Chiuso per viaggio

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La parola “ferie” non mi è ma piaciuta. Non è romantica: odora ancora di chiuso, biglietti del bus e nella “e” accentata risuona quella voce che vi raggiunge con un piede già sullo zerbino: “ci passi tu in lavanderia, vero?”. È una parola cantilenante e ottusa. Il riferimento delle ferie è comunque la vita ordinaria, il lavoro, di cui esse incarnano una interruzione beffarda e ingannatrice. Ciniche ferie.

La parola “viaggio”, invece, è bellissima. Inizia con quella bella “v” che sa di volareohoh e si scioglie nel suono affricato della “g” con dolcezza estenuante, vibrando come un t’aggevolutebbeneatte.

Dal viaggio, il ritorno è incerto, la data da stabilirsi ancora. Forse. Dal viaggio torno se ne ho voglia.

Dipende. Perché magari qui – dove sono arrivato in questo viaggio – mi trovo così bene che ci resto, mi piace il clima, mi piacciono le persone, fa sempre caldo, fa sempre freddo, c’è sempre il sole, c’è buio sei mesi l’anno e si può dormire saporitamente; io qui mi sono innamorato, ho trovato la donna della mia vita, l’uomo della mia vita, l’uomo e la donna della mia vita, quindi non torno; io qui ho trovato un abbraccio di montagne che riempie lo sguardo di lacrime, l’odore di mare che mi fa tornare bambina, i gamberi al cocco che non voglio più lasciare, una lingua in cui i suoni sono secchi ma amabili al palato, un silenzio che non conoscevo, il vento che alle cinque si alza dal deserto, l’aria gelata che taglia la faccia e le mani anche in pieno luglio. E poi, quando mi stanco di questo qui che ora non voglio lasciare, me ne vado in un altro qui, che certo non sarò disposto a lasciare.parto-e-non-torno

Quindi non torno, mi spiace – cioè no, non mi spiace, staccate la luce, vendete la casa, disdite le utenze, fatemi ‘sta cortesia, fatemela voi che siete tornati dalle ferie da due giorni e già odiate il mondo, vi scannate ai semafori e vi inseguite bestemmiando nelle strade, gli occhi iniettati di odio e dipendenza da serietvUSA/Premier League/shopping compulsivo/nicotina (Alcune tra le più fastidiose dipendenze di chi scrive), brandendo, quali involgarite durlindane, carrelli della spesa, zaini dei figli e smartphone iridescenti.

Voi, povere anime intenerite nel separarvi dall’ultimo ricordo di quel po’ di libertà delle ferie, la pelle che si stacca dalle spalle ustionate.
Voi che ridevate e ora capite di avere commesso un errore fatale a non imitarmi nel cambiare il cartello di “Chiuso per Ferie” in “Chiuso per Viaggio”.

 “He did not think of himself as a tourist; he was a traveler. The difference is partly one of time, he would explain. Whereas the tourist generally hurries back home at the end of a few weeks or months, the traveler, belonging no more to one place than to the next, moves slowly, over periods of years, from one part of the earth to another.”  ― Paul Bowles, “The Sheltering Sky” (Il té nel deserto)

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