I canti orfici di Dino Campana

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“I canti orfici sono, è vero, la dichiarazione ostentata di una tragedia, ma cionondimeno vogliono ancora parlarci della possibilità della gioia, e quasi della sua necessità, della sua presenza ben tangibile , molteplice, della sua intensità dolcissima insieme e lacerante.” Turchetta G., Dino Campana. Biografia di un poeta 

Chi è Dino Campana? Il matto? Il poeta? Questo possiamo dire, trascurandone la mistificata biografia : fu un uomo che combatté, fallendo nella vita reale, con strenua tenacia il mondo ostile e diffidente che lo riteneva “un pazzo e basta”, ma anche la sua stessa follia che lo deragliava e lo faceva cadere continuamente. Ciò che contraddistingue di più Campana è infatti la ricerca portata avanti con anima e corpo, nel bene e nel male, con ferocia e raffinatezza, a riconciliarsi con il Tutto, oltrepassare questa caduca e incompleta forma attuale, immergendosi nella dolce melodia dell’esistenza in continuo divenire. Per dire infine “sì” alla vita. 
E per raccontare questa tragedia gioiosa, che non vuole nascondere nulla, che non vuole farsi bella agli occhi altrui, ecco che Campana ci lascia una piccola opera, un prosimetro dal titolo “Canti orfici”. Per Campana non fu un semplice scritto: fu la “giustificazione della sua vita”, fu l’esplicarsi di quell’esistenza così sofferta e tesa, quel dolore lancinante della solitudine e dell’incomprensione, e quella bruciante passione per la vita che gli corrodeva l’anima. I Canti orfici sono un racconto di cadute e di momenti illuminati, di un percorso che non ha lieto fine ma che lascia spazio, nonostante tutto, alla gioia e all’accettazione della vita così com’è. 

Campana-Canti_Orfici-Mym-rLa Notte
 

Il viaggio inizia a Faenza con delle memorie angoscianti, oscure, immerse in città senza verde, con “torbidi canali” e “strade maleodoranti”, dove l’ombra beffarda lo perseguita, fino al covo di sterile amore, dove un “opulenta matrona dal profilo di montone” lo fa accomodare mentre la notte avanza. La prostituta è una “sacerdotessa dei piaceri sterili”, il Femminile orgiastico che precede (per poi unirsi ad esso) l’apollineo. C’è una vicinanza tra questi due umani persi tra le bassezze: “anime infeconde inconsciamente cercanti il problema della loro vita”. Campana inizia così il suo percorso. Qual è il problema? Che senso ha tutto ciò? 

La Verna
 

Anche qui Campana inizia con una descrizione ruvida e pesante del paesaggio: “, “il torrente gonfio nel suo rumore cupo”, la “Falterona verde nera argento”, piena di “screpolature, screpolature e screpolature”; nonostante ciò egli inizia a intuire qualcosa che non può essere espresso con usuali stumenti, bensì con la materia stessa: 
“Per rendere il paesaggio (…) non basta la pittura, ci vuole l’acqua, l’elemento stesso, la melodia docile dell’acqua (…) che dolce come l’antica voce dei venti incalza verso le valli in curve regali: poi che essa è qui veramente la regina del paesaggio.” 
L’acqua con il suo fluire, il suo esser materia in divenire diventa un primo simbolo per iniziare a capire questa smania di movimento, leitmotiv della vita del poeta. 
“(…) e a udire il sussurrare dell’acqua sotto le nude rocce, fresca ancora delle profondità della terra. Così conosco una musica dolce nel mio ricordo senza ricordarmene neppure una nota: so che si chiama la partenza o il ritorno.(…) dolce come il canto dell’onnipresente tenebra è il canto dell’acqua sotto le rocce.”  
Sulla Falterona Campana fa un primo passo per comprendere se stesso: e questo è un cammino che per essere attuato necessita di un vero e proprio atto di fede. Campana assorbe le arcane energie che lo circondano, non pone nessuna barriera a proteggerlo, tanto da venirne travolto, da naufragar in esse con l’avanzare della follia. Forse ha osato troppo. Ma la cima di Campana è proprio quel lato primitivo, dell’uomo che per la prima volta si pone davanti al temporale, senza sapere cosa sia e ne viene folgorato perché non ha una risposta, perché ha paura e allo stesso tempo ne è attratto; trema come una foglia e piangendo si lascia infradiciare fino al midollo. Una forza per il mistero della vita intera, sublimato in un evento, va vissuto: non per raggiungere una risposta razionale, ma per sentirsi parte di esso. 

