Raymond Carver e quel suo singolare mestiere di scrivere

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Sebbene abbia rifiutato di omologarsi allo stereotipo dell’autore “minimalista”, dando negli ultimi anni una svolta alla sua prosa, Raymond Carver (Clatskanie, 25 maggio 1938 – Port Angeles, 2 agosto 1988) rimarrà sempre il maestro del racconto breve. Dalla penna di questo scrittore e poeta, fra i più amati del Novecento, sono usciti capolavori di per sé perfetti, senza che vi fosse mai una parola fuori posto. Carver era infatti un perfezionista, che si divertiva a correggere i suoi scritti, arrivando a rivederli anche una quindicina di volte. I dialoghi risultano naturali e mai forzati, così come parlerebbero, in intimità, due interlocutori messi a confronto.

Gli amanti di Raymond Carver, come me, ricercheranno sempre l’inconfondibile impronta dell’autore nella sua prima raccolta, quella che lo ha visto esordiente affacciarsi al mondo dell’editoria. Vuoi star zitta, per favore? è una raccolta di ventidue racconti, pubblicata per la prima volta nel 1976 dalla casa editrice Minimum Fax. In seguito, le opere di Carver se le è aggiudicate Einaudi, avendo avuto l’esclusiva sulle traduzioni.

Con Carver il racconto americano si trova ad una svolta. Assume l’aria del fotogramma: un’istantanea, dal finale aperto, che lascia il lettore libero d’interpretare. Piccoli “scorci” di solitudine, che sembrano opera del pennello di Edward Hopper, a cui lo scrittore è stato spesso accomunato. Medesimo è il senso di alienazione impresso nelle figure, così come l’apparente “grigiore” del paesaggio urbano.

In questa sua raccolta d’esordio, Carver ci narra di gente comune, affaccendata sul lavoro e nelle piccole attività quotidiane. Così come di disoccupati, che non sanno come fare a sfamare i propri figli. Lui, neppure ventenne, ne aveva già due.

I suoi personaggi spesso lavorano in segheria oppure in una tavola calda, come rispettivamente avevano fatto il padre e la madre. Mestieri umili che lui stesso ha dovuto svolgere, per mantenere la famiglia, prima di essere scoperto come scrittore ed iniziare a tenere corsi di scrittura creativa.

A parte qualche raro adolescente, i protagonisti sono sempre uomini e donne sulla trentina, falliti, alcolizzati, disoccupati, oppure coppie in crisi. Sulle storie aleggia un senso di angoscia: qualche disgrazia che incombe. Ma la vera maestria sta nel farlo solo pensare, perché difficilmente poi accade in maniera esplicita.

Attraverso una scrittura lineare, che lavora finemente “di cesello”, Carver conduce il lettore nella squallida esistenza dei suoi personaggi, per rivelare, all’improvviso, un unico e lucido istante di autenticità. I protagonisti vivono una sensazione di vuoto e sovente si disperano, perché non vedono un domani. Tutti attendono qualcosa, che forse accadrà, ma che potrebbe anche portare alla catastrofe.

Tipica è la messa a fuoco, attraverso un’analisi impietosa, di una coppia all’interno di uno spazio domestico. Gli oggetti che circondano i personaggi, siano essi accessori o pezzi di arredamento, non sono mai posti a caso. Ci forniscono una maggiore “veridicità”, delineando l’implacabile azione del tempo. Il frigorifero che si rompe; il telefono che squilla quando non deve; il televisore che sveglia chi dorme, servono ad esprimere il disagio interiore dei personaggi.

VUOI_STAR_ZITTAÈ proprio vero che uno scrittore s’ispira a quello che di familiare c’è nella sua vita. Si tende sempre a riportare ciò che si conosce, perché è più sicuro e, così facendo, si risulta più credibili. La vita di Raymond Carver è stata sempre in salita, e ricca di ostacoli. Le tematiche che ha trattato nei suoi racconti, le ha vissute sulla propria pelle, o su quella di chi gli è stato vicino. Riuscendo però a fare, di ogni piccola storia, un microcosmo completo e suggestivo.

Il suo celebre detto, “un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi”, mi trova pienamente d’accordo. L’importante non è solo quello che si scrive, ma anche come lo si scrive. E serva ad esempio la canadese Alice Munro, premio Nobel per la letteratura, pur essendo sempre  e solo stata autrice di racconti.

Il senso di quello che si mette nero su bianco, insomma, per Carver ha certamente a che fare con lo stile, ma soprattutto con la tensione che una storia può generare. Per scrivere lo straordinario, l’istante di rottura, bisogna avere la padronanza dell’ordinario. Attraverso un serrato “dominio di sé”, Carver incarna la capacità di mantenere un tono della narrazione sul filo della tensione e lì di lasciarvi il lettore. Nell’esercizio della tensione vale la cosiddetta “teoria delle omissioni”, dove importante è ciò che si racconta, ma anche quello che invece non si racconta per nulla.

Il peso dell’inquietudine gioca un ruolo dominante, dove la svolta avviene nel momento in cui tutto, improvvisamente, diventa chiaro. Governare l’inquietudine diviene quindi il suo segreto, perché senza inquietudine vi è incapacità di generare una reazione nel lettore, e quindi lo scritto, da un punto di vista stilistico, si perde.

La letteratura è un continuo luogo di crisi, questo insegna l’autore. Un po’ come la vita, non trovate?

E mentre consiglio caldamente la lettura della citata raccolta, perché è da lì che tutto ha avuto inizio, penso che la nostra quotidianità non sarebbe poi così banale, se ci fosse Raymond Carver a raccontarla.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Salvo Bumbica

    Mia moglie appassionata lettrice di tutto, mi ha fatto conoscere Carver, quando ho finito di leggere tutti i suoi racconti ho cercato in altri scrittori le sue storie di outsider della provincia dell’America quella vera, ma lo stile di C. è unico.

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