regno?”

Sorrido. “E’ un bel modo per morire. Tra le proprie fantasie.”

“Ma tu non morirai” dice lei toccandomi la schiena. Il sangue si arresta.

“Adesso devo andare. Non possiamo più restare qui.”

Vorrei replicare ma senza accorgermene sono di nuovo nella carlinga, il motore riparte ed io scendo sotto le nuvole verso la base. La plumbea campagna devastata appare pacifica nella luce del tramonto. Il silenzio è assoluto, all’infuori del rumore del motore. Non c’è traccia di aerei nemici. Ho vinto la battaglia. E sono ancora vivo. Andando verso oriente, oltre la portata delle artiglierie nemiche, tornano gli alberi, i prati e i vigneti allineati. Quando atterro al campo, alle otto di sera, il comandante e i miei compagni mi vengono incontro preoccupati.

“Louis! Sei vivo!”

Sono frastornato. Mi raccontano di aver seguito la battaglia da terra. Ero riuscito ad abbattere entrambi gli aerei tedeschi, poi ero scomparso in una nuvola e non ero più tornato. Ormai pensavano che fossi stato ucciso e che mi fossi schiantato.

“Sono stato ferito” provo a dire.

“Ma che dici! Non hai neanche un graffio” dicono i miei compagni maliziosi: la mia giacca è intatta, non c’è alcun segno sulla schiena e non provo nessun dolore.

Paulhan mi osserva con uno sguardo beffardo. “Magari ci vorresti raccontare dove sei stato per più di tre ore.”

“Cosa vuole dire, comandante?”

“A meno che tu non abbia trovato il modo di diventare più leggero di una nuvola, non puoi essere rimasto in aria per tanto tempo.”

Solo adesso capisco che mi è accaduto qualcosa di inspiegabile. Balbetto qualche confusa spiegazione ma il comandante Paulhan taglia corto. “Non occorre che mi dica altro. Ci sono belle ragazze qui intorno.”

Se ne va. I compagni mi prendono in spalla e mi portano alla taverna. Non capisco davvero. Ho passato tre ore sulle nuvole con la Dama Aeiou. Ma come è possibile? Posso aver avuto un’allucinazione, ma l’aereo? Come ha fatto a restare in aria? Ma certo, il comandante ha ragione. Sono io che ho dimenticato tutto. Il primo uomo sopra le nuvole, dopo la battaglia vittoriosa, è andato banalmente a spassarsela.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

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