Brexit or not Brexit

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Mentre scrivo ancora non si conosce il risultato del Referendum sulla Brexit.
Voi che leggete avete il vantaggio di conoscere quello che per me è futuro e per voi è già passato.
Io al momento posso solo sperare. Mi concedo un vantaggio anch’io e non rivelerò in quale risultato confido prima di arrivare alla fine di queste riflessioni.

La mia posizione nei confronti dell’Unione Europea si può riassumere in una citazione di Marx (Groucho) “Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”.
Sono infatti convinta che quando l’Italia tentava la “scalata” ad Eurolandia avrebbe dovuto essere più profondamente consapevole del tipo di club in cui veniva accolta e, soprattutto, avrebbe dovuto chiedersi perchè, sorvolando sui suoi mali endemici, l’accoglievano “immeritoriamente” fra i primi della classe.
Si impone un passo indietro. Il 1992 fu un annus horribilis per l’Italia, costellato di eventi drammatici in cui la democrazia e l’intero apparato istituzionale furono messi a dura prova: dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, allo scandalo di Mani Pulite che scoperchiò un sistema di corruzione e concussione che coinvolgeva amministratori e politici di tutti i partiti e a tutti i livelli. In quell’infausto 1992, che vide la fine della cosiddetta Prima Repubblica, l’Italia firmò il trattato di Maastricht, primo passo verso il sistema Unione Europea come lo conosciamo oggi. Il trattato di Maastricht potrebbe essere considerato come una sorta di iscrizione al club Unione Europea, iscrizione che doveva essere perfezionata in gradi successivi. Tuttavia l’Italia “allo stato di quelli che erano i suoi fondamentali macroeconomici, non poteva entrare nell’Euro. O meglio, non poteva entrare nell’euro, così come era stato concepito dagli stati fondatori: la Germania e la Francia.”(Angelo Polimeno). Il 1 gennaio 1999, che segnava la nascita del club di Eurolandia con l’avvio della terza fase dell’Unione Europea Monetaria, l’Italia entrava nel club anche se, come emerse successivamente, “l’esecutivo di Ciampi e di Prodi raggiunse i requisiti con “misure cosmetiche” e un po’ di fortuna.”

Quindi la domanda si ripropone: perché il club aveva accettato come “socio” uno stato che aveva truccato i conti pur di essere ammesso (cosa che si ripeté con la Grecia, qualche anno dopo), perché aveva accettato come “socio” uno stato che, solo pochi anni prima, aveva visto la fine della prima fase della propria storia repubblicana con i vertici politici polverizzati da uno scandalo di corruzione e malaffare tentacolare e diffuso a livello nazionale? Perché aveva accettato come “socio” uno stato in cui una delle più potenti e temibili organizzazioni criminali, La Mafia, ha i propri vertici e si ramifica e convive con e nell’apparato statale?
Ritorniamo così a Marx (Groucho) e parafrasando le sue parole è inevitabile concludere che l’Italia non avrebbe mai dovuto accettare di far parte di un club che accettasse fra i soci un membro così.
L’Ingresso dell’Italia nel club di Eurolandia non ha segnato la fine dei mali endemici italici, per effetto di virtuosa osmosi valoriale con paesi più civili e meno corrotti, come in tanti, e io per prima, speravamo, ha invece segnato la fine della sovranità monetaria e per conseguenza la fine della vitalità economica che quegli stessi mali endemici non avevano intaccato se non marginalmente (grazie anche alle “risorse” che la sovranità monetaria creava).

Il sogno di un’Europa unita era bellissimo, vagheggiato da pensatori e politici, da centinaia di anni, era già realtà nella forma di declinazione culturale. Bisognava programmare e concretizzare il sogno politicamente. Sono europeista da quando ne ho memoria. Ricordo ancora con commozione il primo viaggio senza frontiere con gli agenti della polizia che ci guardavano passare benevoli e sorridenti, mancava solo che sventolassero le mani. Ricordo la preoccupazione all’incertezza dell’”accoglimento” dell’Italia in Eurolandia. Ricordo la felicità al raggiungimento dell’agognato obiettivo. Ricordo l’euforia della moneta unica e del primo viaggio senza voucher e senza cambio…
Ricordo anche, molto tempo dopo, l’amarezza della presa di coscienza che qualcosa non stava andando come sperato nella realizzazione del sogno europeo: il mantra “L’Europa ce lo chiede” veniva ripetuto ad ogni taglio nel welfare e ad ogni diritto acquisito che veniva svilito e svuotato. Amarezza che sfociò in rabbia quando quella stessa Unione Europea, che secondo l’art. 3 del TUE “Si prefigge di promuovere la pace i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, decideva la tragica sorte del popolo greco, reo di non rispettare i paramentri economici imposti dall’adesione ad Eurolandia (ma che era stato ammesso come membro nonostante, o forse proprio grazie a, la diffusa consapevolezza che aveva truccato i propri conti).
Questa Europa in cui si innalzano (nuovi) muri, si salvano banche e si annichiliscono popoli cui prodest? A chi giova? Sicuramente non ai propri membri, quelli più deboli almeno, Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, ma anche la Francia non se la passa troppo bene e l’effetto domino arriverà prima o poi a minacciare anche la titanica Germania.
Ecco perché io confido nell’affermazione dei Brexiters. Spero nella Brexit tanto più dopo che la notizia dell’omicidio della deputata Jo Cox ha dato un poderoso slancio alle borse, depresse fino a quel momento dalle notizie che davano i favorevoli alla Brexit in vantaggio.
Se le banche e la finanza sono contro la BREXIT, quelle stesse banche e quella stessa finanza che scrivono il calendario agli eurocrati di Bruxelles, è necessario, doveroso, essere PRO BREXIT.

