Prima che mi torni la memoria

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Ho dimenticato persino come si cammina. Eppure mi tengo ancora sulle gambe, e cammino. Ho dimenticato le parole. Le dimentico a ogni momento. Nella mia mente obnubilata le parole si perdono e non le riesco più a trovare. So di saperle ma non riesco a ricordarle. Ogni tanto riaffiorano, spesso a frotte: mi riempiono la bocca, desiderose di approfittare della momentanea ritrovata lucidità. Poi sfumano nell’aria e le ho perse di nuovo, forse, stavolta, per sempre.

Mi domandate chi sono, ma perché me lo chiedete? Che vi importa saperlo? Pensate davvero che io creda nel vostro altruismo? Ho perso la memoria ma non ho per questo ritrovato l’illusione di un mondo fatto di bene. Mi piace illudermi, è vero. Come quando quella donna mi si è avvicinata al semaforo e mi ha chiesto se avessi bisogno d’aiuto. Questo lo ricordo bene. Era vestita di bianco e nero. Un volto piccolo e due occhi azzurri enormi come diamanti. Forse è successo mesi fa o forse appena prima che arrivassi qui da voi. Comunque, non l’ho dimenticata. Diteglielo se la vedete. La conoscete voi? È una donna minuta, dai capelli corvini e gli occhi azzurri come diamanti. Avrà la mia età.

Che età ho io? Perché me lo chiedete? A che vi serve saperlo? Ho l’età che trovate sulla mia carta d’identità. L’avete presa, no? La tenevo in tasca. Sempre a portata di mano nel caso in cui mi fossi perso. Me l’ha messa in tasca la mia amica. Quella che mi ospita, sì. Come si chiama la mia amica? Scusate, ma che vi importa? È una bella donna anche lei, ma niente a che vedere con la dolcezza di quell’Angelo che dal semaforo mi ha condotto alla metro. Mi sono illuso che il bene esista, almeno quella volta.

Come si chiama la mia amica? Me lo domandate ancora? Tenete, ecco il biglietto col suo numero di cellulare. La capite la scrittura? Io no. Ho dimenticato come si legge. Certo che sapevo leggere. Saprei leggere tuttora, se mi ricordassi quali sono le lettere. Ecco, ora ricordo. Adele. Lei si chiama Adele.

Chi è questo Sirou di cui è scritto anche il numero? Mi prendete in giro? Sirou sono io! Il mio numero? Si potrebbe essere il mio numero. Scusate, perché non dovrebbe? L’ha scritto Adele per paura che mi perdessi per la città. Deve essere proprio il mio numero: sveglia quella donna. Ma niente a che vedere con la bontà dell’Angioletto nero. Mi ha aiutato a timbrare il biglietto. Perché ora ricordo bene come si faccia ma allora, credetemi, l’avevo completamente dimenticato. Credo me l’abbia persino comprato lei quel biglietto. Ma su questo non posso metterci la mano sul fuoco. No, non me lo ricordo. Ricordo, però che mi ha accompagnato ai binari. Quanta gente! Tutti spingevano. E non si rendevano conto di quanto sudavano e puzzavano. Sudavano tanta frustrazione; che fa una puzza tremenda, credetemi, insopportabile. L’avete mai sentita la puzza della frustrazione? Mi si chiudono da sole le narici per non sentirla.

Solo che poi mi ossigeno poco e la poca memoria che mi è rimasta fugge via, rapida com’era tornata, quasi per errore. Solo che io proprio quella puzza non la reggo. Forse è per questo fatto, per la storia delle narici chiuse a ogni viaggio in metro, che ho cominciato a perdere la memoria. Con lei accanto, però, non ho avuto bisogno di chiuderle. Da lei promanava un profumo buonissimo, e delicatissimo. Non era dolce ma era vero e soffice. Le mie narici si sono dilatate. Ricordo che abbiamo chiacchierato tanto perché a mano a mano che il suo profumo mi invadeva mi tornava la memoria.

Dov’è il mio cellulare? Ma vi sembra una domanda da fare? Chiamatelo, se lo ho vi rispondo. Sta suonando? Io non lo sento. E l’udito, fidatevi, non l’ho perso. Almeno, non ho dimenticato come si sente. Forse perché non l’ho mai imparato. Sì, deve essere per questo. Me l’avranno preso. La metro è piena di borseggiatori. Voi lo sapete meglio di me. Non sono tutti come lei, che profumava di erbe e magnolia. Si preoccupava per me, sapete? È scesa alla fermata prima di me. Ricordo le sue parole: “Mi dispiace lasciarti solo. Ho paura a lasciarti solo ma devo andare via”. Mi ha commosso. Forse perché mi ha ricordato mia madre. Quanti ricordi. Ho dimenticato tutto ma sono sommerso dai ricordi.

Che faceva mia madre? Ma che domande sono? Faceva mia madre, mi pare. Sono tanti anni che non la vedo. Da quando sono andato via. Via da dove? Ma non l’avete la mia carta d’identità? Sono iraniano. Ma vivo in Italia ormai da vent’anni. Ancora, quanti anni ho? Certo che la fatica di aprire quella benedetta carta proprio non volete farla.

Sentite, ma andiamo a farci un giro in centro? Ero venuto in stazione proprio per fare una passeggiata. Gliel’ho detto all’Angelo che avrebbe potuto farmi compagnia ma aveva da fare, mi ha detto. Questo lo ricordo bene. “Non posso rimanere con te. Mi dispiace. Sto male a lasciarti”. Questo me lo ricordo bene. Forse perché mi ricorda mia madre. Le ho risposto “Sono contento di perdere ogni volta la memoria. Sono sempre le donne più belle ad aiutarmi”.

L’unica volta che mi si è avvicinato un uomo mi ha portato qua da voi. Non che stia male, non mi lamento. Però oggi c’è un gran sole. Perché non andiamo per le vie del centro? Vi offro un gelato. Il portafoglio? No, è vero, mi sembra di non averlo mai avuto. Adele preferisce che cammini senza soldi. Dice che altrimenti me li rubano. Lei sì che è sveglia.

Allora, me l’offrite voi il gelato? Vi accompagno io in centro.

Vi prego, oggi c’è un sole splendido, non lo sentite questo tepore? Vi prego, prima che mi torni la memoria. Non voglio tornare a casa.

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Chi lo ha scritto

Livia Satullo

Vive e lavora a Roma, intimamente dilaniata tra il ritorno alle origini e la scoperta dell’Altro. Sfoga la propria irrequietezza nella passione per l’atletica e nella scrittura. Ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “Il caffè e altri racconti”. Da piccola sognava di vincere le Olimpiadi e il Premio Strega e invece, alla fine, ha vinto un concorso pubblico. Entusiasta del suo lavoro, ha capito che i sogni non hanno età.

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