Cesena 2,5

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Ancora in viaggio. Sto andando da mia madre.

Imbocco l’autostrada, che si presenta, come è normale nel periodo di ferie, calda e affollata. Posiziono il cd prescelto nel lettore, un’ ultima stretta alle cinture. Le lenti colorate degli occhiali da sole mi rimandano colori saturi e leggermente azzurrati: il contrasto cromatico tra le nuvole e il cielo alleggerirà la lunga strada da percorrere, così come, in qualche tratto, le zone di giallo inattese o le vigne fitte, che fra qualche tempo matureranno.

I pensieri scorrono come un film, sempre quello, nella testa.

Ripenso alle difficoltà della scorsa estate, la malattia di mio padre, la ricerca di badanti e case di riposo, la richiesta di aiuto a medici non sempre competenti ed accoglienti, sfociate comunque in una sconfitta: la morte di mio padre.  In un settembre luminoso e stupendo, scherzo del destino che ancora fatico ad accettare.

Trascorrere tante ore da soli al volante assomiglia ad una seduta di autoanalisi. Dopo un po’ si è talmente presi dal proprio flusso di pensieri, che la guida diventa automatica, anche se continua ad essere precisa e sicura; e si è catapultati in un universo parallelo di elaborazioni multiple che, mi riprometto, dovrei registrare fedelmente, come quando si decide, il mattino, appena svegli, la trascrizione fedele di un sogno.

Dal finestrino dell’auto che mi sfreccia accanto, il viso incollato di una bambina, alla quale sorrido con la confidenza che si è soliti a dare a chi non conosci. Con assoluta sincerità e dedizione, nell’istante unico ed ultimo in cui si incroceranno gli sguardi e le vite. La bambina non si arrende e continuiamo per un lungo tratto ad intercettarci.

Mentre le ore passano, l’asfalto bituminoso della carreggiata assume l’apparenza di un lungo scivolo acquatico, del quale non si intravede la fine. L’aletta parasole cambia posizione diverse volte, la stanchezza accumulata prende il sopravvento, riportando l’attenzione a qualche area di servizio. Scartate due opzioni, mi concentro sul ricordo di precedenti soste, che l’assiduità della frequenza permette di catalogare: questa sì, questa no. Intanto getto un’occhiata distratta anche ai cartelli che indicano i chilometri: Cesena 2,5.

Beh, mi dico, sono a buon punto. Fra poco mi fermo. E sarà il solito rituale. Alla cassa, al banco del caffè, alla toilette, giro obbligato fra i vari generi di conforto, qualche acquisto inutile. Uscita.

Dopo circa un quarto d’ora, di nuovo lo stesso cartello: Cesena 2,5.

Aver visto due volte il medesimo avviso mi obbliga alla resa. Devo essere davvero molto stanca. Pigio il pedale del freno e accosto alla prima area di servizio che incontro. Qualche slalom fra gli altri avventori ingabbiati nelle auto e finalmente trovo uno spazio libero. A lato, una coppia di austriaci sta mangiando un panino, il loro cane riposa tranquillo all’ombra. Scendo, cercando di non urtarli con lo sportello. Un educato cenno di saluto, poi mi infilo nell’autogrill per sbrigare le solite “formalità”.

Tentenno davanti all’esposizione rituale dei soliti cibi: stesso ordine e misura, la nomenclatura dei panini identica, potrei recitarli come un mantra se qualcuno me lo chiedesse.

La cassiera propone meccanicamente, “Vuole fare il “menu”? Vuole un gratta e vinci?” Non accetto né l’una né l’altra proposta, prendo lo scontrino che mi porge e mi infilo, al bancone, tra un’anziana signora ancora indecisa sulla scelta della brioches e due giovani asiatici, sguardo allucinato, non so per la scelta fra le proposte dei vari caffè o se causato dalla frenetica goliardia, fuori luogo, di chi li prepara.

