L’arte di coltivare …l’Europa

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E’ arrivato luglio, i cambiamenti climatici almeno in questa parte di mondo ci stanno dando una tregua ed è iniziata una bella estate, calda per vocazione e senza eccessi. A luglio nell’orto occorre soprattutto ricordarsi di innaffiare, meglio al mattino presto o a sera, e sradicare erbacce e piante infestanti, io non farò altro oltre a raccogliere ancora fragole e i primi pomodorini e suggerisco, a chi può, di oziare, leggere, andare altrove, poco importa dove, poco importa che sia un luogo fisico o della mente, l’importante è raggiungere periferie di pensiero e di azione, rispetto al nostro quotidiano, dove coltivare una passione antica dell’essere umano, l’esplorazione e la scoperta.

Io andrò al mare in Croazia, dove ritorno con grande piacere per il quarto anno consecutivo, paese che ho imparato ad apprezzare perchè fonde tutto ciò che amo del Mediterraneo e dell’Europa, mare, storia, cultura, azzurri infiniti, bianchi accecanti, verdi magici… il frinire delle cicale. Un pò Grecia, ma più dolce. Un pò Costa Azzurra, ma meno scintillante.
Quando ero bambina appena finita la scuola si partiva per la Puglia. Fino a Bari percorrevamo centinaia di chilometri di autostrada di infinite sfumature di grigio che da Rimini in poi esplodevano in improvvise visioni di mare da togliere il fiato. A Bari l’autostrada terminava ed iniziava una super strada che correva fra gli uliveti e costeggiava lunghissime spiagge. La sosta obbligata, prima di giungere a destinazione, era presso uno dei baracchini che vendevano fichi, freschi e buoni come non li ho mai più gustati, profumati e dolci si scioglievano in bocca e nel mio ricordo di oggi…

Giunti in Puglia il frinire delle cicale, i bianchi accecanti degli intonaci degli edifici, gli azzurri in ogni sfumatura del mare, il verde degli ulivi, dei pini, dei fichi non ci abbandonavano fino al ritorno a casa. Crescendo e viaggiando ho ritrovato lo stesso frinire di cicale, gli stessi bianchi, gli stessi blu e i verdi, gli odori e i sapori nelle più sorprendenti declinazioni, in Grecia come in Portogallo, in Spagna come in Italia, in Francia come in Croazia, espressione e memoria di un passato comune e di una comune vocazione alla bellezza e all’arte di vivere.

Mentre scrivo e guardo fuori dalla finestra non vedo il mare e bianche architetture mediterranee (come potrei nel centro della pianura padana del resto?) ma sento le cicale frinire.

Quando finirò di scrivere andrò a fare un giro in bicicletta, mi perderò in distese verdi, un verde che in luglio risulta sbiadito rispetto alla primavera, quando rinasce dopo il torpore invernale, ed è così verde da far assomigliare la campagna lombarda alla dolcissima campagna inglese. Se in bicicletta mi spingo oltre la pianura arrivo in Valtrebbia ( la più bella valle del mondo secondo Hemingway, forse) le cui colline ricordano quelle toscane o della Provenza, quelle umbre o alsaziane.

Mentre le cicale continuano a frinire, io continuo il mio viaggio ideale: a poche centinaia di metri da casa mia corre la Via Francigena, a piedi verso sud potrei giungere fino a Roma, verso nord potrei arrivare a Canterbury sulle orme dell’arcivescovo Sigerico che nel 990 dalla città inglese si recò nella cittá eterna per ricevere il Pallio della propria investitura dal Papa. Da anni il cammino di Sigerico é stato riscoperto ed é percorso da centinaia di pellegrini di ogni etá e provenienza. Nel breve tempo di un viaggio in auto o in treno o in aereo non è possibile cogliere come queste terre che compongono il mosaico dell’ Europa degradino l’una nell’altra fondendosi in un   intimo abbraccio comune, invece a piedi o in bicicletta la profonda verità che da vicino, lentamente, ci assomigliamo più di quanto non siamo diversi si delinea in tutta evidenza.

