I viaggi che ho letto, Sud America

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Esattamente quattro anni fa percepivo l’ultimo assegno di disoccupazione; una somma intorno ai cinquecento euro era una gran fortuna visti i tempi che corrono e che già correvano. Conscio  che da lì in poi, nonostante il titolo di studio appena conseguito, avrei fatto fatica anche solo ad immaginare un qualcosa che avesse le sembianze di un’entrata economica,   perché difficilmente mi sarebbe ricapitata la fortuna di essere disoccupato, ero deciso a spenderli tutti in un colpo solo, senza preoccuparmi minimamente del futuro: avevo voglia di presente.

binoculars-1209011_960_720E qual è la cosa che più di altre sublima il presente? Un viaggio. Sì, volevo spendere gli ultimi soldi per quello che per diversi anni, ahimè, sarebbe rimasto l’ultimo viaggio della mia vita. Al resto avrei pensato una volta tornato. A quel punto, quindi, non mi restava che scegliere la destinazione. Scelta che, però, si dimostrava più difficile del previsto, perché trattandosi dell’ultimo viaggio non potevo permettermi errori di alcun genere. Diversi erano i dubbi che popolavano la mia mente: tornare in un posto tanto amato per rivederlo per l’ultima volta o andare in un posto diverso? Andare da solo o in compagnia? E se in compagnia, avrei trovato un compagno di viaggio con le mie stesse possibilità di tempo e di denaro, cioè anch’egli disoccupato? E soprattutto, cinquecento euro erano una cifra sufficiente per chiudere in bellezza questa fase della mia vita?

Questi dubbi di fatto mi paralizzavano. L’unica cosa che capii molto presto era che sarei partito da solo: di amici disoccupati manco a parlarne, erano tutti inoccupati, cioè disponevano solo del tempo libero. E i cinquecento euro erano pochi per me, figurarsi per due persone. E allora mi concentrai sulla destinazione, ma con tutta la buona volontà non riuscivo a trovare la soluzione ideale, perché finivo sempre col dimenticarmi delle ristrettezze economiche in cui versavo, e le destinazioni che potevo permettermi  in quel momento non mi entusiasmavano.

Non riuscivo a trovare una valida alternativa nemmeno nei luoghi già visitati. Londra, Madrid, Amsterdam e Barcellona erano state delle bellissime esperienze che potevo ancora permettermi, tuttavia per un motivo o per un altro non mi andava di ripeterle. Almeno in quel momento. Mi sembravano poca cosa rispetto al mio sogno proibito: il Sud America. Con cinquecento euro non mi pagavo nemmeno il volo per Buenos Aires. Potevo andare a Parigi, questo sì, in fondo non c’ero mai stato ed era ampiamente alla mia portata. Ma poi pensai che a Parigi non mi avrebbero fatto entrare: era obbligatorio l’ingresso a coppie, e io ero single. Niente da fare.

libri-da-leggereBocciai anche l’ipotesi Parigi. Mi impelagai in calcoli acrobatici per vedere se era possibile tornare a San Pietroburgo, una città che avevo tanto amato, così come Mosca; ma anche in quel caso riuscivo sì e no a pagarmi il volo, il visto e forse una notte. Ero disperato. Ovunque guardassi, sia avanti che indietro, non riuscivo a venirne a capo. Più volevo viaggiare e più restavo fermo. Mi agitavo, ma restavo immobile. Mi sembrava di correre alla massima velocità su una cyclette. Solo la lettura riusciva a calmarmi. Infatti dovetti ricorrere spesso a questo sedativo, tanto che ad un certo punto non potei più farne a meno. Avevo divorato in pochissimo tempo tutti i libri che avevo, e all’astinenza da viaggio presto si aggiunse quella da lettura. Le due erano diventate amiche diaboliche, e si divertivano a vedermi in quello stato di perenne sbandamento.  Che momentaccio. Senza viaggi e senza libri. E senza soldi, perché quei cinquecento euro mi servivano per partire.

Sì, ma per dove? Ecco che allora, in un raro momento di lucidità, mi si affacciò alla mente la soluzione a tutti i miei problemi. In un colpo solo potevo soffocare entrambe le astinenze che mi stavano dilaniando; bastava un semplice gesto per risolvere in qualche modo anche i miei problemi economici. Insomma, decisi di spendere gran parte delle mie ultime sostanze in libri. Effettuai su un negozio online un mega ordine del valore di oltre trecento euro. Me ne feci arrivare a casa più di trenta, di fatto una mini libreria. E fu l’investimento più redditizio di tutta la mia vita. Perché non solo appagai la mia sete di conoscenza, ma riuscii a fare tanti di quei viaggi che praticamente da allora non mi sono più fermato. I soldi non erano più un problema, perché più leggevo e più mi arricchivo. Attraverso classici, saggi e libri-inchiesta sono stato in  terre sconosciute e ho visto per davvero posti in cui mi ero limitato a fare il turista borghese. Ho viaggiato persino nel tempo. Senza un ordine preciso, costruendomi dei percorsi letterari tutti miei, cedendo alla tentazione di collegamenti a dir poco visionari. Da autodidatta. Quasi come fossi un viaggiatore senza meta e senza bagaglio.

