La parola perfetta

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Si ritrovò con un diario davanti, nel mezzo di un tempo ove si viaggia lungo una linea sperimentando confusione, entusiasmo, desiderio, timore, ove le certezze esterne si riducono, fino quasi a crollare, e si avverte la necessità di rifugiarsi all’interno di un’area sicura, protetta e protettrice, sede di una forza interiore impermeabile agli attacchi della realtà esterna.

"La figlia della tigre". Il libro della vita in movimento

“La figlia della tigre”. Il libro della vita in movimento

Si inizia da una pagina, da una singola parola,  susseguita poi da mille altre fatte di amore, nostalgia, ricordo, passione, malinconia, folle desiderio, dolcezza. Parole proprie che raccontando richiamano scene passate  che, seppure mai più potranno essere vissute, hanno stabilito forse un percorso e impresso un segno di conforto indelebile e riconoscibile. La parola iniziale si propone così come  una scintilla che permette a quella prima pagina di uscire dall’anonimato del suo bianco pallido, acquisendo forza, spessore, significato.

E scrisse, senza alcuna riflessione, senza una logica apparente, quasi uno sfogo personalissimo, come la rivincita di una volontà che si scontra con l’imprevedibilità della realtà circostante: “Le domeniche aspettando l’estate, armati di cesti enormi, prontissimi per la grande raccolta di more, con il premio finale destinato a chi ne raccogliesse di più e più velocemente. E quelle more poi finivano in pentola con zucchero e acqua e ribollivano non so più per quanto tempo. Così, si affilavano colazioni dolcissime, con il pane e il latte caldi. Forse percorrerò un giorno la stessa strada, fino alle more, me credo priva di quei grandi cesti. E le sere d’estate in riva al mare, con i falò molto spartani come fonte di luce e calore a cantare, sempre le stesse canzoni, aspettando mezzanotte, quando ci si toglievano abiti e bracciali e anelli e si andava incontro a quel mare buio, calmo, caldissimo, e si restava a mollo, anche con un lieve senso di vergogna nel mostrare ai pochi presenti le proprie nudità  al di fuori dei momenti della giornata estivi onde sembra lecito farlo.

I profumi provenienti dalla piccola cucina chiusa rigorosamente per antiche gelosie della nonna, la quale esigeva il potere assoluto per la scelta e l’elaborazione dei piatti. E si aspettava sul divano, ridendo davanti ai film comici, impazienti per lo stomaco vuoto e quell’acquolina che tali profumi  provocano. I film di Pasolini guardati di notte, al buio della sala, presi gratuitamente in prestito in quella piccola biblioteca al centro. Un’attività interrotta, forse senza alcuna ragione, forse perché così accade, forse perché esistono cose che provocano una sorta di ossessione passionale, ma dalla durata ridotta.

 

Il mare, sempre lo stesso, anno dopo anno

Il mare, sempre lo stesso, anno dopo anno

I momenti in solitudine nella mia  stanza danzando davanti allo specchio, di nascosto dagli sguardi esterni. E il mare che si apriva sulla destra, e il naso schiacciato sul finestrino con gli occhi spalancati e meravigliati da un’immagine che si ripeteva uguale a se stessa ogni anno. Le serate adolescenziali trascorse intorno ai tavoli di legno rettangolari mangiando fantastici panini, ingarbugliate da discorsi speranzosi  tipici di quella fase della vita in cui ogni cosa sempre possibile, realizzabile, raggiungibile. Poi giunge lo scontro con la vita vera, crudele, ingannatrice, romantica, complicata, ma forse quello spirito sognatore non riesce a tramontare.

Le lunghe passeggiate per la campagna, le risate di sottofondo, il verde profumato delle colline intorno decorato con il bianco dei fiori di mandorlo. E quell’albero, ad un passo dal cancello; i pomeriggi trascorsi sedute sul muretto di cemento, armate da sassi di varia grandezza a riempirci lo stomaco con le mandorle sgusciate, quando non frantumate per colpi eccessivamente violenti. La sabbia bollente che si avvertiva mentre correndo si raggiungeva la riva per tuffarsi in mare e  restare a mollo, nuotando, schizzando l’acqua, con la paura costante di venire attaccata dalle meduse, e le lacrime di disperazione al richiamo della mamma, dopo un’ora dal primo tuffo, con le dita ormai completamente cotte dalla salsedine.