Ero in Croazia il giorno in cui è entrata a far parte dell’Unione Europea. Ricordo i festeggiamenti, trovai commovente quel grande sincero entusiasmo che io stessa avevo provato tanti anni prima, al primo viaggio senza frontiere, un sogno che si realizzava per loro come era stato per me. Oggi credo che l’architettura istituzionale europea debba essere ripensata e ricostruita, non intorno ad una moneta imposta surrentiziamente da un consorzio di banche e lobbies finanziarie, ma intorno ad una nuova idea di Europa come patria comune di tutti gli europei. Da qui dobbiamo partire e qui dobbiamo ritornare.

Dobbiamo ripartire da ciò che ci accomuna e che, se si attraversa il continente con lentezza, da nord a sud, da est a ovest, impolverandosi scarpe ed abiti si riscopre: lingue, paesaggi, fisionomie, architetture, abitudini, tradizioni e feste che degradano e scivolano le une nella altre, dalle coste atlantiche a quelle mediterranee, dalle colline italiane a quelle francesi, dalle montagne francesi a quelle austriache, dalla parmigiana italiana alla moussaka greca, dalle crepe francesi alle palacinche croate, dalle frittelle italiane ai Kaiserschmarren tedeschi, dai vini ai formaggi. Al di là delle evidenti differenze a chi non è capitato, con meraviglia e gioia, di cogliere intime somiglianze, ataviche consonanze, profonde affinità di colori, sapori, umori?

L'Europa vista dal satellite.

L’Europa vista dal satellite.

Dobbiamo ricominciare a pensare all’Europa come una Patria e una Patria non può e non deve essere un sistema di regole alla base di una subdola unità monetaria gestita da tecnocrati e contabili al guinzaglio di un consorzio di banche.

Un episodio significativo, espressione innegabile di questa intima somiglianza, fu la tregua di Natale del 1914. Si combatteva ormai da alcuni mesi, arrivó il Natale, il primo dall’inizio della grande guerra. Il Natale era Natale per ogni combattente, di ogni fazione. Fra le trincee avversarie iniziarono dei lanci, non di granate, ma di sigarette e cioccolata, si intonarono canti e levarono auguri e i soldati uscirono dai propri rifugi e fraternizzarono. Ci furono abbracci, scambi di piccoli doni e foto e reciproche promesse di non spararsi più addosso. Questi episodi si verificarono lungo diversi fronti coinvolgendo migliaia di soldati. Questi episodi furono condannati dalle alte gerarchie militari e portarono al trasferimento in massa delle truppe e ad un ricambio frequente e programmato dei soldati proprio per evitare possibili nuove fraternizzazioni. Ciò che accomunava quei soldati aveva avuto il sopravvento su quanto li divideva.

Siamo un’appendice frastagliata e modesta di terra che dall’Asia si allunga verso l’oceano ad incoronare di valli, montagne, pianure e colline il più bel mare del mondo: il Mediterraneo. Siamo valori e tradizioni e cultura comuni, quegli stessi che negati ci hanno portato ad insanguinare le nostre terre per centinaia di anni in guerre fratricide, quegli stessi che ritrovati ci hanno portato a costruire insieme gli ultimi 70 anni di pace nel nome dei nostri padri e del sogno di una Patria comune di popoli affini con tanti cuori e tante anime, ma cuori che battono all’unisono e anime che declinano sfumature degli stessi colori.

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Chi lo ha scritto

Maria Grazia Giordano Paperi

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Nata a Lodi, ha vissuto numerose vite quasi sempre fra le due sponde del Po, quella lodigiana e quella piacentina. Ha svolto studi classici presso il Liceo Ginnasio "M. Gioia" di Piacenza, si è laureata in giurisprudenza presso l'Università degli studi di Parma. Scrittrice, poeta, ghostwriter e ghostcreative, ha esordito come autrice nel 2012 con il romanzo "E poi madri per sempre" (Edizioni Compagine), nel 2015 è uscito "Pufulet. L'asinello di Santa Lucia" (Edizioni Gutenberg). Convinta ambientalista si sposta quasi esclusivamente sulla sua bicicletta "La Poderosa", ama leggere, viaggiare, fotografare, andare al cinema, coltivare l'orto.

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