Franco Ricci: la vita nel segno dell’Italia di un professore italo-americano

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Vi è un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui inizia l’esperienza. Esperienza come destino, esplorazione e ricerca di se stessi, di ciò che nella vita sarà il nostro cammino decisivo.

Per Franco Ricci, bambino di Dearborn, sobborgo alle porte di Detroit e patria della Ford, il destino inizia durante l’estate dei suoi 10 anni, quando i genitori, abruzzesi emigrati in America, decidono di far  ritorno a casa per la prima volta. Franco, madrelingua americano, in casa sente sempre parlare dialetto e ascolta i racconti di un mondo sconosciuto che può solo immaginare. Quel viaggio a bordo della Queen Elizabeth che dagli Stati Uniti lo fa approdare nel porto di Napoli, segna inesorabilmente la vita del piccolo, che diventerà dopo tanti anni uno dei più importanti studiosi di letteratura italiana negli Usa . Quello restò un viaggio magico di andata, di scoperta, di esperienza  ma nel contempo fu anche un viaggio  di ritorno, ritorno a se stesso. Dopo un’estate indimenticabile in Italia, accolto dal calore mai visto di parenti stretti eppure sino ad allora sconosciuti, la famiglia Ricci torna a Dearborn e tutto sembra riprendere il suo normale corso. Eppure dopo quel viaggio, nulla per Franco  può essere più come prima.
L’italiano per te: una ragione di vita, un desiderio. Perchè hai scelto di dedicarti alle Lettere?
 Dopo gli studi superiori, ho iniziato a frequentare la facoltà di giurisprudenza alla Wayne State University. Nonostante i buoni profitti, il tarlo di imparare bene l’italiano e la sua immensa cultura non mi aveva mai abbandonato, vivevo ogni giorno cercando, consapevolmente o meno, tracce della  mia italianità. Ogni domenica mattina, riuscivo a sintonizzarmi su un’emittente radiofonica di Windsor in Ontario che trasmetteva musica italiana del momento; ecco: questo mi bastava per sentirmi felice. L’estate del secondo anno di Università mi sono iscritto ad un corso di lingua e cultura italiana a Firenze, per immergermi completamente nell’universo italiano, che iniziava a mancarmi visto che dopo quella volta da bambino, non ero più tornato in Italia. Il periodo trascorso a Firenze mi cambiò: tornato in America, passai la settimana prima di riprendere le lezioni, a pensare al mio futuro. Un giorno, girovagando per il campus ancora deserto, incontrai il Prof. Corsetti, docente di italiano  anche lui come me, originario dell’Abruzzo. Dopo quell’incontro non dubitai più e lasciai Giurisprudenza per Lettere, laureandomi dopo qualche anno.
Quale fu la reazione di tuo padre? 
 Non credo abbia mai perdonato la mia scelta, non la accettò mai. Non faceva che ricordarmi quando da bambino, durante la mia prima volta in Italia, osservando sorpreso, i panni stesi sui balconi, chiesi se ci trovavamo in Africa Si arrabbiò quando lasciai Giurisprudenza, ma si arrabbiò ancora di più quando lasciai il lavoro per continuare a studiare Letteratura Italiana e volli trasferirmi a Toronto. Già dai primi anni di università, ero manager in un grande negozio e lavoravo per la Ford, si stavano aprendo buone prospettive lavorative per me ma io non ero soddisfatto. Scelsi di andare a Toronto e partii portando con me le poche cose che un giovane può avere. La borsa di studio che avevo vinto non mi sarebbe bastata che a coprire le spese della retta universitaria, dovevo trovarmi un lavoro. Mio padre mi disse di non tornare più a casa e per un po’ non mi parlò. Arrivato a Toronto non potevo credere ai miei occhi: la città era meravigliosa e la comunità italiana era numerosissima e molto attiva. Un’emittente radiofonica trasmetteva addirittura 24 h su 24 programmi e musica in italiano, si chiamava CIN International ed apparteneva al famoso Johnny Lombardi. Appena arrivato a Toronto andai nella sede della Radio, volevo per forza conoscerli. Rimasi a Toronto fino alla fine del mio Master, dovevo mantenermi facendo il salumiere nel banco di un grande supermercato e nel frattempo scrivevo la mia tesi su Calvino.
E poi cosa accadde quando terminò gli studi? 