Bevo il mio caffè, corretto alla cannella. Che, da quando ho scoperto l’aggiunta a piacere di qualche spezia, è diventato per me un rituale sacrosanto.

Infine, dopo la sosta alla toilette, controvoglia mi dirigo all’auto, sperando che il sole non abbia fatto un percorso diverso da quello ipotizzato.

Nel cambio di occhiali, oltre la porta dell’autogrill, metto a fuoco l’area di parcheggio e noto due persone che conversano tranquillamente dentro la mia auto.
Il cuore inizia a battermi velocemente. Forse l’auto è parcheggiata da un’altra parte. Lo zigzagare degli occhi non concede però alternative. Schiaccio automaticamente il pulsante telematico della chiave, come a voler mettere in fuga chi vi si fosse intrufolato, ma non succede niente, tranne un fugace sollevarsi e riabbassarsi dell’ospite seduto dietro. Mi avvicino cercando di non farmi notare e sto per chiedere aiuto a qualcuno di passaggio, scrutando tra gli avventori chi possa essere più adatto.

Ma, mentre mi affanno nella ricerca, mia madre apre la portiera e mi dice ad alta voce che non riuscivano ad abbassare il finestrino.

Rimango letteralmente impietrita nello scorgere all’interno dell’auto anche mio padre. I piedi quasi non si staccano dall’asfalto, caldo e gelatinoso. Strani pensieri turbinano e si sovrappongono. Chiudo per un attimo gli occhi. Ma, nel riaprirli, incrocio lo sguardo di mio padre che fa cenno di avvicinarmi. Convinta ancora che sia tutto un sogno, uno strano ed in fondo felice sogno, provo a stare al gioco delle mie percezioni, facendo finta di niente. Entro nell’auto e mi siedo. Accanto a loro.

Mia madre, come è suo solito, abbonda nel discorso, disquisendo su una serie di circostanze. Mio padre tace e ascolta, nella sua normale espressione di attenzione che non lascia trapelare, quasi, emozioni. Comincio a parlare anch’io, pur non sapendo cosa dire e, soprattutto , cosa fare.

“È caldo qui dentro!” ripete mia madre.

“Quanta gente c’era al bar?”

Mille emozioni mi turbano e allo stesso tempo mi ammaliano.

Il carico è prezioso. Accendo e parto. Per dove, non lo so nemmeno io. Con la coda dell’occhio fisso nella retina i movimenti di mio padre, seduto dietro, che guarda fuori del finestrino. Indossa abiti troppo pesanti per la stagione, ma il suo aspetto è buono. Sembra incuriosito dal traffico, ogni tanto esclama di essere stato in questa o quell’altra città, quando faceva il militare. E sciorina ricordi datati, che sembrano vissuti l’altro ieri … Oramai mi sono abituata alla loro presenza. Decido improvvisamente di uscire al casello più vicino.

Li voglio portare al mare.

Sulla spiaggia si cammina a fatica, così propongo di toglierci le scarpe. Noto, con una stretta al cuore, le solite scarpe consumate e scolorite che però piacciono tanto a mio padre.

“Senti che venticello!” mia madre ha sempre odiato il troppo caldo e per fortuna la giornata sta volgendo verso le ore serali, il cielo si colora, accarezzato da qualche nube. Così, senza una meta, passeggiamo vicini alla riva, schivando i giochi dei bambini e qualche imbarcazione rientrata che mio padre è convinto di avere visto anche ieri; nelle orecchie il rumore della risacca. Mio padre, che non ho visto sorridere da tanto tempo, cammina con passo più spedito e ricorda a mia madre le scampagnate di gioventù, quando per loro il mare era una meta troppo lontana.

E poi tanti nomi dei vecchi amici, solo alcuni ancora vivi, si dicono. Qualche aneddoto curioso. Risate. Poi di nuovo gli stessi ricordi, ripetuti all’infinito. Li lascio passare avanti. Da dietro li scruto e libero finalmente qualche lacrima. Che si confonde tra gli schizzi dell’acqua, sollevati da un bambino mentre corre vicino a noi.