Pampa 

Ho precedentemente introdotto un termine: divenire. Lo scorrere del fiume, il partire e il tornare senza posa, tutta la vita di Campana e tutto ciò che egli osserva del mondo circostante è appunto il movimento. Con la “Pampa” Dino Campana raggiunge uno dei tanti, ma a mio parere il più bell’apice di consapevolezza di questo “pánta rei”. E’ ambientato nella selvaggia Argentina, attraversata da un treno in corsa in una notte scura ma illuminata da “costellazioni che doravano l’ignoto della prateria notturna”. Campana, seduto sull’ “erba vergine”, sembra riuscire quasi a comunicare con le stelle, che diventano mezzo per dare un senso ai drammi umani: “Drammi meravigliosi, i più meravigliosi dell’anima umana palpitavano e si rispondevano a traverso le costellazioni”. 

D’un tratto il racconto prende una piega totalmente diversa, la prosa sembra correre come il treno che attraversa la Pampa, tutto fugge verso un richiamo che sfugge alla comprensione: “Che cosa fuggiva sulla mia testa? Fuggivano le nuvole e le stelle, fuggivano: mentre che dalla Pampa nera scossa che sfuggiva a tratti (…) alla malinconia più profonda dell’errante un richiamo:…”
E’ un climax ascendente in cui ci sentiamo protesi verso uno svelamento. Campana non è più seduto sull’erba, ma rincorre quel richiamo, fugge oltre la notte, oltre la prateria, oltre lo spazio e il tempo: “La pampa che mi correva incontro per prendermi nel suo mistero: che la corsa penetrava, penetrava, penetrava con la velocità di un cataclisma: dove un atomo lottava nel turbine assordante nel lugubre fracasso della corrente irresistibile.” 
Campana non si sente più uomo, ma un atomo, un piccolo frammento di universo: l’Io si tramuta in natura ma ancora non riesce del tutto ad accettarlo. L’atomo lotta contro forze che, almeno per ora, paiono essere sue nemiche. Punti di sospensione lasciano il lettore interdetto, con il cuore in gola. Per dove si va? Chi vincerà? 
Torna l’Io, ora in piedi sul treno che sfreccia: “Dov’ero? Io ero in piedi: sulla pampa nella corsa dei venti, in piedi sulla pampa che mi volava incontro: per prendermi nel suo mistero! Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! Io correvo tra le tribù indiane? Od era la morte? Od era la vita?” 
L’uomo torna in sé arricchito di una nuova consapevolezza, frutto di un sovrapporsi di passato presente, di movimento e staticità, senza che essa allo stesso tempo gli sia razionalmente chiara. Corre tra le tribù indiane, simbolo di forze primitive e antiche che non sentono la natura come “aliena” e “ostile”, bensì come parte di essa. 
E poi? “Poi la stanchezza nel gelo della notte, la calma”. Campana è ora, come all’inizio, seduto sull’erba che guarda il cielo. Solo allora giunge al mistero che non riusciva a cogliere sul treno: “E allora fu che nel mio intorpidimento finale io sentii con delizia l’uomo nuovo nascere: l’uomo nascere riconciliato colla natura ineffabilmente dolce e terribile: deliziosamente e orgogliosamente succhi vitali nascere alle profondità dell’essere: fluire dalle profondità della terra: il cielo come la terra in alto, misterioso, puro, deserto dall’ombra, infinito.Mi ero alzato. Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio.” 
Vivere la vita non più come singolo isolato, ma come un essere capace di cogliere tutte le corrispondenze della natura e l’intima unione con essa; vivere il bene e il male, autenticamente; apprezzare la parte tellurica e quella celeste con uguale entusiasmo; apprezzare ogni minuscolo atomo di questo mondo, perché ogni cosa porta in sé il mistero intimo della vita; non rendere nulla estraneo all’Io: il Mistero non è un entità trascendentale. Noi siamo in esso, siamo parte di esso. Il vecchio Dio che dall’alto ci osserva e ci guida non esiste più: la sua ombra opprimente, svanita, ci lascia liberi di vivere la nostra vita a modo nostro. Questo capisce Campana, in una fredda notte argentina. 

E questo ha voluto raccontarci, questo vuole ricordarci: anche se l’esistenza è un’immensa tragedia, c’è sempre il modo di trovare quell’attimo, seppur infinitesimale, di gioia ed entusiasmo dove si sente che non si è soli e separati, ma che si è intimamente, misteriosamente, affascinatamente legati l’uno all’altro, in questo complicato, totalizzante viaggio chiamato vita. 

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