Via dalla città dolente

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Viene una mattina come le altre ad Angustia.

L’atmosfera, composta di sessanta parti di anidride carbonica ed azoto, con tracce di ossigeno, ristagna tra le villette residenziali e i parcheggi multipiano della città: una giornata di primavera, né troppo calda da effetto serra, né troppo fredda da glaciazione. Il ciclone Tamerlano, annunciato dai media da una settimana come la tempesta del secolo, si è dissolto allo svincolo con il GAM, il Grande Anello dei Motori, che nutre la grande città di automobili e camion, di SUV e motorette.

E’ un giorno di lavoro: caduto in mezzo alla settimana, lontano dai ricordi del passato weekend, troppo lontano dal prossimo per lasciare speranze. Un giorno di malinconia per i professionisti e gli evasori fiscali, per i capicondomino e i funzionari comunali. Un mercoledì di simpatia: la popolazione di Angustia inganna il suo tedio strutturale con robuste dosi di barzellette, video di cani rotolanti, nostalgia per il decennio passato e rassegna stampa di giornali che servono solo per essere letti in televisione.

Si avviano i riti della mattina. Il coniuge che scalcia le coperte. L’urlo preistorico della mamma “Vestiti!!!” al bambino già vestito. Una saracinesca si alza: sarà in partenza il SUV Neanderthal terrore dei vicoli oppure saranno i soliti romeni che svaligiano il ristopub azteco? Nel dubbio, c’è chi smanetta sul cellulare per chiamare la polizia, altri abbandonano il caffè al bancone del bar per chiamare i vigili addormentati, c’è chi fotografa e posta su Neurobook.

Giornata media di un mese medio di un anno medio. Alle sette e mezza otto incidenti in otto punti diversi paralizzano l’aorta e la vena femorale del gran corpo metallico della città. La rabbia popolare si manifesta in sonori strombazzamenti. C’è chi fotografa e posta. Robuste dosi di tranquillanti e di antitrombotici ristabiliscono rapidamente la circolazione dei globuli tetrarotanti. Alle otto di mattina siamo ben sotto la media degli incidenti ma la giornata è lunga.

Gli anziani vanno alla posta perché è l’ultimo modo che conoscono per parlare con qualcuno. Che imparino ad usare Neurobook, sospira un’isterica donna di un’età che è più di metà. Le anziane si trascinano sui carrelli al mercato ortofrutticolo. Filippini aspettano l’autobus per recarsi a lavorare nelle famiglie di Angustia.

Ma…

I filippini?

Dove sono i filippini che puliscono il giardino condominiale? E le peruviane che nettano il parquet degli appartamenti perfetti delle signore perfette, che stanno aspettando da preziosi minuti con la lista delle cose da fare? Dove sono?

E i romeni?

Dove sono gli scippatori marocchini appostati alle fermate della metro? Dov’è il bosniaco che puzza d’alcool, il moldavo equilibrista che estrae portafogli e cellulari dalle borsette? Non si vede neppure lo spacciatore nigeriano che quando non ha clienti fa il basista per la banda dei rom.

C’è qualcosa di bizzarro in questa mattina. Non è la schiuma apparsa improvvisamente sulla superficie del Pescherecchio, il fiume che attraversa Angustia come una malattia virale. E’ come se mancasse qualcosa e non si capisce cosa. Eppure, il traffico continua come sempre. Altri sette incidenti di cui uno col morto hanno riportato per le undici di mattina la giornata nella media. In periferia è avvenuta la solita esplosione di mezzogiorno in una palazzina costruita da poco. E’ andato via un balcone, un soffitto e un bagno. La tazza del secondo piano è volata nella tazza della colazione del terzo. Sono i soliti pachistani che non sanno usare il gas.

Ma non c’è nessun pachistano in periferia. Non ci sono neppure indiani, cingalesi e bengalini. Sono scomparsi. Tutti. Non c’è nulla da fotografare e postare.

Più tardi il capocondomino chiama “I fiori di nettezza”, la ditta che rifornisce di giardinieri e di scopini filippini da usare per la pulizia di giardini ed interni di un complesso neocondominiale che ospita 300 famiglie native di Angustia, tutte stimate famiglie locali di divorziati, tutti evasori fiscali benestanti. Vuole capire, deve indagare per sapre perché nessun lavoratore si è presentato al lavoro. Ohibò! Le cicche di sigarette si accumulano negli androni. Il proprietario dei “Fiori”, con pesante accento nordoccidentale, si lamenta delle maestranze inaffidabili e promette interventi rapidi. Annuncia che i suoi caporali sono partiti in cerca di africani per rimpiazzare i filippini. All’ora di pranzo ritornano privi di bottino: spariti i senegalesi, i nigeriani e gli egiziani. Non ne hanno trovato neppure uno nei bar e nelle kebaberie, agli angoli delle strade, ciondoloni e inutili, in attesa che un miracolo arrivi dal cielo, sotto forma di un lavoro giornaliero, anche orario.

Ma è una giornata troppo bella per preoccuparsi. Nel pomeriggio un triplice regolamento di conti di mafia fa impennare il terrore nei cittadini, di cui essi si nutrono come di sangue i vampiri. Questo mercoledì promette di essere spettacolare: dieci morti, siamo oltre la media e ancora c’è tutta la sera. Ci saranno notizie da commentare fino a mezzanotte. C’è chi impallidisce, fotografa e posta.

Solo a sera qualcuno percepisce la stranezza delle vie di Angustia. Là dove calano di solito le torme delle nigeriane e delle moldave, si ode uno sconcertante silenzio. Le vecchie battone locali, cacciate da tempo dalle strade, tornano con gioia a zoccolare.

Gli stranieri sono partiti. Sono andati via. Non torneranno più.

I cittadini protestano “che fa il sindaco!?” I consiglieri comunali si dividono tra la fazione del “riportiamoli subito qui!” e del “lasciamoli tornare a casa loro!” I parroci si disperano perché non hanno nessuno da aiutare. Le ronde civiche non sanno chi affrontare. Si fotografano tra di loro e postano foto con i manganelli tesi.

Ad Angustia scende una notte cupa di tristezza e solitudine.

C’è chi piange, c’è chi fa una crisi isterica. Tutti si chiedono dove siano andati gli stranieri. Qualcuno sospetta che siano andati in un posto migliore di Angustia.

La maggior parte fotografa e posta.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max vive e lavora a Dar es Salaam, a un'ora e mezza dall'isola di Zanzibar. La Tanzania è l'ultimo paese dove ha vissuto e quello più intrigante. Scrive sull'Undici per condividere la sua passione per scienza, storia, sport e, adesso la Tanzania, che in Italia pochi conoscono. Ama l'Italia e la Roma, che gli forniscono abbondanti delusioni e i bambini, farli, crescerli e guardarli giocare a calcio. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ma anche per adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici.

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