Le mille parole, le infinite pagine, la sequenza confusa

Le mille parole, le infinite pagine, la sequenza confusa

Il gelato alla nocciola, alla cioccolata e alla fragola. La fragranza dei biscotti che nel forno si cuocevano, dopo il divertimento nell’impastare uova, farina, zucchero; consapevole che non si potrà ottenere lo stesso risultato senza  “l’occhio” della nonna, nonostante si pesino con estrema pignoleria i vari ingredienti. Le uscite in bicicletta, e poi con il motorino azzurro, i pomeriggi  del sabato a farsi belle davanti allo specchio, per dare inizio al rituale dell’uscita notturna, le sere invernali trascorse al cinema, e le lacrime, i sorrisi, le emozioni, i ricordi in parte condivisi all’uscita. I giorni di studio matto senza sosta per arrivare preparata agli esami, quella paura, la stessa di ogni volta, la stessa di sempre. La bontà infinita delle caramelle Rossana….credo che mai e poi mai esisteranno caramelle tanto buone. E gli abbracci, e i rifugi dietro le gambe della mamma, e le attese, le promesse ascoltate, quelle mantenute, in bilico, e che forse mai raggiungeranno un verdetto finale.  I sogni, quelli a occhi aperti, consolatori, entusiasmanti, carichi di speranza, di una volontà di riscatto e di rivalsa. Sogni forse lasciati all’epoca che ne è stata la causa e l’ispirazione, seppure resti la volontà di trovare nuovamente uno stimolo per poterli incontrare nuovamente.

La settimana a Parigi, le baguette farcite di ogni cosa vendute nei carretti lungo le vie del centro, le lunghe camminate, i video, le foto, i mercatini dei vicoli che portavano alla chiesa del Sacro Cuore, la camera 22 e la promessa di tornare nuovamente nel 2029: forse chissà, magari è ancora possibile”

Non si mette un punto, ma si resta in sospeso, perché non esiste un’interruzione, non esiste una logica, non esiste la scansione che la punteggiatura definisce con estremo dettaglio. Non c’è  consequenzialità, non nella sfera dei ricordi, non quando ci si muove lungo una linea che attraversa anni, secondi, cosi da ridurre una vita complessa a punti fermi, momenti sfocati, sapori, piaceri, sentimenti, sorrisi, quelli che sono rimasti impigliati e che difficilmente potranno essere cancellati  dal tempo che passa.

"...nel limbo delle cose sospese..."

“…nel limbo delle cose sospese…”

È amore, seppure non presente. Forse è nostalgia, benché poi non tutto si vorrebbe rivivere ancora, ad eccezione del piacere provato. Si potrebbe parlare di malinconia, che  necessariamente accompagna il senso di incertezza e forse di paura e che irrazionalmente chiude le porte al futuro, l’immaginabile futuro, considerato come fonte  di possibili delusioni. È vita, sicuramente, è vita trascorsa, è vita che continua, nonostante attraversi un momento di decelerazione. È un romanticismo che nasce dalla volontà di prendere il controllo, fregandose di quanto accade al di fuori, per ricongiungersi con ciò che resterà, sempre, in ogni caso.

 

Fin quando dopo un tempo quella certezza si presenta nuovamente, all’improvviso, in una notte, senza alcuna sensata giustificazione e senza un progetto definito. E forse l’animo umano, seppure dannatamente bisognoso di essere stuzzicato da un’atmosfera esterna caotica e squilibrata, nei momenti di armonia e sicurezza ritrova in parte la sua pace. Si chiude così  quel diario di parole scritte alla rinfusa, cercando di godere del  battito regolare che tale fase di stabilità, forse passeggera, può provocare.

Si raggiunge una terra nuova dove qualcuno ha voluto accoglierti, e nonostante i trambusti, gli stordimenti, le fasi incantatrici e travolgenti, si presenta come una zona di tranquillità e di riposo. La  parola “futuro”, con la sua bizzarra imprevedibilità,  così viene nuovamente accettata; la fantasia a tratti riemerge e nel farlo simboleggia un arresto della paura che l’incertezza trascorsa suscitava.

