Un reddito per tutti: intervista a Daniel Raventós

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Com’è stato messo in evidenza da alcuni recenti studi sul tema (si veda questo articolo di Fortune), la sostituzione dell’uomo da parte delle macchine è ormai realtà, ed entro pochi decenni le professioni a più basso contenuto intellettuale saranno completamente svolte da robot. Nonostante la possibilità di “liberare” finalmente milioni di persone dal giogo di occupazioni alienanti (auspicabile sarà quindi un sistema scolastico in grado di preparare le nuove generazioni a questa libertà professionale, dove chiave saranno originalità e maggiore coscienza di sé), uno dei probabili effetti a medio termine di questo cambiamento tecnologico sembra essere un aumento del numero di disoccupati, soprattutto tra i lavoratori meno qualificati. Conseguenze facilmente prevedibili, un ulteriore incremento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito oltreché un aumento dell’instabilità sociale.

A colpire poi le fasce più deboli non contribuiscono solo le nuove tecnologie ma anche le conseguenze di una globalizzazione incontrollata. Come fanno notare Zygmunt Bauman e Luciano Gallino, oramai un’impresa è in grado di muoversi indisturbata da un paese all’altro lasciando lavoratori e governi senza possibilità di far valere le proprie ragioni; pena, il trasferimento della sede in luoghi meno “riottosi”.

Daniel Raventós

Daniel Raventós

Le potenze occidentali si trovano così a competere con nazioni dove i salari sono di gran lunga inferiori e il lavoro precario, vedendosi costrette a una riduzione dei diritti per ridare appetibilità alle loro economie (si pensi all’articolo 18 in Italia e a cosa sta accadendo in questi mesi in Francia). A pagare per questi squilibri nei mercati globali del lavoro soprattutto giovani e persone meno qualificate, con conseguente inasprimento del divario tra i redditi. Difatti, mentre una parte della popolazione si arricchisce giovando della globalizzazione (oltreché, spesso, di regole di mercato favorevoli e non sempre corrette come ad esempio l’esistenza di paradisi fiscali), un’altra ben più numerosa scivola verso il basso della scala sociale, perdendo diritti e peso politico.

In un mondo sempre più interconnesso, progresso tecnologico e globalizzazione (per citare solo alcune delle forze in gioco) stanno cambiando regole ed assetti sociali in maniera difficilmente prevedibile. I governi sono quindi chiamati a far fronte a queste nuove sfide in maniera altrettanto originale; l’orientamento neoliberale abbracciato dai più non sembra però essere la risposta adatta.

In questo articolo viene analizzata una possibile misura di politica economica che si prefigge come obiettivo quello di garantire a ciascun cittadino una maggiore indipendenza economica riducendo inoltre diseguaglianza e povertà: il reddito di base. Assieme al professore di economia dell’Università di Barcellona Daniel Raventòs*, uno dei massimi esperti a riguardo, verrà chiarito e approfondito l’argomento.

“Salve professor Raventòs, potrebbe spiegarci cos’è il reddito di base?”

Il reddito di base è molto semplice da definire: è un’assegnazione monetaria incondizionata, a tutta la popolazione. A ciascuno viene garantita cioè una certa somma di denaro annuale, indipendentemente dal fatto che lavori o meno. Inoltre, poiché incondizionata, anche i più ricchi ne hanno diritto: attenzione però, questo non vuol dire che ci guadagnino. Attraverso una tassazione più elevata infatti si avrà nuovamente un bilanciamento tra soldi che ricevono e pagano. Abbiamo fatto una simulazione per tutto il regno di Spagna utilizzando due milioni di IRPF (l’equivalente dell’IRPEF italiano) e abbiamo dimostrato come sia possibile sovvenzionare un reddito di base uguale alla soglia di povertà dove il 20% della popolazione più ricco perde mentre il restante 80% della popolazione migliora la sua posizione attuale.

“Ci spieghi qualcosa di più a proposito di questo studio per favore. Il reddito di base è economicamente implementabile?”

L’idea che ha guidato il nostro studio è molto semplice: come dovremmo riformare l’imposta sul reddito delle persone fisiche affinché tutta la popolazione adulta ottenga un reddito di base pari a 7471 euro annui, cioè la soglia di povertà in Spagna al 2010? Attraverso una simulazione abbiamo dimostrato come, senza neanche toccare un centesimo per istruzione pubblica e sanità sia possibile sostenere la spesa per un reddito di base. Ovviamente ci sono dei tecnicismi su cui non mi dilungo ma comunque il risultato non è inficiato: questa assegnazione monetaria può essere implementata senza grandi stravolgimenti. Interessante è poi notare come l’indice di Gini, noto indice per misurare il livello di diseguaglianza di una determinata distribuzione di reddito, passi, qui in Spagna, dall’essere uno dei più ineguali a equiparare il valore di paesi come Danimarca o Svezia.

“A questo punto sono curioso di conoscere quali siano i principi che ispirano questa vostra proposta di politica economica…”

Quello che guida il sottoscritto ed alcuni colleghi dell’Università di Barcellona è il concetto di libertà repubblicana che ha in Aristotele uno dei suoi precursori: una persona non può essere considerata libera se non ha un’esistenza materiale garantita. Cosa sono un ricco ed un povero per un repubblicano quindi? In economia chiamiamo povero una persona con un reddito al di sotto della soglia di povertà. Soglia di povertà che è a sua volta definita come un valore pari al 60% della mediana del PIL pro capite. Per un repubblicano un povero è invece colui che non possiede risorse a sufficienza e “affitta” se stesso lavorando, senza avere altra scelta; questo individuo dipende quindi dagli altri per esistere socialmente. E i ricchi invece chi sono? Non specificatamente coloro che nuotano nell’abbondanza ma bensì quelle persone che possiedono un’esistenza materiale garantita e che conseguentemente non necessitano di altri per esistere socialmente, cioè di norma i proprietari. Un povero non è libero poiché, privo dei mezzi di sussistenza, è soggetto all’arbitrarietà di coloro che detengono il potere, che non sono altro che i più ricchi.

