Il mondo è rotondo. Io sono rotondo. Io sono il mondo

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C’ero una volta io. Io e soltanto io, c’ero all’inizio e fino alla fine.

Il mio nome è banale come il nome di mio padre e ancor prima di mio nonno.

Mi chiamano Michele. Nell’essere Michele c’era pure mio padre e pure mio nonno.

Una tradizione di famiglia quella di chiamare il primogenito con il nome dei suoi avi.

I suoi importanti avi maschi. Maschi, capite?

Mi chiamo Michele e lavoro in una piccola edicola del centro. Vivo a Torino da quando sono nato, forse anche da prima visto il passaggio di nome. Magari prima d’essere questo Michele ero in mio padre e ancor prima in mio nonno e via così tornando indietro all’alba di tutti i tempi. Ma io, in questo Michele non mi ci sento per nulla a mio agio. Questo Michele che indosso tutti i giorni ha qualcosa di grossolano che stona con l’anima che mi porto appresso. Mi guardo allo specchio nel raccontarmi la storia della mia vita e posso sentir vibrare ogni singolo grammo di grasso che mi pesa sull’anima. E sulle gambe, sulle braccia, intorno al bacino, sulle guance anche. Sono obeso, un grande obeso, come mi ha definito il mio medico curante.

“Lei è un grand’obeso” m’ha detto il dottor Bernardi con la stessa espressione addolorata di mia madre quando finisce il latte. E quell’associazione di parole m’ha soffocato. M’ha preso alla gola e ha cercato di strangolarmi come farebbe un boa intorno ad un collo.

Solo il mio doppio mento ha potuto impedire che arrivasse alle vie respiratorie. E per questo gli sono grato, nel fondo del mio cuore. Ho guardato il dottore e m’è venuta voglia di rotolare su di lui, anzi meglio ancora, m’è venuta voglia di far scambio con lui per un secondo per capire quanta forza ha quell’uomo. Se ne ha abbastanza da spostare ogni singolo arto, ogni singolo pensiero, ogni singolo senso di colpa, ogni singola infelicità e anche ogni singola gioia.

E più si è grassi più la gioia si espande, più pesa.

Sono uscito dallo studio nei miei pantaloni giganti e nella mia maglia extra large con una spada di Damocle sulla testa, come se già non ci fosse abbastanza roba da portarsi dietro. Ci mancava solo la spada.

Bernardi ha iniziato a farneticare su qualcosa che ha creato uno strano moto dentro di me. Una vibrazione trans­cutanea e trans­spirituale. Ha parlato di apnea notturna.

Come se fosse qualcosa di cui dovrei essere a conoscenza, come se fosse un destino a cui non posso sottrarmi. Come se fosse felice nell’annunciarmi che a furia d’ingozzarmi avrei smesso di respirare improvvisamente durante il sonno. Il dottor Bernardi è sempre stato simpatico con me, di quella simpatia che nasce dalla falsa pietà. Nei suoi occhi sin da piccolo potevo vedere i riflessi della ciccia che mi stava inseguendo come una maledizione destinata a distruggermi. Una specie di blob fatto di grassi saturi e insaturi che usciva dalla sua pupilla contratta per il disgusto e cercava d’afferrarmi.

E per indorare la pillola mi regalava sempre delle caramelline colorate.

Come a dire “ti regalo questa caramella per ricordarti che nella vita sono gli altri che ti fanno felice, non sei tu”.

Da piccolo accettavo la caramellina e la ciucciavo con gusto, cadendo nella sua trappola. La trappola dell’essere il futuro malato che gli avrebbe dato di che mangiare.

Ora che non sono più un bambino, che non ciuccio più la verità dalle dita degli altri, penso: non sei tu, cazzo. Cazzo. Non sono io. E allora chi sono?

Sono io la mia barbetta incolta? Io i miei occhi marroni come la Nutella? Sono io la mia voce e la mia pancia rotonda?

Sono io o non sono io?

Al Dottor Bernardi devo parlargli chiaramente. Dirgli che se non sono io a farmi felice allora non ne voglio sapere niente dell’apnea notturna. Che se la tenga legata nella sua pupilla stretta come uno spillo. Non la voglio, come non voglio lui. Che me ne faccio di un dottore che al posto di farmi star bene mi fa stare male? La sento già l’ansia che monta e la fame che apre le sue fauci nel mio stomaco. Il dottore mica lo deve sapere che a dirmi così mi fa solo venir voglia di mangiare pure lui?

“Aveva ragione la nonna a dirmi che sarebbe stata meglio una mela oggi che un dottore domani” penso ad alta voce camminando verso l’edicola di via Montebello, proprio all’angolo, proprio di fronte alla Mole.

Quasi scoppio a ridere al pensiero che siamo due architetture diverse, eppure entrambe ci portiamo appresso una gran mole di roba. Ho sempre trovato ingiusto che gli sia stato dato questo nome… Mole… Potevano chiamarla Colei che buca il cielo, ad esempio, sarebbe stato molto più bello. Più accurato nel descriverla.