Già Tsipras aveva dato speranza al sogno di un rinnovamento dell’Unione e delle sue politiche opponendosi, con coraggio, alle ciniche e devastanti imposizioni della Troika. Il grido antico “Molon labè” pareva tornato a risuonare in quei giorni di speranza. Purtroppo più terribile e devastante è stata poi l’umiliazione inflitta ai Greci che avevano avuto il coraggio di ribellarsi. Mentre la Grecia letteralmente muore di austerità, mentre si assiste ad un continuo drammatico aumento della mortalità infantile, mentre aumenta il numero dei malati e degli anziani senza soldi per le cure e aumenta il numero di adulti e bambini malnutriti, 14 aeroporti sono passati di proprietà dallo stato greco alla compagnia tedesca Fraport. Ognuno è libero di credere a semplici coincidenze.

Le Sindaco Chiara Appendino e Virginia Raggi

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Brexit a parte, questa settimana è stata gravida di eventi che paiono segnali di cambiamento e presagi di futuro.
Roma e Torino hanno le prime due Sindaco: Virginia Raggi e Chiara Appendino. Potrebbero non essere all’altezza di ruoli difficili in città molto difficili, ma esprimono un segnale potente, significativo, fiero di cambiamento possibile. Buon lavoro e, soprattutto, buon vento ragazze.

Prombot, il piccolo robot in fuga

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A Perm, in Russia, un piccolo robot si è dato ad una imprevedibile fuga:«Il robot stava imparando gli algoritmi per muoversi autonomamente quando è fuggito dai laboratori». La sua libertà è durata 50 minuti, è stato catturato a 50 metri dall’edificio da cui era scappato perchè le batterie si erano esaurite.

Mentre scrivo non so se i Brexiters abbiano vinto, ma come buon auspicio dopo aver iniziato con una citazione di Marx (Groucho) ho l’obbligo di concludere con una citazione di Wilder (Gene): “Si può fare!”.

PS: Ciò che era futuro due giorni fa oggi è Storia. Goooooood Morning Brexit!

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7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. kiki

