L’arte di lamentarsi

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
logo

Marito/moglie/partner da una parte; figli, casa, lavoro dall’altra, per non parlare di amore, salute e denaro, tutti elementi che creano stress nella frenetica quotidianità di molte persone, sempre e comunque! Nel caso, infatti, che un partner, un figlio, un lavoro, una casa ci siano… così come nel caso contrario, quando tutto ciò manchi, mutano senza dubbio dinamiche e priorità, ma resta invariabile una costante: il lamento. A volte è tonante, altre volte è la semplice eco di un’eco, altre volte ancora è un mugolio biascicato, eppure sottofondo corale dell’esistenza umana.

gioaOvviamente, non tutti i lamenti sono ugualmente spiacevoli, anche se il termine, per definizione, porta a pensare male. Anzi, a volte -come nel caso dell’amante durante l’amplesso- oltre che desiderabile, il “lamento” può, addirittura, essere eccitante. Ciò non toglie che nella maggior parte dei casi, il mugolio lagnoso sia effettivamente qualcosa di fastidioso. Così quello del bimbo capriccioso, se in principio fa tenerezza, dopo un po’ conduce all’isteria, mentre quello del moribondo o di chi subisce violenza, invece, è straziante da subito.
Il lamento, però, che mi disturba più di ogni altra nenia immaginabile è quello dell’uomo qualunque. Non ha importanza, infatti che sia un barbone all’angolo della strada, una prostituta, una casalinga, un disoccupato, un profugo, oppure un imprenditore di successo, una modella, una regina o un impiegato di banca. Ognuno di questi personaggi -chi più, chi meno, chi per inerzia, chi per capriccio- troverà comunque un difetto nella sua vita e si lamenterà.

poveroSe, da una parte, è comprensibile il disagio del senzatetto, del disoccupato o della prostituta sfruttata, lo è meno quello dell’imprenditore di successo o di una regina, anche se, a dir la verità, non vorrei mai trovarmi nei panni di un manager super impegnato -24h su 24h- o in quelli di una regina costretta ad una ferrea etichetta di corte. La notte preferisco spegnere il telefono e dormire sonni tranquilli; adoro mangiare il pollo e le patatine fritte con le mani e, soprattutto, non voglio essere costretta a rispondere di niente a nessuno. Detto ciò, è chiaro che l’eremitaggio e la clausura –se non fosse per l’astinenza sessuale e un dio invisibile a cui dover comunque rendere conto- sembrerebbero delle possibilità allettanti, ma preferisco vivere nel brusio di un lamento indistinto e generalizzato che essere fagocitata dal mio stesso canto melanconico. Anch’io, infatti, non sfuggo alla legge del lamento –mi lamento del fatto che tutti si lamentano-. Un paradosso!

riccoDunque: essere povero non va bene perché sempre in lotta per cibo, acqua, casa, soldi; essere ricco nemmeno, perché, a volte, troppo cibo, acqua, casa e soldi suscitano pensieri deprimenti su chi cibo, acqua, casa, soldi non ne ha; essere del ceto medio, infine, è la peggior condanna. In questo caso, infatti, i bisogni fisiologici primari sono soddisfatti e sebbene non ci siano risorse illimitate per appagare e mettere a tacere ogni vizio, ci sono tuttavia tempo ed energia sufficienti per ambire a sicurezza, appartenenza, stima e autorealizzazione. E lì cominciano le paranoie!
Concludendo: lamentarsi è diventata un’arte. E l’arte è qualcosa che non ha limiti, né confini e non necessita di alcun alibi per potersi esprimere liberamente. L’arte è arte. In questo caso, collante esistenziale della società.

La disgrazia di essere povero parla da sé, quella di essere ricco un po’ meno, ma ovviamente c’è chi lo fa per lei –un maggiordomo, uno chauffeur, un portavoce- e quella di appartenere al ceto medio è un coro unanime. Lamento giustificato e comprensibile? Certo! Pensate forse che i ricchi, pur cedendo spesso e volentieri al delirio di onnipotenza, non abbiamo tutte le alienazioni mentali dei comuni mortali?
papaAmore, diete, salute, incedere del tempo, varie ed eventuali sono all’ordine del giorno per chiunque, anche il Papa deve fare i conti con il fatto di essere umano e con la fragilità che ciò comporta. Pure un santo si lamenterà di non poter fare abbastanza per l’universo mondo! E così, ignari o consapevoli del fatto che se non siamo noi a tediare il prossimo è il prossimo che tedia noi, il lamento dilaga in ogni piega della nostra esistenza. L’equilibrio psico-fisico, la serenità, la gioia, la sazietà, il benessere, la felicità sono solo momenti che intercalano il lamento. Il lamento è la costante, tutto il resto è variabile.

Se il povero si preoccupa di trovare un pezzo di pane, il ricco, invece, si preoccupa di trovare del caviale di qualità e l’uomo del ceto medio di trovare le offerte migliori nei supermercati del quartiere confrontando prezzi e prodotti. A tutte queste attività, naturalmente, è sotteso un lamento: il pane non si trova o se ne trova troppo poco, la qualità del caviale è difficile da stimare, ma facile da criticare e le offerte non corrispondono alle aspettative, oppure lo scaffale del prodotto agognato è vuoto.
Allo stesso modo -senza distinguere ceto sociale, sesso, età e istruzione- chi ha un compagno rimpiange la libertà, chi è solo cerca l’amore; chi ha figli esprime preoccupazioni, chi è sterile accusa una condanna ingiusta; chi lavora denuncia stress, chi è disoccupato fa altrettanto; chi è sano deve fare movimento per restare sano, chi è malato vorrebbe poter correre; chi è impegnato sogna il relax, chi si annoia cerca stimoli; chi legge vorrebbe scrivere e chi scrive vorrebbe essere letto!

artistaInsomma l’arte di lamentarsi sembra essere prerogativa dell’essere umano, dato che non si è mai visto una pianta fare i capricci o un gatto miagolare all’infinito. Niente paura, però, anche in questo caso sarà tutta colpa della genetica. Così come, infatti, c’è il gene responsabile del daltonismo, quello della fibrosi cistica e quello del recettore della dopamina, ci sarà sicuramente anche il gene responsabile del lamento.
Ecco fatto, tutti giustificati! Sì perché quel gene sembra proprio essere dotazione necessaria di ogni singolo essere umano, anche di chi in questo momento sarà indispettito e lamenterà il fatto che lui non è così, non è lagnoso e lo farà, magari, alzando un sopracciglio, senza proferire parola o bestemmia! Eccolo, il vero artista! Nell’arte di lamentarsi, infatti, non servono né talento, né competenze particolari. Predisposizione genetica e capacità espressiva di base sono tutto ciò che serve, il lamento, ovvero l’opera d’arte, viene da sé!

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

Sito web

Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

Perché non lasci qualcosa di scritto?