Va’ dove ti porta il cuore?…

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Diciamolo subito: ha fatto più danni la frase “Va’ dove ti porta il cuore” che il petrolio. E chiariamo subito anche questo: siamo assolutamente convinti che il “cuore”, la passione siano indispensabili in qualsiasi contesto dell’esistenza, ma vogliamo qui argomentare che seguire “il cuore” inteso soprattutto come impulso contingente, desiderio effimero di fare quello che ci va e quello sentiamo in un momento, contrapposto al cervello, al pensiero e al sacrificio è invece un errore.

corazon_0Negli ultimi tempi, soprattutto nel superficiale mare dei social networks, si è infatti diffusa, a suon di vignette e citazioni estrapolate chissà come e da dove, la “filosofia” secondo la quale “la testa” coincide con il male e l’infelicità, mentre invece il cuore (nell’accezione descritta sopra) sia invece foriero di gioia e cose belle. In particolare, si sostiene che sia giusto e necessario “fare ciò che ci si sente” in un particolare istante, seguire il desiderio del momento, ascoltare il fugace istinto “naturale” (ah! quanto sarebbe necessario approfondire il senso dell’aggettivo “naturale”!).  Al contrario, “qualcuno”, “qualcosa” (la società, il governo, i matusa…) ci chiude in gabbia e ci costringe ad una vita modellata dalla fredda ragione.

Questa visione a noi appare assai superficiale e assai figlia del nostro tempo che ci induce – consumisticamente – a cambiare continuamente l’oggetto dei nostri desideri, ossessivamente buttare e ricomprare, dar ascolto all’insistente impulso del momento e quindi non impegnarci nel “riparare”, nel soffermarci, nel comprendere. È cosa buona e giusta fare ciò che ci piace, ma – spesso – ciò che ci piace (sia esso un lavoro o la persona con cui condividiamo la vita) è ciò che capiamo e conosciamo. E per capire e comprendere qualcosa ci vuole tempo, pazienza, dedizione, frequentemente anche sacrificio e volontà. Estremizzando un po’ il concetto: si sceglie ciò che ci piace.

Altrimenti ci sarebbero ben pochi violinisti, fisici quantistici o maratoneti. Ossia se si seguisse l’istinto effimero del momento, sarebbe assai difficile raggiungere la felicità e la soddisfazione che sono invece, spesso, il risultato di un lungo cammino costellato di pratica, di sacrifici, di “oggi non ne ho voglia, ma devo”.  Perché non sempre accade che ci si innamori a prima vista di qualcosa o di qualcuno: l’amore e la passione stanno anche nella ritualità, nell’esperienza, nell’approfondimento.

Diceva il filosofo francese Paul Ricoer: “La felicità è in qualche modo ciò che mette un punto fermo alla fuga in avanti del desiderio”. Il desiderio per sua natura è effimero, mai raggiungibile e sempre ci spinge a guardare altrove, a volere ciò che non abbiamo e quindi a non imparare ad apprezzare ciò che invece abbiamo. Al contrario, capire qualcosa e quindi utilizzare il cervello e non seguire l’istinto del momento significa anche creare le condizioni per amarla, per appassionarcene, per trovare l’energia e la voglia di stare alzato fino a tardi a studiare. Detto tra parentesi: questo, nella sfera sessuale almeno maschile, coincide con seguire più del cuore, un altro organo che sta qualche centimetro più sotto e comincia sempre per “c”…

L'episodio della volpe appare ne "Il piccolo principe" (1943) di Antoine de Saint-Exupéry.

L’episodio della volpe appare ne “Il piccolo principe” (1943) di Antoine de Saint-Exupéry.

Ne “Il piccolo principe”, quando la volpe incontra per la prima volta il piccolo principe gli spiega: “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. L’amore è quindi figlio anche dell’”addomesticarsi”, ossia di un processo lungo, laborioso e, inizialmente, quasi mai semplice e spontaneo. Ci sarà sempre una volpe più bella o un ragazzino con i capelli più biondi, ma il processo di “domesticazione” li rende unici l’uno per l’altra.

È perciò certamente vero che bisogna scegliere ciò che ci piace, ma è altrettanto vero che si può trovare e costruire ciò che ci piace in tantissimi contesti che invece ci sembrano oppressivi, noiosi, soffocanti. Il tanto bistrattato cervello è ciò che ci guida e ci offre gli strumenti per fare ciò e quindi costruirci la nostra felicità che spesso è figlia di una volontà, di una scelta. Il cervello ci dice ciò che abbiamo e quindi ci consente di fissare degli obiettivi (partecipare ad una maratona, imparare a suonare il violino, aver dimestichezza con la fisica quantistica). Poi, certo, per raggiungerli è spesso indispensabile il sogno, l’illogicità, il “cuore”, inteso come passione a volte irragionevole, sempre unita e dialogante con il cervello.

ac620216-a152-11e3-a9d5-20cf300687d7_402_402Vogliamo anche senza dubbio spendere qualche parola per riscattare la tanto vituperata disciplina e pure il sacrificio, concetti quasi esclusivamente associati al militarismo o a pratiche cattoliche bigotte e retrograde. Soprattutto in un’epoca come la attuale, dove siamo bombardati di impulsi, informazioni, distrazioni continue, la disciplina e il sacrificio sono invece cruciali per tenere il timone dritto verso l’obiettivo che ci siamo prefissi e che sappiamo ci renderà felici. Siamo così tanto indotti a cambiare continuamente l’oggetto della nostra attenzione (ossia a seguire l’impulso momentaneo ed effimero) che stiamo perdendo non solo la capacità di applicarci in compiti che ci richiedono uno sforzo, ma anche di goderci le cose che dovrebbero rilassarci. Ossia non solo, ad esempio, ci riesce sempre più difficile concentrarci e studiare o leggere qualcosa che sappiamo utile e salutare ma faticoso, perché indugiamo continuamente in distrazioni varie, ma anche se stiamo vedendo un bel film o una partita di calcio, fatichiamo sempre più a resistere alla tentazione di guardare il cellulare, rispondere ad un messaggio di Whatsapp, ecc. ecc.. Per questo è necessaria la disciplina e il sacrificio: per difenderci da tutto ciò che sappiamo meno utile e meno benefico e ritrovare invece il piacere e la capacità di impegnarsi e “buttarsi” in qualcosa che sappiamo ci aiuterà ad essere migliori e più felici.

In conclusione, ci sentiamo perciò di biasimare questa facile e superficiale dicotomia cuore-cervello e di impegnarci ad imparare ad “accordare” la sintonia tra i due (come suggerito dalla vignetta), ricordandoci che seguire il cuore non significa seguire effimeri istinti e desideri del momento.

 

 

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