Tornai a Detroit, ero molto titubante. Vivevo facendo molti sacrifici economici, a Toronto non potevo più restare e poi avevo finito l’Università. Per qualche tempo tentai di togliermi dalla testa questo mio sogno di fare carriera come professore di letteratura italiana, volevo convincermi che sarei potuto restare a Detroit e riprendere a lavorare con la Ford eccetera, ma dopo pochi giorni scappai nuovamente a Toronto. Feci il dottorato e mi occupai di Italo Calvino con il quale ebbi anche una corrispondenza, e soprattutto lì conobbi Umberto Eco, che spesso visitava il mio Ateneo per via della grande amicizia che lo legava al mio Professore, Rocco Capozzi. Eco era una persona di una grandezza e di un’unicità fuori dal comune: un uomo umile, acuto, spiritoso, immenso. Partecipai ad un corso estivo che Eco tenne all’Università e a fine corso volle da ognuno di noi partecipanti, una tesina. Io, feci una ricerca su “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino, partendo dal suo “The role of reader.” Mi disse che il mio lavoro gli era piaciuto molto e grazie a lui fu pubblicato su Forum Italicum.  Ecco, dopo tutte queste belle vicende non potevo abbandonare i miei sogni.
FRANCO_RICCIMa la strada per diventare professore universitario era ancora lunga….
Sì lo era, ma io ormai ero determinatissimo, inviavo candidature ovunque ci fosse la possibilità di insegnare. Vinsi che ero ancora molto giovane, il mio primo incarico come Professore della Laurentian University, un piccolo ateneo dell’Ontario, in un’altrettanto piccolissima città di nome Sudbury.Dopo l’esperienza in una città come Toronto, trovarmi in un posto così isolato fu molto difficile per me. La cittadina era piena di lavoratori stranieri e anche molti italiani, lì c’erano le miniere di Nichel, ma le comunità erano meno numerose e soprattutto l’ambiente era estremamente diverso, in tutto il Canada fummo solo in 5 a presentare domanda e io fui preso. Fu un anno molto lungo.Finalmente l’anno successivo, uscì un nuovo concorso per diventare professore ad Ottawa e anche lì riuscii a vincere, ma avevo molta più concorrenza. Giunto ad Ottawa ero felice, la comunità italiana era di circa 80.000 persone anche se nulla era come Toronto. Toronto è l’Italia senza i grattacapi italiani!
E da Ottawa comunque non è più andato via…
 Volevo, ma per vari motivi sono rimasto sempre lì e devo dire che ne sono felice. I miei studi sulla letteratura italiana contemporanea sono proseguiti con successo: oltre a Calvino, mi sono occupato molto approfonditamente di Pazzi e  Del Giudice, Landolfi e  Bertolucci e sono diventato prima segretario e poi Presidente per sei anni dell’AAIS, American Association for Italian Studies, di cui ora sono Presidente Emerito. Quel che è certo è che ormai da più di 20 anni trascorro almeno tre mesi in Italia e non c’è nulla che può distogliermi da questa buona abitudine. Me ne torno nella mia Sulmona, luogo d’origine dei miei genitori, città bellissima in cui da qualche anno vengono anche i miei studenti dell’università.
Una vita, la sua, trascorsa inseguendo i propri obiettivi e facendo le cose che ha sempre amato. Bilanci?
 Sono felice di aver preso la strada che volevo e felice anche di aver avuto dubbi qualche volta, i dubbi sono fondamentali. Io ho capito che l’Italia sarebbe stata in qualche modo nel mio destino sin da quel primo viaggio che feci da bambino con la mia famiglia. Mi sono reso conto, in tutti questi anni di ricerche, che la mia passione per la cultura italiana era un modo per scoprire me stesso, per trovare la mia identità, per crearmi un “passato” italiano, un fondo su cui appoggiare le basi solide della mia vita, del mio pensiero. Fino a pochi anni fa io mi domandavo ancora: sono italiano o americano? Possedevo dentro me ambedue gli aspetti culturali, la cosa mi infastidiva, non avevo un’identità precisa. Ora sono riuscito finalmente ad accettarmi come italo-americano e ne sono felice, perché ho trovato me stesso.
Un’ultima domanda: la sua terra d’origine, l’Abruzzo, è tanto bella quanto misconosciuta. Pensa che la situazione potrà migliorare un giorno?
Sai, per un breve periodo, sono stato nel Vermont come visiting professor nel Middlebury College, un importante polo linguistico statunitense. A quei tempi il Vermont era come il nostro Abruzzo: una terra selvaggia, bellissima ma poco amata e valorizzata dai suoi stessi abitanti. Nessuno sembrava rendersi conto di tutta quella bellezza e di quel potenziale. Dopo pochissimo tempo, pian piano il Vermont divenne meta turistica per tutti coloro che volevano lasciare le città caotiche e rilassarsi nella natura. Visitare il Vermont adesso fa quasi pensare che non si tratti dello stesso posto di tanti anni fa. Credo che anche in Abruzzo possa accadere la stessa cosa.
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