W i robot!

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
logo

 

Non pensavo che sarei mai riuscita a dire una cosa del genere, eppure, confermo: w i robot! Sono una tipa piuttosto all’antica, diciamo così, con certe idee ben radicate in un passato che ormai sembra lontanissimo, anche se ho solo quarant’anni e anche se nell’aspetto non dimostro affatto gli ottant’anni che spesso gli amici scherzando, mi attribuiscono.  abbraccioSono una che, ancora oggi, ebbene sì, ama il contatto umano, il calore di un abbraccio, la luce di un sorriso, la gentilezza di una parola e guarda con un po’ di diffidenza le meraviglie che è in grado di produrre “l’intelligenza artificiale”. Diciamo che sto ancora dalla parte dell’umano, anche se ultimamente questa preferenza vacilla.

Inutile negare l’importanza del progresso tecnologico -è sotto gli occhi di tutti- e inutile nascondere quanto, la nostra vita sia stata semplificata grazie all’evoluzione della robotica. In futuro, sembra addirittura che le macchine automatizzate verranno utilizzate per l’assistenza agli anziani, per applicazioni in campo medico, per l’entertainment e per l’educazione. Dove andranno a finire badanti, medici, cabarettisti e insegnanti è un mistero. Per ora, però limitiamoci alla tecnologia. Occulto, alieni e fantascienza saranno oggetto delle paranoie dei nostri posteri.

Beh, sapete cosa vi dico? Se solo fino a poco tempo fa avevo timore dell’incedere prepotente e infestante di tutte quelle voci metalliche che tentano una conversazione umana, simulando un navigatore stradale, un casellante autostradale e improbabili addetti all’ascensore, oggi trovo quelle stesse voci quasi confortanti. Alimentano l’illusione di vivere in una comunità.

distributoreAllo stesso modo, una volta aborrivo i distributori automatici di caffè, bibite e merendine, così asettici e impersonali, mentre oggi osservo affascinata i meccanismi di bocchette che ruotano all’interno della macchina quando questa miscela il cappuccino con cioccolato -sempre caldo e schiumoso al punto giusto- oppure quando recapita, tempestivamente, una coca cola fresca. Non c’è spazio per gli umori altalenanti dell’essere umano e per il suo indugiare, magari anche con aria seccata, nell’invio di un sms sotto banco o di spalle al cliente.
E ancora, un tempo mi infastidivo terribilmente se ad una mail rispondeva un “risponditore automatico” attivato perché il tizio era fuori ufficio, malato, in vacanza oppure, semplicemente perchè non aveva palle di rispondere. Ora ringrazio per l’attenzione.
L’ultima vittoria, se così si può chiamare, è stata quella di aver blandito lo sgomento e il raccapriccio che ho provato per l’improvviso analfabetismo che con l’avvento di WhatsApp sembrava avere colpito l’universo mondo, scaricando a mia volta l’app e utilizzando degli emoticons! All’inizio temevo si fosse perso l’uso della lingua italiana. emoticonsMi capitava, infatti, di ricevere messaggi senza neanche una parola, ma costellati da fiorellini, cuori, scarpe, animali e altri simboli, poi ho capito e me ne sono fatta una ragione. Effettivamente, meglio ricevere una faccina, una borsetta o un fiore stilizzato che un panegirico infinto senza capo né coda, scritto, fra l’altro in un linguaggio fatto di abbreviazioni, cmqe spesso per me incomprensibili. Un’immagine può essere più diretta ed eloquente che dieci parole e poi, non sopporto gli errori di grammatica, ortografia e punteggiatura, ospiti sgraditi quasi inevitabili in ogni frase scritta con eccessiva disinvoltura e rapidità, e oggi, ahimè, si va sempre ropidi, appunto!

indifferentiMa torniamo alle macchine. Perché questo voltafaccia all’essere umano, o meglio, perché la voce impersonale di un robot riesce a farmi sorridere, mentre quella di un uomo, a volte, mi disturba? A parte il fatto della rarità dell’evento –oggi, come accennato, si comunica quasi esclusivamente con simboli e abbreviazioni, una telefonata è cosa rara, un incontro ancor di più- capita sovente che l’essere umano in questione sia di cattivo umore, mestruato o semplicemente di fretta.

La fretta è diventata un male virale che porta con sé distrazione e insensibilità. Il “buongiorno”, un sorriso e un “buona giornata” non fa più parte dell’intercale quotidiano –una volta spontaneo, poi sospinto dalla forza d’inerzia- anche se, molte volte, diciamolo, neppure il cliente ci fa più caso. Così il casellante autostradale in carne ed ossa ringrazia e saluta sempre meno spesso, l’amico che fa da navigatore sul sedile a fianco al vostro bestemmia incazzato perché non comprende le mappe e il signore a cui vorreste chiedere informazioni si allontana non appena vi vede rallentare e accostare al marciapiedi.

navigatoreAllora ben venga il “risponditore automatico”, invece del silenzio ad una mail, la voce metallica del navigatore che dopo essere stato riprogrammato cinque volte continua ad indicarvi la strada senza perdere la pazienza, il casellante artificiale che ringrazia augurandovi una buona giornata e il cappuccino sempre caldo e schiumoso del distributore automatico, anziché quello soggetto agli umori del barista.
Ops, il cellulare ha fatto bip! Sarà una mail, un sms o un WhatsApp?!
In ogni caso, “Buona giornata”!

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

Sito web

Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

Perché non lasci qualcosa di scritto?