Daniel Raventós e Valentino Masucci, autore dell'intervista

Daniel Raventós e Valentino Masucci, autore dell’intervista

Recentemente anche Yanis Varoufakis ha espresso la necessità di un reddito di base per evitare in futuro una forte instabilità sociale. Cosa sta rendendo così impellente oggi la necessità di una tale misura economica?” 

Tra le prime motivazioni possiamo citare le politiche neoliberali e, più recentemente, di austerity che dagli anni ’70 in poi stanno drasticamente ridimensionando i nostri sistemi di welfare. Tieni presente che oggi non beneficiamo più di quel welfare state glorioso che ha caratterizzato gli anni ’50, ’60 e ’70. Infatti ciò che accade dagli anni ’70 in poi con i pionieri del neoliberalismo Reagan e Thatcher è una vera e propria controriforma ai danni dello stato del benessere. Da notare infatti una cosa interessantissima che viene spesso dimenticata: durante gli anni ’40 e ’50, e specialmente ’50 e ’60, negli Stati Uniti e nel Regno Unito i più abbienti pagavano una tassa marginale impositiva che poteva raggiungere il 90%, 92%, percentuali drasticamente diminuite dal ’70 ad oggi. Il processo di riforma neoliberale è stato poi ulteriormente accelerato a partire dalla recente crisi finanziaria e le conseguenti politiche di austerità. Qui in Spagna ad esempio le grandi rivendicazioni dei partiti di destra come ad esempio maggiore facilità di contrattazione, licenziamento e assenza di un salario minimo interprofessionale sono state tutte conseguite. Non è un caso quindi che Warren Buffett sia arrivato ad ammettere recentemente al New York Times che “c’è una lotta di classe, ok, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e sta vincendo”. Da aggiungersi poi i risultati di un recente studio di Oxfam secondo cui 62 persone in tutto il mondo possiedono la stessa ricchezza del 50% della popolazione mondiale; semplicemente qualcosa di assurdo. La solita giustificazione che ci viene offerta è che queste persone si sono arricchite tanto perché apportatori di grandi migliorie alla società. Però, quando sappiamo che dell’1% più ricco degli USA il 40% era già nato in famiglie con patrimoni maggiori di 1 milione di dollari tutto diventa più chiaro. È come cominciare una corsa di 100 metri e alcuni si trovano al metro 97. Già sappiamo chi sarà il vincitore. Quando parliamo poi del funzionamento di una economia, questo non ha niente a che vedere con la rapacità di questa minoranza e dei governi che sembrano ai loro ordini quando si parla di redistribuzione: si pensi all’esistenza dei paradisi fiscali e dei grandi vantaggi che la loro presenza porta ai più potenti. Queste persone giocano con regole diverse.

Ci sono poi altri problemi che sono sorti recentemente e rendono il reddito di base ancor più urgente. Mi riferisco alla meccanizzazione del lavoro, soprattuttoFoto 3 - Libro Raventos alla robotizzazione del lavoro. Secondo un famoso studio di Oxford infatti, entro pochi decenni circa il 47% delle professioni sarà svolto da robot. A breve mi giungerà poi un’informazione a proposito di un’altra ricerca dai risultati impressionanti: ad alcuni studenti del primo anno di informatica è stato chiesto di valutare la qualità delle risposte ricevute da un gruppo di professori. Tra questi docenti c’era anche un robot e tutta la procedura si è svolta online per evitare che gli studenti lo scoprissero. Sai chi è stato il professore più votato? Proprio il robot. Il robot è stato in grado di svolgere un lavoro altamente qualificato come rispondere alle domande di alunni del primo anno di università; il 95% delle risposte era poi correttissimo. Gli ingegneri che lo hanno programmato dicono inoltre che entro due anni questo robot sarà in grado di dare risposte anche agli studenti dell’ultimo anno. È sconvolgente.

“Quindi il reddito di base potrebbe essere sia un modo per ridistribuire la ricchezza che per far fronte a questo futuro di incertezza causato, tra le altre cose, dalle nuove tecnologie…”

Esatto. Il reddito di base potrebbe rappresentare, ovviamente assieme ad altre riforme economiche, un freno a questa situazione. E ancora, come dicevamo prima, attraverso il reddito di base riusciremmo a far sì che tutta la popolazione goda di un’esistenza materiale garantita: consegna 7481 euro all’anno a ciascun spagnolo e, ovviamente non è sufficiente per uscire a far festa tutte le notti, ma almeno permetti a ciascuno un’esistenza dignitosa. Questa è politica economica. Non c’è alcuna misura di politica economica che giovi tutta la popolazione o danneggi tutta la popolazione. Il reddito di base sarebbe quindi una scommessa a favore della popolazione non ricca. E nonostante sia una scommessa non credo il risultato sarà poi così negativo; già abbiamo visto infatti dove ci hanno portato decisioni opposte. Per una volta almeno possiamo provare a cambiare direzione.

 

*: Daniel Raventós Pañella (Barcelona1958) è un economista spagnolo. È dottore in Scienze Economiche e professore titolare del dipartimento di Teoria Sociologica, Filosofia del Diritto e Metodologia delle Scienze Sociali della Facoltà di Economia di Barcellona.

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