Ho fatto cose che non avevo mai fatto prima, come pescare e andare in moto, per esempio. Per queste due esperienze fantastiche devo ringraziare, rispettivamente, Hemingway e Che Guevara. Con Santiago (Il Vecchio e il mare), a Cuba, per la verità, non riuscimmo a pescare un granché, anzi, ci andò piuttosto male. Furono giorni interminabili; ce la mettemmo davvero tutta, ma l’estenuante lotta con il marlin non portò a nulla di concreto. Sul piano filosofico, però, riuscimmo ad instaurare un rapporto privilegiato con la natura, un rapporto fondato sul mutuo rispetto. Per questo, quando tornammo a casa a mani vuote, ritenemmo comunque di essere stati fortunati, proprio perché comprendemmo che la fortuna può avere molteplici forme. Con Ernesto Guevara e Alberto Granado (Latinoamericana – I diari della motocicletta) ho coronato il sogno sudamericano. Siamo partiti da Cordoba (Argentina), e in una sorta di enorme inversione a U, siamo giunti fino a Caracas , in Venezuela, passando per il Cile, il Perù e  la Colombia.  Ne abbiamo fatte e viste di tutti colori. Di belle, come la percezione dello spirito della natura silente e incontaminata, nonché l’ospitalità quasi sempre ricevuta nel corso di tutto il viaggio, sublimata da banchetti succulenti e ingenti bevute; e di brutte, come    l’inverosimile sfruttamento del territorio e dei minatori nella miniera di rame a cielo aperto di Chuquicamata (Cile), e l’immane sofferenza che abitava il lebbrosario di San Pablo (Perù).

Las-Venas-Abiertas-de-America-LatinaQueste esperienze ci segnarono, e cancellarono in un colpo solo tutti i lividi e le ferite causati dalle innumerevoli cadute dalla mitica Poderosa. Mi aveva affascinato parecchio, il Sud America, e già che c’ero decisi di restarci con Eduardo Galeano (Le vene aperte dell’America Latina). In questo viaggio, però, non ci fu posto per il divertimento. Lo scrittore uruguaiano mi spiegò che lo sfruttamento del Sud America durava da ben cinquecento anni, e che non riguardava solo il Cile, ma tutti i paesi latinoamericani. Era paradossale che il paese più ricco del mondo  (petrolio, rame, caffè, zucchero, cacao, oro, argento) fosse uno dei più poveri a causa del sodalizio mortale tra i governi dittatoriali  e le multinazionali straniere, in particolar modo americane.

Mi parlava dell’America Latina, ma parallelamente mi apriva gli occhi anche sugli USA, tanto da farmi sentire quasi in colpa per esserci stato nella vita ‘reale’ (o finta, chissà!). Ma Galeano era anche un formidabile cronista sportivo (Splendori e miserie del gioco del calcio), così ne approfittai per farmi raccontare, lasciando che si unisse a noi Osvaldo Soriano (Fùtbol), quello che passò alla storia come Maracanazo, ossia la finale di coppa del mondo di calcio disputatasi   al Maracanà di Rio de Janeiro nel 1950 tra Brasile e Uruguay (ris. fin. 1-2). Quanta passione e competenza trasudavano dai loro racconti. Si vedeva che, per motivi diversi, uruguaiano Galeano e argentino Soriano, quella storica disfatta del Brasile un qualche godimento gliel’aveva provocato.

Ma erano altrettanto sinceri quando parlavano con dispiacere delle decine di suicidi registratesi nell’allora capitale brasiliana nelle ore immediatemente successive alla finale. Soriano raccontò di come quel clima cimiteriale non avesse lasciato indifferenti nemmeno i neocampioni del mondo degli uruguaiani. Lo stesso Varela, capitano della Selecciòn, preferiva  non aver vinto piuttosto che assistere a quella tristezza magmatica che invadeva le strade e i locali di Rio de Janeiro: non aveva nessuna voglia di festeggiare. Da quanto mi raccontarono, Varela doveva essere un uomo di grande spessore morale, nonché un grande giocatore di ruolo centrocampista centrale; non andò a segno nella finale (marcarono il tabellino Schiaffino e Ghiggia), ma fu lui a compattare la squadra in modo tale da  dissipare il furore che si era impadronito dei brasiliani dopo il momentaneo vantaggio di Friaça.

Un analogo (vincente) atteggiamento  lo riscontrai nel generale russo Kutuzov in occasione  della battaglia di Borodino (Russia), che fu combattuta nel 1812 tra i francesi e i russi nell’ambito della Campagna di Russia, episodio narrato magistralmente dal genio di Lev Tolstoj in Guerra e pace. Acrobaticamente pensai che in fondo quello del 1950 non era stato il primo Maracanazo della storia. In ogni caso non badavo più a spese, del resto l’investimento sui libri fruttava dei ricavi stratosferici; dopo il Sud America, mi aspettava quindi la Russia, l’oggetto del desiderio di Napoleone, per giunta viaggiando indietro nel tempo di più di un secolo. Insomma, non avevo fatto nemmeno in tempo a tornare a casa che già ero in partenza per un nuovo libro. Pardon, per un nuovo viaggio.

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. raffaela

    bravo luigi e’ un chiaro insegnamento che la lettura e’ u arricchimento della mente che rimane sempre giovane.

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