    Vedi cara, il tuo non sarà un pezzo di economia, ma le parti che ti contesto sono di economia (materia che studia le condizioni di benessere delle persone, quindi il tuo “franco” interesse per la disciplina è quello di chiunque altro, Tremonti o Mario Draghi compresi) e tu, che ti piaccia o no, fai un discorso eminentemente economico (accidenti, parli di sovranità monetaria… cosa è secondo te, Medicina?). Il fatto che tu trovi preferibile la inflazione alla deflazione, il bianco al nero o l’Inter al Milan non conta; anch’io preferisco l’inflazione alla deflazione, fino a che la prima sta sotto il 3%, non è quello il punto. Il punto è dare informazioni sorrette da dati e non da impressioni. Cinque minuti di interrogazione sul DB della Banca mondiale (http://databank.worldbank.org/data/home.aspx) ti avrebbero infatti consentito di verificare che:
    1. nel 1980 in Italia (picco di inflazione), con il 21% di inflazione, il PIL pro-capite a prezzi costanti 2005 (serve per potere comparare valori in anni diversi) era di circa 21mila dollari e la disoccupazione al 17%; 2. nel 2007, ultimo anno pre-crisi finanziaria (che origina negli USA e non nella perfida UE), con l’inflazione all’1,82% (già troppo bassa, è vero) lo stesso PIL era di quasi 33mila dollari pro-capite (fa il 56% in più), la disoccupazione è al 6% e questo nonostante la forza lavoro sia cresciuta grazie all’ingresso decido delle donne nel mondo del lavoro; 3. nel 2014 dopo 7 anni di crisi durissima (attualmente ultimo anno di dati completi), l’inflazione è allo 0,24% (deflazione), il PIL pro-capite è di circa 29mila dollari (+37% rispetto al picco inflativo del 1980), la disoccupazione al 12,7%. 4. Gran parte degli anni compresi tra il 1974 ed il 1992 (ossia pre-Maastricht) o tra il 1974 e il 2002 (Euro) hanno tutti gli indicatori peggiori del 2014, tutti gli anni hanno indicatori peggiori del 2007, ultimo anno pre-crisi. perché parto dal 1974? Perché stiamo di fatto discutendo di inflazione, che in italia e in Europa diventa un problema dopo la crisi petrolifera del ’73.
    Insomma, ci stai dando a cazzo-di-cane, esattamente come quelli che pensano che gli immigrati extra-comunitari in Italia siano il 20-30% dei residenti e invece sono meno del 6%. E anche lo spauracchio della “deflazione come prima della seconda guerra mondiale” è un’enorme boiata; anzi, molti storici hanno sostenuto che fu proprio la chiusura delle frontiere e le politiche di “beggar thy neighbour” che portarono alle due Guerre Mondiali; isolazionismo e chiusura delle frontiere, ti dice nulla? Ah, a proposito: io mi chiamo Francesco Silvestri. Mi firmo kiki non per anonimato (come surrettiziamente provi a suggerire tu), ma per l’esatto contrario; penso infatti che il 90% della gente che mi conosce, non sappia il mio nome all’anagrafe; un po’ come menarla ad Alice perché fa i dischi come Alice e non come Carla Bissi (e scusa l’esempio vintage). Convinto ambientalista, mi muovo esclusivamente con la mia bicicletta (perché non so guidare). Ciao

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    • Maria Grazia Giordano

      Caro Francesco,non sono un’economista e per scelta non mi interesso di bilanci e cifre e statistiche, che lascio ai matematici e ai contabili, senza entrare nel merito di quanto scrivi posso solo aggiungere che, dando per buoni i tuoi dati, al di là dei numeri c’è la vita reale e in questa la gente vive peggio e il disagio diffuso è in aumento. Parli di PIL procapite, ammesso che ci sia stato un aumento globale della ricchezza in Italia: come è distribuita? Mi risulta che i ricchi siano sempre più ricchi e i non ricchi sempre meno ricchi e il divario, fra gli uni e gli altri, sempre maggiore. Le cifre non raccontano nulla delle persone e sono le persone che a me interessano. Il dato del 6 % degli immigrati residenti dice poco e nulla, il numero dei non residenti li porta ad essere almeno il doppio, se poi quel “6%” risulta concentrato in un quartiere, in una scuola in un asilo qual è la percentuale “percepita”? E loro come vivono? Sono integrati? Ripeto, non sono un’economista, ma una scrittrice però, se vuoi, ti sciorino anche qualche numero:

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    • Maria Grazia Giordano

      nel 2015 ci sono stati 67000 decessi in più rispetto al 2014, un aumento dell’11,3%: il numero oltre ad essere impressionante è anomalo, per ritrovare un’analoga impennata si deve ritornare al 1943!!! Vuoi altri numeri? Undici milioni. Undici milioni sono gli italiani che nel 2016 hanno dovuto rinunciare all’assistenza sanitaria a causa di ristrettezze economiche! L’Ultimo numero e poi finisco di darne: 65.000. Sono 65.000 le matricole perse in dieci anni, un calo di iscritti all’università del 20%!!! Per me sono questi i numeri che fotografano e raccontano lo stato di salute di un paese. Potrei continuare, ma non è mio compito e nemmeno mia intenzione raccontare cifre, Io racconto persone, suggestioni, emozioni. Su una cosa siamo comunque d’accordo, sono ambientalista convinta anch’io, ho la patente da oltre 30 anni, ma mi muovo quasi esclusivamente in bicicletta o a piedi, per rispetto all’ambiente e anche perchè credo che per conoscere il “mondo” ci si debba impolverare i piedi…Buone giornate, buona estate e, soprattutto, buona fortuna Francesco!

