Julio Cortázar: nel futuro le ragioni della sua collera

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E so molto bene che non ci sarai.

Non ci sarai nella strada,

non nel mormorio che sgorga di notte

dai pali che la illuminano,

neppure nel gesto di scegliere il menù,

o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,

nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

 

Nei miei sogni non ci sarai,

nel destino originale delle parole,

né ci sarai in un numero di telefono

o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.

Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,

e non per te comprerò dolci,

all’angolo a cui non svolterai,

e dirò le parole che si dicono

e mangerò le cose che si mangiano

e sognerò i sogni che si sognano

e so molto bene che non ci sarai,

né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,

né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.

Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,

e quando ti penserò, penserò un pensiero

che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

Il Futuro, da Le ragioni della collera, Edizioni Fahrenheit 451, 1995.

È una delle poesie più malinconiche del nostro Novecento, dove il senso di nostalgia pervade e si definisce il divario fra ciò che c’è e quel che non c’è più, quando un amore finisce. La vita va avanti, in maniera ineluttabile, e quasi il poeta prova rabbia per il fatto che non solo l’amata non ci sarà più a condividere con lui il futuro, ma mancherà anche il ricordo di lei che, nonostante voglia accanirsi, svanirà come sempre succede.
Nei gesti quotidiani, sarà la mancanza che più corrode e scalpita per farsi sentire, ma la collera del non rimanere fedeli a se stessi avrà la meglio, per quel cambiamento che avviene e porta via con sé il passato.

CopertinaJulio Cortázar (1914-1984), poeta e scrittore argentino, naturalizzato francese, si è espresso soprattutto in prosa, ma ci ha regalato versi di qualità eccelsa. Al di là di essere un raffinato edificatore di architetture verbali, dove il gioco dell’immaginazione domina sovrano, il Cortazar poeta è continuamente sospeso fra la ricerca della rottura nell’ordine e la possibilità di ricostruirlo, questo nuovo ordine. Egli è quindi un rivoluzionario del linguaggio poetico, dove si esprime per scambi e spostamenti. Nella lirica Il Futuro, infatti, ciò che domina è la negazione, ovvero quello che mancherà, che non ci sarà. Le ragioni della collera, è un’opera indispensabile per comprendere la poetica di questo autore.

A cura di Gianni Toti, è ad oggi l’unica silloge italiana di poesie di Julio Cortázar. Essa deve il suo titolo a Razones de la colera, una breve raccolta poetica risalente agli inizi degli anni Cinquanta e pubblicata nel 1984. Sembra che l’autore abbia affidato a Toti un numero consistente di poesie conservate com’era sua usanza in vecchi quaderni, da cui l’amico avrebbe dovuto attuare una selezione. Le liriche furono invece tradotte integralmente dallo spagnolo, e l’autore acconsentì a dare il titolo di Razones de la colera all’intera opera. Inoltre, nella raccolta italiana sono presenti molti componimenti che invece erano assenti nella versione argentina.

Julio Cortázar è considerato uno fra i maggiori autori in lingua spagnola del XX secolo. Rimanendo ancorati alla sua opera di poeta, ed escludendo la sua figura da un punto di vista di romanziere e in ambito politico, è davvero un peccato che le notizie su di lui siano alquanto lattiginose ed inconsistenti. Lo scrittore barbuto e dallo sguardo intenso, come veniva definito, sembra essere stato un po’ messo in secondo piano. Il 1982, anno della morte della moglie Carol Dunlop, lo segna inesorabilmente.
Sull’Autoroute du Soleil, da Parigi a Marsiglia, i coniugi fecero un viaggio con un camper Volkswagen e scrissero un libro su questa esperienza, Gli autonauti della cosmostrada (Einaudi, 2012). Partirono a giugno, quando lei era già molto malata. Furono trentatre giorni meravigliosi, trascorsi in compagnia delle loro ultime foto e dei loro ultimi pensieri insieme.
Poi, un post scriptum, datato dicembre 1982: “Lettore, forse lo sai già: Julio, il Lupo, conclude e ordina da solo questo libro che è stato vissuto e scritto dall’Orsetta e da lui come un pianista esegue una sonata, le mani unite in una sola ricerca di ritmo e melodia”. Pochi mesi dopo il rientro, lei era partita per un viaggio “in cui io non potevo più accompagnarla, e il 2 novembre mi è scivolata via dalle mani come un filo d’acqua, senza accettare che i demoni dicessero l’ultima parola, lei che li aveva tanto sfidati e combattuti in queste pagine”.

Questo aneddoto, che ho letto sul libro Tumbas. Tombe di poeti e pensatori di Clees Nooteboom (Iperborea, 2015), offre l’opportunità di comprendere di più, circa l’idea dell’amore e dell’abbandono, prima trattato. Non a caso, sull’ultima pagina del libro è riportato un disegno dal tratto sottile: una strada fra le nuvole, un camper Volkswagen con le ali e, più in alto, in direzione del sole e del cielo, qualcosa che deve essere un angelo. Che lo scrittore avesse avuto una relazione, in precedenza, con una donna malata di Aids, e che abbia contagiato così la moglie, morta due anni prima di lui, esula da questo racconto romantico.
Così come il fatto che Julio Cortázar risulti ufficialmente morto di leucemia, il 12 febbraio 1984, forse non corrisponde al vero. Ma poco importa. Era di altro, che volevo parlare. Ecco perché, dopo avere fornito alcuni elementi, ognuno di noi può interpretare Il futuro di Julio Cortázar come meglio crede. Fosse solo abbandonandosi alla musicalità dei versi. Quel jazz che lui tanto amava.

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