«La mela la puoi sempre tirare in testa al dottore» dice una voce alla mia sinistra. Sbuca dal nulla. Come se fosse comparsa quasi per scherzo, per farmi prendere un colpo.

Mi volto. E la vedo. È una donna giovane, con un bel sorriso e gli occhi grandi e grigi. I capelli scuri sono corti e leggermente mossi. La guardo per intero, cosa che non ho mai fatto con nessuno prima d’ora. Quando si è abituati a guardare solo la propria faccia si perde l’abitudine di osservare le cose per tutta la loro lunghezza e larghezza. E il suo corpo è normale. Normale. Ne grasso né magro. Con piccoli accenni della sua femminilità. Lei continua a sorridermi a denti scoperti.

Mi riscuoto dal mio torpore e muovo goffamente un passo.

Chino la testa e osservo il folto nugolo di chiavi dell’edicola.

«Le serve qualcosa? Un biglietto del bus? Un giornale?» dico, e poi continuo in risposta al suo silenzio: «Le serve un accendino?»

La sconosciuta mi guarda fisso e poi scoppia a ridere. E la sua risata risuona nei miei ricordi, ma l’agitazione prende il sopravvento e smuove i miei organi creando una risonanza che quasi mi ricorda il panico. Respiro.

Inizio a trafficare ancora più rumorosamente con le chiavi e le do le spalle.

Chinandomi verso il lucchetto della serranda mi sembra che mille mondi stiano collassando contro il suolo. Sono pesante e la fatica fa tremare le mie dita.

«Si. Veramente mi servirebbe qualcosa» dice lei con voce sorridente.

Senza girarmi e parlare, aspetto la risposta. Dentro di me la domanda “cosa?” si ripete come un disco rotto.

«Mi serve sapere se fate anche gli abbonamenti».

Il braccio che mi sorregge quasi cede per il sollievo.

«Si, li facciamo» le rispondo tirando su con un colpo secco la serranda.

«Sapevo che era il posto giusto!»

«Il posto giusto per cosa?» mi ritrovo a chiederle come un cretino.

«Il posto giusto per incontrare una persona come te» risponde lei con un lieve imbarazzo che le colora la voce e forse anche le guance.

Rimango immobile con le chiavi a mezz’aria, come ad aprire una porta invisibile. Quella del mio cuore.

Sono grasso, neppure tanto carino, ma ho un animo grande, di quelli che fanno paura agli altri. Ecco perché mi faccio scudo con il mio corpo.

Lei è ancora lì che sorride titubante. Vedo il riflesso dei suoi denti nella porta a vetri ancora chiusa
dell’edicola. La piega delle labbra tentenna ogni secondo in più, in più rispetto al silenzio che riempe gli attimi tra di noi. Che ci distanzia, che mi distanzia dalla vita allo scoperto.

Decido di essere coraggioso e offrirle un caffè. Anche se non ho la più pallida idea del perché io lo stia facendo. I suoi occhi sono rassicuranti e pure le sue spalle magre, scoperte di poco. Si siede davanti a me nel locale vuoto.

«Vengo spesso a prendere il biglietto del bus da te» mi rivela senza troppi giri di parole.

«Non credo di ricordarmi» dico con i pugni chiusi sotto il tavolo che sta tra di noi.

«Certo che non ti ricordi!» sbotta lei.

«Perché dici così?» le domando ferito più per il suo tono che per quello che ha detto.

«Come puoi ricordarti di me se non guardi mai chi ti sta davanti?»

Ci rimango male, ma di quel male che fa bene. E non saprei dire perché.

«Ricordi almeno Nicoli?» mi chiede scoppiando a ridere: «Ricordi quando si arrotolava la barba mentre parlava di Machiavelli? Bastavano dei fiocchetti colorati e sarebbe stata una toelettatura perfetta!»

La fisso per qualche secondo. E la sua immagine si sovrappone a quella di un’aula universitaria. Come un puzzle trova il suo posto esattamente in una sedia tre o quattro file più avanti rispetto a dove sto seduto io. I capelli all’epoca erano molto più lunghi. E lei stava sempre seduta vicino a un’amica e vicino a Giorgio Paletti. Il Paletti che sarebbe poi diventato assistente del docente Machiavelliano di cui mi fa tornare memoria.

«E Giorgio?» mi sorprendo a chiedere.

«Giorgio è diventato docente da qualche mese.»

«E tu?» chiedo ancora, come per mettere ordine nei ricordi.

«Io… Io… insegno in una scuola elementare.. E mi piace da morire» sorride. «Non te lo saresti aspettato, vero?»

«No, no! Anzi…» farfuglio non sapendo bene cosa dire. Sono sempre stato ottuso rispetto al mondo universitario come rinchiuso in una corazza di cose da fare, da dire, da pensare.

«Ho aggiunto alcuni esami per poter accedere al concorso e mi hanno presa!»

Mi racconta della difficoltà di riuscire a capire realmente cosa voleva farne di tutto quello che aveva imparato in cinque anni di università.

«E tu invece? Come mai lavori qui? La filosofia?» le domande escono a raffica. Come se dovessimo non rivederci più.