Accade poi, senza una ragione, almeno non manifesta, di tornare nuovamente davanti al bianco di quelle pagine, ma senza più argomenti per raccontarsi nuovamente. Perché  c’è di fatto una scansione temporale con cui il nostro essere viene alterato o in ogni caso influenzato  da sollecitazioni nuove, le quali a volte possono limitare ciò  che precedentemente sembrava facilmente realizzabile.

Un giorno poi si decide di  prendere l’aereo per una breve fuga nella grande metropoli di San Paolo; si arriva, si conosce gente nuova, si chiacchiera, si ritrova la vita in movimento tra disegni, colori, la luce viva della domenica, il traffico, le serate in compagnia, le bancarelle decorate che rifilano ogni genere di oggetto e di leccornia. Si ritrova quella stessa emozione passata e quel senso di rivalsa e di voglia di sé davanti alla poesia di Haroldo de Campos, scritta in azzurro su un pannello appeso alla parete. Una poesia, un solo unico respiro, profondo, che prende inizio da una E e prosegue senza sosta, come la stessa vita che si configura come un perenne viaggio, dove l’unico fattore importante è la partenza e non il viaggio in sé, che  racconta imprimendo su infinite pagine, con la consapevolezza di iniziare mille e mille volte, e forse di non giungere mai.

Poesia di Haroldo de Campos, San Paolo, Casa das Rosas

Poesia di Haroldo do Campos, San Paolo, Casa das Rosas

In quella parete risuona una parola nuova, la sola che sia in grado di esprimere esattamente la mancanza, il desiderio di ritrovarsi felici, il ricordo degli amori passati, di quelli voluti,  di quelli corrisposti o sofferti. La curiosità del presente, degli incontri che incantano, con quella sensazione di aver vissuto sino a quel momento ricercandoli, accompagnata da una sorta di nostalgia nascente perché quell’attimo presente evoluirà, procedendo verso un futuro indefinibile che trasforma, modifica, aggiunge e cancella. È un’emozione che non abbandona mai, attraversando fasi di certezza, caos, rivoluzione, tra solitudini, interrogativi, pause, arresti, cadute, salite. Esprime la mancanza, la passione, la sorpresa, la tristezza. Non ha tempo, non ha collocazione, non ha fine e non ha inizio. È la nostalgia di quanto fu, è il timore di restarne privi, è la folle ambizione di incontrare quanto ancora non si sperimenta. È la sola parola, intraducibile, questa saudades brasiliana che  allevia, nomina, definisce, racchiude in una grande cornice ciò che prima veniva confuso con mille espressioni differenti. Il termine esatto, che da solo interpreta le tante parole scritte su quel diario, che si pone come possibile inizio del viaggio, come legame, congiunzione, punteggiatura, come quella pagina bianca pallida ancora da riempire, come il tratto della penna che veloce si muove tra le righe del foglio. La saudades che ho, che avevo prima ancora di sapere che esistesse, quella che ha accompagnato le scoperte in una terra nuova, che decreterà la fine di una nuova epoca, quella che parla di me, lasciando in ogni caso un margine di errore, di deviazione, di cambiamento:

Clarice Lispector

Clarice Lispector

Não me deem fórmulas certas, por que eu não espero acertar sempre. Não me mostrem o que esperam de mim, por que vou seguir meu coração. Não me façam ser quem não sou. Não me convidem a ser igual, por que sinceramente sou diferente. Não sei amar pela metade. Não sei viver de mentira. Não sei voar de pés no chão. Sou sempre eu mesma, mas com certeza não serei a mesma pra sempre.”

“Non assegnarmi della formule esatte, perché non ho la speranza di fare sempre la cosa giusta. Non mostrarmi quello che speri da me, perché io seguo semplicemente il mio cuore. Non farmi essere quella che non sono. Non invitarmi a uniformarmi, perché io sono differente. Non riesco a amare a metà. Non riesco a vivere di menzogne. Non so viaggiare con i piedi tenuti a terra. Sono sempre io in fondo, ma sicuramente non potrò mai essere sempre la stessa” (Clarice Lispector)

E nel finale le parole di lei, di Clarice Lispector, la sua “Sinto saudades”, da ascoltare e leggere, che esprime sicuramente meglio di me la meraviglia di questa parola, incontrata forse ancor prima prima di essere capace a pronunciarla.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Adriana

    Sei stupenda, Costanza. Testo scritto con l’ anima. É possibile conoscere una persona dai suoi scritti. Io ti conosco.

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