Ad un certo punto si voltano e, pur senza dire niente, sembrano chiedermi “Cosa si fa adesso? Dove andiamo? “

A qualche metro noto un ristorante sulla riva, sta aprendo per la cena. Il cameriere ci guarda, mentre sistema le sedie e prepara la tavola. Mi fa cenno di entrare, il posto è ancora tutto per noi. Mentre si accendono le luci ed un intenso profumo di pesce e patatine fritte si spande nell’aria, li aiuto a sedersi.

“Non siete di qua, vero?” chiede curioso il cameriere. Mio padre insiste che lui, comunque, lì c’era stato da giovane.

Arrivano alcuni turisti stranieri e prendono posto accanto a noi. Mia madre subito comincia ad imitarne l’accento; così tutti e tre ridiamo di gusto, perché mia madre è una persona allegra e spiritosa, nonostante l’età. Alla fine della cena mio padre insiste nel voler pagare a tutti i costi. Di fronte alle mie solite resistenze, m’infila una banconota in tasca. È tutta stropicciata, ancora in lire. Mi viene da sorridere ma, senza contraddirlo, la prendo e mi avvio per pagare con il bancomat, come al solito.

Quando torno, sulla tavola è rimasto solo il mio piatto, alcune patatine ormai fredde. Raccolgo automaticamente il golfino dalla sedia e mi fermo un attimo a pensare.

Mio padre e mia madre sono spariti. E stavolta la scena sembra ancor più improbabile di prima. La convinzione di essere giunta qua con loro non è sfiorata dal minimo dubbio.

“Tutto a posto?” il cameriere mi vede perplessa e vorrebbe aiutarmi. Certo non posso chiedergli chi c’era prima con me, mi prenderebbe per matta. Mi ricompongo, gli porgo il piatto, accosto la sedia e velocemente lo saluto, prima di andarmene.

È quasi buio. Riprendo l’autostrada, controvoglia. I ricordi tornano, prepotenti. Abbasso i finestrini, quasi per farli volare via. Nemmeno la musica a tutto volume riesce a sovrastarli. Mi autoconvinco poco a poco che è stato tutto un bluff della mente: un inganno dolce, sulla strada che porta al paese di mia madre. Che non esce più di casa dalla scorsa estate.

“Come sta andando il viaggio?” la voce di Lorenzo, al cellulare, mi richiama alla realtà. Decido che non posso raccontargli i miei turbamenti, l’incontro eccezionale.

“È successo qualcosa? Stai bene?” incalza.

“Sì, sì, tutto a posto … ancora pochi chilometri e sono da mia madre. Ho fatto una piccola deviazione al mare… per prendere un po’ d’aria.”

“Ah! Allora bene! Ci sentiamo quando sei arrivata. Bacio.”

Chiudo la telefonata ancora incerta se gli racconterò mai quello che ho vissuto, o meglio, che mi sembra di avere vissuto. Finalmente arrivo al casello. Tra poco lascerò l’autostrada e le sue sorprese. Inserisco il biglietto e prendo, come al solito, il bancomat per il pagamento. Inserisco anche quello. Ma dalla fessura la carta fuoriesce, non viene accettata.

“Tessera non valida”.

Riprovo. Niente da fare.

Con una certa frenesia mi giro per cercare allora nel portafogli il denaro per il pagamento. Ed è a questo punto che fuoriesce dalla tasca una banconota, in lire, un po’ sgualcita.

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Francesca Plesnizer

    Davvero un bellissimo racconto, commovente, intimo, per nulla scontato. Scritto in maniera impeccabile, le parole ti trasportano senza essere troppo ingombranti. Complimenti!

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  2. Valeria

    Sono seduta e mi stanno scorrendo lacrime sul volto. È davvero delicato, avvincente. Un bel regalo aver vissuto l’ esperienza, una grande consolazione.

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