Se i popoli si conoscessero meglio…

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Nei drammatici momenti seguenti la mattanza sul lungomare di Nizza il 14 luglio 2016, alcuni studenti di Torino entrano in un condominio e cominciano a bussare a tutte le porte per trovare rifugio. Sono in preda al panico, non sanno bene cosa stia accadendo e temono che gli attentatori possano essere ovunque. All’improvviso una porta si apre ed appaiono una donna con il velo islamico e il marito di chiare origini arabe.

Cosa avremmo fatto noi in quella situazione? Probabilmente ciò che hanno fatto i ragazzi torinesi: non entrare e rimanere sul pianerottolo. Ossia, anche noi, in quella circostanza di forte paura e tensione, avremmo interpretato i segnali somatici ed esteriori di quelle persone come potenziali segnali di pericolo: velo islamico e arabi = terroristi.

Certo, quei ragazzi avrebbero potuto ragionare e concludere che la percentuale di arabi (o musulmani) che sono terroristi è minima e l’uguaglianza scritta sopra è tutt’altro che vera (in effetti i ragazzi sono poi entrati in casa e tutto è finito bene , vedasi foto all’inizio dell’articolo). Ma in una condizione di paura è difficile usare la logica e molto più facile comportarsi ascoltando l’istinto e lo “stomaco”.

Ci attende un futuro militarizzato? È assai probabile

Ci attende un futuro militarizzato? È assai probabile

Purtroppo credo che l’episodio appena raccontato rappresenti molto bene il futuro che attende l’Europa (e, in generale, il mondo occidentale): comunità ben separate, progressiva militarizzazione delle città, controlli ossessivi, attentati, continua tensione, costruzione di muri (reali o meno) e crescente tentazione di cedere alla paura e all’intolleranza verso “l’altro”. In altre parole il nostro futuro in Europa assomiglierà ogni giorno di più ad Israele, dove le divisioni tra “noi” e “loro” sono estremamente nette e definite da muri di ogni tipo.

Diceva Ennio Flaiano, geniale scrittore e sceneggiatore: “Se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più”. Credo che quest’amara ed iperbolica affermazione sia purtroppo assai vera. È facile non essere razzisti quando l’”altro” è distante, mentre diventa estremamente complicato accettarlo quando è a fianco casa nostra. È semplice pontificare sulla necessità e bellezza dell’integrazione, quando questo sforzo non è richiesto a noi; ben diverse sono le nostre opinioni e azioni quando chi ha una religione, pelle, abitudini diverse dalle nostre si scontra o, nel migliore dei casi, confronta con le nostre. La cultura ed i costumi indiani sono interessantissimi, ma quando gli indiani cucinano proprio sotto il balcone di casa nostra, il nostro giudizio su di essi cambia drasticamente…

L'integrazione della comunità nera negli USA è ancora un miraggio

L’integrazione della comunità nera negli USA è ancora un miraggio

L’”altro” e il “diverso” ci creano “naturalmente” fastidio e rigetto e, conoscere ed approfondire questa diversità, non aiuta ad accettarli o tollerarli. Istintivamente continuiamo a rifiutare chi non è come noi. Per vivere a fianco alla diversità sono necessari continui sforzi ed educazione. E questo impegno intellettuale diventa ancora più gravoso in un clima di crescente insicurezza e paura come quello che stiamo vivendo. Al punto che, credo, sia qualcosa che va al di là delle capacità della nostra società. L’integrazione è un miraggio che ben difficilmente si realizza. È emblematico osservare ciò che accade negli Stati Uniti d’America, dove la comunità nera è ancora discriminata ed emarginata. È sufficiente un diverso colore della pelle per costruire barriere, per non volersi mischiare, per creare sistemi educativi, urbanistici, sociali in cui sia netta la divisione.

Il cibo esotico è buonissimo; basta però che non cucinino nel nostro condominio...

Il cibo esotico è buonissimo; basta però che non cucinino nel nostro condominio…

Come pensiamo realisticamente di reagire, in un crescente clima di paura, agli inevitabili spostamenti di popolazioni non europee verso l’Europa? Sarebbe certamente bello avere la lucidità e la lungimiranza per mettere in atto intelligenti strategie di accoglienza ed integrazione. Nella pratica, prevarrà la soluzione più semplice, immediata e dettata dalla paura ossia quella della divisione e delle barriere, così come gli esempi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia ed Israele (per non voler arrivare fino a tutte le società coloniali) ci inducono a pensare.

Prepariamoci dunque, a prescindere dalla frequenza dei prossimi attentati, a città con quartieri, dove nessun “bianco occidentale” metterà mai piede, a scuole e università inaccessibili ai migranti o figli e nipoti di migranti, a ristoranti, hotel e intere zone urbane frequentate da persone etnicamente ed economicamente ben omogenee. E quindi, inevitabilmente, a barriere che impediscano un facile passaggio da un ambiente all’altro.

Non è difficile prevedere contesti politici in cui le derive politicamente xenofobe e radicali diventeranno sempre più frequenti, mentre la tolleranza e l’uso della razionalità sempre più impegnative. La confusione e le contraddizioni sono e saranno il nostro pane quotidiano. Perché anche le soluzioni apparentemente più drastiche (“mandiamoli tutti a casa loro!”, “sterminiamoli tutti!”) sono semplicemente irrealizzabili e non solo per motivi etici, ma anche meramente pratici dato che le nostre economie e il nostro stile di vita dipendono strettamente dalla presenza di persone disposte a svolgere lavori che “noi” non siamo disposti a fare. Anche in questo caso, l’esempio di Israele che mantiene a distanza, ma non può fare a meno del lavoro dei palestinesi, è lampante.

Ci attende un futuro fatto di muri e barriere? È assai probabile

Ci attende un futuro fatto di muri e barriere? È assai probabile

Per decenni, noi europei e soprattutto noi italiani (britannici e francesi stanno sperimentando queste situazioni da più tempo) ci siamo illusi di poter tenere a distanza il “diverso” che, nella fattispecie, prende le forme del musulmano migrante, ma le condizioni economiche, sociali e militari in parte da noi stessi generate, rendono quest’illusione più che mai irrealizzabile. Ed ora che “l’altro” è qui, nelle nostre strade, ora che lo conosciamo, la nostra risposta è e sarà quella che purtroppo ha contraddistinto quasi sempre la storia della specie umana : divisione e rigetto.

È certamente vero che, seppure tra inciampi e cadute, la storia dell’homo sapiens è una storia di avanzamenti e progressi sociali, economici, ecc.: in molte parti del pianeta, ad esempio, non esiste più la pena di morte ed anche i peggiori assassini hanno diritto da un processo. Tuttavia, se mai l’homo sapiens darà prova di poter convivere proficuamente e felicemente con l’”altro”, quel momento è purtroppo ancora lontano.

 

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