«Io lavoro nell’edicola per ora… E la filosofia…» Non riesco a trovare una risposta vera, da persona arrivata nella vita.

Lei mi guarda senza filtri, come se non fosse davvero importante chi sono diventato, ma chi sono e basta. Così decido di rispondere senza paura.

Non ho nulla da perdere, solo da aggiungere. Penso tra me e me.

«La filosofia è tutta qui dentro» rispondo puntandomi il dito alla tempia, come una pistola carica.

Lei afferra la mia mano con il dito ancora rivolto alla mia tempia e mentre dice «Ho sempre pensato che la filosofia tu la tenessi tutta qui» la sposta all’altezza del cuore.

Scoppio a ridere imbarazzato. Lei pure, ma nel farlo non lascia la mia mano, anzi. La stringe ancora più forte.

Abbiamo finito i caffè e ci siamo salutati. Ha comprato un biglietto giornaliero e nell’uscire s’è voltata con i suoi occhi grandi e grigi, tanto grandi da riflettermi tutto quanto per interno, e m’ha detto «A domani!»

«A domani, Rosa!» le ho gridato di rimando.

Rosa. Questo il mio pensiero per tutte le ore successive, fino a ora.

Me ne sto sdraiato qui sul letto, e ripenso al mio incontro. Ho una strana agitazione dentro. Sono insicuro e la mia mente corre verso ipotesi fantascientifiche sul perché una donna tanto carina possa essersi ricordata di me, possa avermi cercato e parlato.

Mi rialzo dal letto e mi guardo allo specchio, ma questa volta non ripeto il copione che mi sono scritto addosso. Non racconto la storia della mia vita per come la conosco e la immagino. Nella mia mente non succede nulla, nessun pensiero e nessuna parola.

La filosofia non mi salva neppure adesso, forse.

“E così aveva ragione il dottor Bernardi?” mi domando fissandomi negli occhi.

“Lei è la caramellina” sussurro sottovoce “e tu” mi dico con rabbia “sei lo stesso bambino che ha paura di vedersi negli occhi degli altri”.

Il mio riflesso non risponde nella realtà. Ma nel sogno, nel sogno sì.

Poco dopo essermi addormentato, il Michele che non voglio essere si siede al lato del letto e con il suo peso forma una specie di pendenza innaturale che attira il Michele-­bambino in cui mi sono trasformato nel sogno.

Non mi guarda, guarda le sue mani. E non posso far altro se non essere dispiaciuto per lui.

Per la prima volta mi osservo attentamente per intero. Senza filtri e senza distogliere l’attenzione. Ho delle ciglia lunghe e incurvate, quasi femminili. Un bel naso e delle sopracciglia che non stonano con il resto del volto. I vestiti extra large mi donano perché non accentuano i difetti. Quello che mi colpisce di più è lo sguardo.

Attento a ogni piccolo spostamento dell’aria. “Non sei così male, sai?” dico al Michele seduto vicino a me.

Lui si volta. E il suo volto s’illumina. Sorride di quel sorriso forte, di quelli che ti cambiano la faccia e la vita. Una piccola fossetta si forma all’angolo della bocca. Gli occhi color del cioccolato diventano più chiari, nonostante il buio della stanza mi vedo per la prima volta per quello che sono veramente e a dirla tutta non sono così male. Che si fotta il Dottor Bernardi!

Quella notte non sono annegato nell’apnea notturna, sono annegato dentro di me, per fortuna tutto quel grasso m’ha fatto da salvagente!

Alla fine della storia che per voi può essere la fine, ma per me è solo l’inizio, ho imparato a nuotare.

Meglio ancora, a prenderla con filosofia e non con la filosofia, che alle volte le onde sono più forti delle mie braccia, ma non possono esserlo di più della spinta di Archimede.

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Chi lo ha scritto

Saida Elgtay

Nasce in Marocco sotto ad un cavolo e a tre anni sbarca in Italia. Si riconosce nella scrittura sin dall'adolescenza e scrive a più non posso. Divora poesia e narrativa senza preoccuparsi delle conseguenze che questo può avere sulla sua fragile mente, sino a che all'età di ventiquattro anni non decide di prendersi una pausa da tutto quello che vuol dire essere adulti e crea un romanzo a quattro mani con l'amico Nicolò Angellaro. Paradossalmente vince il primo premio narrativa – romanzo del concorso InediTO, Premio Colline di Torino, con L'Anello Mancante edito da Il Camaleonte Edizioni, 2016. Precedentemente pubblica con AnankeLab il racconto Trasparenze inserito nella raccolta Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli. Con il racconto La puttana della libertà viene inserita nella prestigiosa raccolta di racconti del concorso Lingua Madre 2016-2017. Con il giornale Gazzetta di Torino pubblica online in due puntante il racconto fantastico L'uomo che urlava alla luna. Attualmente nei momenti in cui non “produce” testi si destreggia tra cani, gatti e caffè poiché crede fermamente che il movimento sia creazione di sé e di storie che valgono la pena di essere scritte, e forse anche lette.

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