Senza alcuna speranza, un giorno alla stazione di Napoli

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Si muove cauto, trascinando le gambe, come stesse accennando ad un passo malfatto di “moonwalk”; ballerino senza talento, lì a ricordare che Michael Jackson non c’è proprio più. Compie due o tre giri, quasi in circolo, aprendo la bocca e poi subito richiudendola, lasciando fluire un verso stravolto.

Finalmente, una signora si alza e si allontana, cedendo il suo posto. A lui non sfugge, quel movimento, e, divenuto lesto come un ghepardo, si abbandona esausto su quel seggiolino.

Si guarda un po’ attorno. Forse non vede neppure bene. Gli effluvi, che si sprigionano dal suo corpo corroso, sono di alcol e di ricordi stantii. Mettersi a sedere su quella panchina non gli basta, vorrebbe compagnia. Così imbastisce un discorso bislacco, rivolto al signore che gli sta accanto. La bocca si apre e si chiude, lasciando intravedere il suo unico dente che, scuro, sbatte incauto contro l’arido labbro. L’uomo sta leggendo un libro, e non lo degna di attenzione.

L’aria condizionata è un toccasana, in una giornata calda come questa. I treni partono e arrivano, fra la confusione generale. La gente transita, e poi se ne va.

Mai la stessa, eppure sempre così comune.

Solo lui ha quell’appuntamento fisso. D’estate e d’inverno, per motivi inversi, trova riparo ormai da tanti di quegli anni che non vale nemmeno più la pena contarli.

Ora il suo corpo sta immobile, raccolto in una sola postura. La mano gli regge la testa, finché l’occhio pian piano si chiude. I pochi capelli, ribelli e sfuggiti di lato, più che del pensatore gli infondono un’aria surreale. Come fosse un fantoccio, abbandonato a se stesso, di cui nessuno si cura. Uno di quegli spaventapasseri, lasciati a marcire nei campi, quando ormai non è più tempo.

L’altoparlante lo fa trasalire. Il Frecciarossa, partito da Venezia alle 16 e 45, è in arrivo sul 1° binario. Allontanarsi dalla linea gialla.

Eppure, dovrebbe averci fatto l’abitudine! Evidentemente, c’è ancora qualcosa che lo colpisce e cattura la sua attenzione. Lo stordimento non deve essere totale, sebbene così sia anche peggio, poiché la coscienza, rimanendo latente, lo porta talvolta a rendersi conto. Della vita che conduce; di quel che è diventato. Di tutto quello che ha perso.

Forse, fra qualche anno, l’alcol, l’incuria e la malnutrizione avranno fatto il loro corso. E allora non sentirà più niente e così sarà tutto risolto.

All’improvviso, un cane sfugge alle cure di una ragazza e, fra fischi di treni e schiamazzi di folla, giunge con baldanza proprio fino ai suoi piedi. La mano rugosa raggiunge ed arruffa quel pelo; gli occhi si incontrano. Ma è solo un istante, e la ragazza lo ha già riacciuffato, prima che quell’unico dente si sporga di nuovo e pronunci parole che nessuno capisce.

Quando viene la sera, lui è ancora lì. Apre una borsa di cenci, e ne fa sortire un cartone ripiegato con cura. La coperta, logora, non gli serve. Anzi, dove andrà adesso, farà anche troppo caldo. Con le saracinesche abbassate e la città che dorme, si accascerà a ridosso di un muro, accanto ad un negozio chiuso. E cercherà di ripararsi, col cartone, almeno la testa.

Non saprà mai che qualcuno, colpito, lo ha osservato a lungo. Protagonista ignaro di un racconto qualunque. Attore di una storia che va ad alimentare le lunghe fila degli “ultimi”.

Sarà lì, alla sola luce dei suoi vaneggiamenti, che prenderà sonno, fino a ritrovare le energie necessarie per affrontare un nuovo giorno.

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