I chiaroscuri della società della conoscenza

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LA CONFUTAZIONE PEDAGOGICA.

Le parole d’ordine – gli slogan di plastica – ossessivamente replicate nel villaggio globale dell’informazione e della comunicazione tendenzialmente ci insospettiscono perché aprono i cancelli soltanto alle “idee” da consumare come verità inossidabili e inconfutabili. Queste, vanno poste in lista di attesa per poterle guardare nello specchietto retrovisore del “dubbio”. Come dire. Siamo al cospetto di avvisi di garanzia che invitano ad avviare scrupolose istruttorie sul significato, sociale e culturale, che l’informazione e la comunicazione stanno assumendo. Al punto, da lampeggiare nelle offerte di mercato dei surgelati della Cultura: da scartare, riscaldare e consumare senza battere ciglia.

indexSi chiama Società della conoscenza. Non perdiamola di vista, non facciamola scappare perchè si candida a irrinunciabile capitale umano, a conto in banca di cui tutti potranno fruirne e goderne. Siamo al totem, all’altare pagano da venerare. Al cospetto di un assioma che si accetta per vero, senza discussione. Da oltre un lustro, detto applausometro continentale alluviona i nostri timpani. Di qui una ineludibile riflessione pedagogica: la sintetizziamo, con l’ovvio rischio di una sua univoca lettura. Il titolo di testa Società della conoscenza debutta e popola ogni pagina del Report/1996 della Commissione europea Insegnare ed Apprendere in una società conoscitiva (curatori Edith Cresson e di Padraig Flynn). E’ il Report che godrà una consacrazione definitiva nel Consiglio europeo di Lisbona/2000. E’ il Documento ufficiale del vecchio Continente che chiama a raccolta il mondo dell’economia, delle arti, delle scienze e dell’istruzione perché attinga, senza incertezze, a nuove sorgenti di vita culturale. In particolare, i tam tam continentali non cessano di dare voce a questo messaggio: la Società della conoscenza è fonte di saperi democratici, in virtù del fatto che i suoi linguaggi mediatici ed elettronici sono alla portata cognitiva di tutti. Ovvero, i suoi alfabeti dispongono del largo compasso della globalizzazione/culturale, così da essere alla portata alfabetica dei Paesi (poveri) dall’analfabetismo cronico e dei Paesi (ricchi) dalla scolarizzazione compiuta.

punti interrogativiUN GRIDO D’ALLARME.

Domanda. Cosa intende oggi l’Unione europea per era della conoscenza? Da un punto di vista pedagogico è questa la via maestra per formare cittadini dal pensiero plurale e dall’etica solidaristica? La risposta è gonfia di se e di ma. Partiamo dal grido d’allarme lanciato dal vecchio Continente. Nella società dell’economia immateriale – informatica, telematica, robotica – occorre, al più presto, mondializzare un’alfabetizzazione capace di garantire a coloro che vivono l’odierna contrada storica una “scatola nera” (una macchina cognitiva) capace di registrare e di utilizzare gli alfabeti on/line che popolano il villaggio globale dell’informazione digitale. La circolazione no-stop dei linguaggi in rete inonda la mente di chi popola l’attuale oceano mediatico, per navigare il quale occorrono zattere ben equipaggiate di bussole informatiche. Se privi di queste imbarcazioni si corre un duplice rischio. Da un lato, quello devastante della “cecità” alfabetica, dell’uscita senza ritorno dall’odierna comunicazione sociale a base digitale; dall’altro lato, quello altrettanto letale dell’essere sommersi e inghiottiti negli abissi di codici esoterici, spesso anche criptici. Questo il monito gridato a voce alta a Lisbona. Lo condividiamo, ma soltanto in parte. Argomentiamo. Siamo certamente con l’Unione europea quando osserva che coloro che vivono il duemila non possono in alcun modo rischiare l’analfabetismo informatico. Pena, la relegazione e l’autoesclusione dalle sedi più avanzate della produzione economica, sociale, culturale e scientifica. Assolta questa convinta dichiarazione di fede, resta comunque sulla punta della nostra lingua una “confutazione” (del tutto pedagogica), che rivolgiamo alla visione monista e totalizzante della comunicazione e della conoscenza digitali. Soprattutto, quando assegnano all’informatica il compito di ridisegnare la cultura che campeggerà nel Ventunesimo secolo. Come dire. La mistica del digitale maschera a fatica un ingenuo sguardo culturale. Questo. La mozione finale redatta nella capitale portoghese identifica lo zaino della cultura da porre sulle spalle della donna e dell’uomo del duemila con il microset della conoscenza. Per conquistare il quale è sufficiente disporre della funzione monocognitiva, intesa come capacità di accumulare (assimilare) e selezionare (eliminare e/o memorizzare) i saperi galleggianti in Internet. Che sono tendenzialmente “esogeni”: di uso e di utilità sociale per chi vive l’odierna società dell’informazione elettronica.

PER CONOSCENZE DI NON IMMEDIATO USO SOCIALE.Il-primo-giorno-di-scuola-e-il-dogma-della-conoscenza-620x372

Gli appelli dell’Unione europea appaiono ingiustificatamente disattenti nei confronti del macroset della conoscenza: inteso come funzione metacognitiva, endogena, di nonimmediato uso e utilità sociale. Stiamo parlando del triplice dispositivo ermeneutico (capacità di comprendere e di interpretare le conoscenze), investigativo (capacità di scoprire e produrre conoscenze) ed euristico (capacità di inventare e di creare “nuove” conoscenze). In proposito, il nostro punto di vista pedagogico ha contorni molto netti. Questa, la tesi. Soltanto una formazione mono e metacognitiva, diffusa sull’intera popolazione scolastica fino al diciottesimo anno (obbligo formativo), si fa valere da zattera di navigazione (e di possibile salvataggio) per procedere nel mare dei massmedia e dei personalmedia, fino a raggiungere le spiagge della risorsa umana intitolata alla Singolarità del soggetto/Persona: che non è cliccabile, né manipolabile, né utile. E’ una zattera che dovrà disporre nel suo carico anche di “macroset” cognitivi. Intesi come padronanze logico/formali di natura endogena. Le sole in grado di farsi sentinelle a difesa di una comunicazione sempre più in ostaggio, oggi, al linguaggio simbolico (on line e dell’immagine). Una parola astratta troppo spesso prefabbricata: surgelata, metallica, senza anima. Con il risultato di espropriare la donna e l’uomo dall’uso di modalità di comunicazione sintonizzate con l’azione, con la manipolazione delle cose, con il contatto diretto con la realtà. Il doppio primato dell’immagine (alfabeto mediatico) e del codice informatico (digitale) potrebbe mettere in soffitta sia il linguaggio orale, sia il linguaggio della corporeità (gestuale, mimico, sonoro, grafico et al). Col rischio che il citato duplice binario comunicativo sia represso e mutilato. Ovvero, il deragliamento della parola e del corpo dalle rotaie della comunicazione conduce, senza scampo, alla distruzione del potenziale formativo dei linguaggi che sta nella “pluralità” dei loro codici e delle loro funzioni. Questo, il nostro telegramma pedagogico. Siamo consapevoli che una cittadinanza attiva e solidale nasce e si consolida se popolata di donne e di uomini dai codici variopinti e dalle menti plurali.

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