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      • kiki

        Maria Grazia, quello che sto provando a farti capire è che le impressioni sono impressioni, i numeri vanno interpretati, ma sono qualcosa di certo. Era un’impressione anche quella di Silvio qualche anno fa, che non ci fosse crisi perché i ristoranti erano pieni, né più né meno che le tue.
        E i numeri per prima cosa vanno verificati. Ad esempio, il numero di decessi è stato nel 2015 di 49.207 unità in più rispetto al 2014, (+7,6%), non 67mila (+11%). È vero, è anomalo a prima vista. Poi però se li rapporti alla popolazione residente, significa che la % di deceduti è passata da 1% a 1,1%, statisticamente non mi sembra uno scarto da far pensare che ci sia sotto qualcosa. E si tratta comunque di un anno, un po’ poco per chiamarla tendenza e iniziare a preoccuparsi! Tutto questo lo scopri con un semplice passaggio sul sito dell’ISTAT, che fa calcoli; a volte li fa male, ma di sicuro li fa meglio di qualunque giornale, scandalistico, allarmistico, filogovernativo o filogrillino che sia (Il Fatto quotidiano citava una proiezione fatta sui primi 8 mesi dell’anno, poi parzialmente smentita dai dati finali).
        Mentre il dato sugli 11 milioni che hanno rinunciato alle cure è il recente lancio di agenzia relativo a una ricerca fatta da un istituto serio (il Censis), ma su cui non sappiamo nient’altro: che dimensione avesse il campione, se fosse rappresentativo, se fosse un questionario telefonico, se per sanità negata consideriamo chi non ha da pagarsi il ticket per un intervento o chi ha calato il suo ricorso ai farmaci perché è aumentato il ticket e non vale più la pena. Non sappiamo niente.
        Riguardo alla sperequazione del reddito, immaginavo un possibile rilievo simile e per questo avevo cercato un indicatore simile a quelli che ti ho citato. In economia l’equità di distribuzione del reddito si misura con l’indice di Gini, (scala da 0 a 100), più è basso più c’è perequazione: per l’Italia dal 2006 al 2012 secondo la Banca Mondiale oscilla attorno al valore 34, più basso della Grecia ma più alto delle altre sorelle europee (che si attestano attorno al 30 di Belgio e Germania e al 33 di Francia e UK); altri dati, che però non appartengono alla stessa famiglia, dicono che per l’Italia l’indice era attorno a 32 negli anni ’70, è progressivamente a raggiungere 27 nel 1992, per poi salire progressivamente fino a 31 nel 2008. Quindi sì, un problema di squilibrio c’è, ma restiamo attorno alla soglia del primo terzile (0-33%).
        Però, vorrei che fosse chiara una cosa: io non nego che stiamo vivendo la crisi socio-economica più terribile dal dopoguerra, ma è una crisi che ci dice che stiamo peggio rispetto a un picco raggiunto nel 2007, non rispetto agli anni ’80 della finanza creativa democristiana. E quello che ti contesto è: 1. che sia colpa della UE; nonostante una politica comunitaria che dal 2001 si è incartata e ha troppa ed esclusiva attenzione per l’euro (questo è verissimo), la UE per noi italiani è il rimedio, non la malattia; 2. ah i bei tempi andati della sovranità monetaria che dava vivacità economica… Questo al limite me lo potrebbe dire un tedesco (e comunque glielo contesterei), non un italiano con la liretta al 21% di inflazione. L’inflazione è la peggiore delle tasse, perché è recessiva, bastona di più i poveri, che non hanno la possibilità di acquistare moneta forte e beni rifugio, altro che vivacità. Si stava peggio e non meglio, quando si stava peggio. E adesso quei coglioni di Salvini e Grillo vogliono farci tornare a quel dorato mondo lì! Bene, basta così. Ciao. PS: io mi chiamo kiki

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  2. kiki

    “L’Ingresso dell’Italia nel club di Eurolandia non ha segnato la fine dei mali endemici italici, (…) , ha invece segnato la fine della sovranità monetaria e per conseguenza la fine della vitalità economica che quegli stessi mali endemici non avevano intaccato se non marginalmente (grazie anche alle “risorse” che la sovranità monetaria creava)”. L’ingresso nell’euro ha segnato la fine di uno dei peggiori mali italici: l’inflazione a due cifre. Cioè quella che tu chiami “vitalità economica”. E’ bello avere delle opinioni, ma è meglio averle supportate da un po’ di conoscenza ) o di umiltà), quando si va sul tecnico.

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    • Maria Grazia Giordano

      Caro o cara Kiki,
      si è bello avere opinioni e poterle esprimere e spendere nome e faccia è, almeno, sintomo di coraggio se non di umiltà.
      Io non trovo preferibili deflazione, disoccupazione, precarietà, svendita dei beni dello stato, sfilacciamento del tessuto economico e sociale all’inflazione a due cifre e non credo che nel 2016 possiamo permetterci ancora di vivere nel mito della falsa equazione: inflazione male austerità bene, condizioni economiche deflattive simili a queste hanno portato alla seconda guerra mondiale. Il mio non è, e non vuole essere, un pezzo di economia che, francamente, mi interessa solo nella misura in cui è al servizio del benessere delle persone e io ne vedo sempre meno in giro.
      Buone giornate.

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