Zaventem, the Day After

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Il mio volo da Zaventem a Bologna parte tra due ore e mezza e sono già al gate 58. Fino a due settimane fa, pochi ricordavano che Zaventem fosse il nome dell’aeroporto di Brussels. Zaventem ha riaperto lo scalo solo tre giorni fa, dodici giorni dopo gli attacchi terroristici. Appena tre voli il primo giorno, i voli che partono oggi sono 95. Oggi a malapena si imbarcheranno 5000 passeggeri, un quarto dei dipendenti dell’aeroporto. In un giorno più normale di questo, partono 650 voli e 65000 passeggeri.

Nemmeno i cioccolatini belgi

Nemmeno i cioccolatini belgi

Sono seduto al gate, e sono l’unico. Se giro la testa a 360 gradi vedo solo quattro persone, in lontananza. Due baristi, due passeggeri seduti al bar. C’è un silenzio totale, si sente solo una ventola dell’impianto di areazione che necessita di una registrazione, o forse è il tapis roulant che gira a vuoto, senza nessuno che vi cammini sopra. Uno scenario che può permettersi aggettivi iperbolici, che spesso usiamo con leggerezza. Surreale. Post-apocalittico. Onirico. Sembra un episodio di Twilight Zone, forse il primo in assoluto, “Where is everybody?”, in uno scenario, appunto, post-atomico.

Ecco, potrebbe essere un sogno. Nell’area di imbarco rimbomba saltuariamente l’eco di un annuncio multilingue. E’ la solita voce asettica, ma oggi sembra un po’ più frustrata del solito. Immagino che stia parlando a me, perché al momento non vedo altre forme di vita, ma io nemmeno l’ascolto e digito sul computer. Ho il wireless gratis per tutto il giorno. Insolito per Brussels-Zaventem, uno di quegli aeroporti che ti chiede 5 euro ogni mezz’ora per farti andare on-line. Mi ha colpito, nei giorni successivi all’attentato, leggere tra le altre cose un ringraziamento agli operatori dell’aeroporto, che immediatamente dopo le esplosioni hanno aperto il wi-fi a tutti, per consentire le comunicazioni ai passeggeri bloccati in aeroporto, con le reti telefoniche in tilt. Uno strano istinto, difficile da dire se primordiale, di comunicare subito per sentirsi vivi.

Effettivamente, anch’io sto scrivendo per sentirmi nel mondo reale e non in un sogno assurdo. Sento spostare un bicchiere a cento metri da qui.
Il mio viaggio verso l’aeroporto è cominciato circa un paio d’ore fa, in taxi. Non ci sono più treni o bus che portano a Zaventem, si arriva solo in taxi o con la propria macchina passando due posti di blocco e mostrando i documenti. Il mio tassista era marocchino, originario di Casablanca. Una persona gentilissima. Ho parlato con lui nel mio francese un po’ approssimativo anziché in inglese, ha apprezzato, perché il suo inglese è un po’ approssimativo, appunto. A dispetto delle approssimazioni, in questa breve corsa in taxi abbiamo parlato di cose importanti.

Il 22 marzo ha lasciato un passeggero a Zaventem 10 minuti prima delle esplosioni, ha sentito la notizia per radio tornando verso Bruxelles, poi ha visto la gente piangere per la strada non lontano dalla fermata della metro, senza capire cosa stesse succedendo. Come tanti altri colleghi, ha messo subito a disposizione la sua vettura per aiutare ad evacuare il centro. Intanto, un altro tassista, stava aiutando la polizia a mettersi sulle tracce degli attentatori, forse ad evitare un altro attacco.

Surreale

Surreale

Abbiamo smesso in fretta di parlare di quel giorno, siamo andati oltre. Lui è nato a Bruxelles, i suoi genitori sono arrivati qui negli anni sessanta. Credo abbia la mia età, forse qualche anno in meno. Mi dice che gli piacciono il Portogallo e l’Italia, anche se non c’è mai stato, perché italiani e portoghesi sono più simili ai marocchini per valori, ad esempio tengono alla famiglia. I belgi non sono la stessa cosa, non gli interessa la famiglia, avverto un’integrazione non completata, anche se lui è belga a tutti gli effetti. Poi, quasi preoccupato di questa generalizzazione, butta lì una frase, del tipo “les débiles sont partout, dans tous le pays du mond“.

Certo, confermo. E non è una questione di religione. E aggiungo, convinto, che sulle divisioni, sulla paura, in troppi ci guadagnano. Accetteremo di buon grado di essere controllati dal grande fratello, senza che questo risolva il problema di fondo ed elimini le cause delle nostre paure. Non mi avventuro nelle mie teorie paranoico-complottiste, un po’ perché il mio francese non me lo permette, un po’ perché questo tassista non se lo merita, un po’ perché siamo entrati nell’aeroporto, lui rallenta e si cominciano a vedere le camionette militari e i mitra, i soldati, i poliziotti.
Bruxelles, 2016.

Rallenta, io sul sedile dietro ho già in mano passaporto e carta d’imbarco pre-stampata, secondo istruzioni, lo avverto un po’ nervoso, anche lui ha tirato fuori diversi fogli da mostrare ai poliziotti. Il poliziotto che ci parla è fiammingo, sorridente, gentile, dà subito l’ok al nostro passaggio. Il mio tassita gli parla in francese, poi procede, è ancora un po’ nervoso “A questi poliziotti spesso non piace che si parli in francese”. Non so da dove venga questa esperienza, comunque lui non sa il fiammingo. Sbaglia strada e siamo costretti a tornare al posto di blocco, stesso poliziotto, stesso sorriso.
Ci avviciniamo all’aeroporto, altro posto di blocco, altro mitra, altri sorrisi. Sono soldati e poliziotti in tenuta da guerra, ma non sono esaltati. E’ uno strano clima, sembrano tranquilli, non c’è tensione.

Il taxi mi deve lasciare al parcheggio sotterraneo, con qualche difficoltà trovo la strada per il check-in temporaneo, perché quello vero è nell’area devastata dalle bombe. E’ un tendone tipo festa dell’unità, sempre presidiato da mitra e uomini, con un primo security check per i bagagli. Tengo il mio passaporto in bella vista, in questo viaggio la carta d’identità è rimasta nel portafoglio. Non c’è fila, mi hanno chiesto di arrivare all’aeroporto tre ore prima, ma in due minuti sono agli imbarchi, sempre passando attraverso funzionari gentili e sorridenti, che controllano rapidamente la carta d’imbarco.

Where is Everybody?

Where is Everybody?

Al security check ho l’imbarazzo della scelta, non ci sono file, in due minuti passo il controllo. Ci siamo io, un paio di altri passeggeri e una ventina di uomini dell’airport security. Appena passato il controllo vedo due ragazze giapponesi, forse due modelle a giudicare da fisico e abbigliamento, che si fanno selfie assurdi mangiando banane e ballando davanti al posto di controllo. Le ragazze della security scuotono la testa e sfottono gli uomini della security, che le guardano di sottecchi (“Non hai mai visto una banana?”, ma in fondo sono contente che ci sia questa ordinaria follia aeroportuale).

Immagino che passati i controlli e arrivato ai gate tutto tornerà alla normalità, ma non è vero. I negozi hanno le luci accese, ma le serrande chiuse, sono aperti solo i bar. Sono strani i negozi, hanno i loro televisori accesi, le luci, la musica, ma le serrande abbassate, deserti, come se fossero stati abbandonati in quel fatidico momento e lasciati così, monumento ad un’era di consumismo ormai superata. Quasi tutti chiusi, anche i cioccolatini belgi, anche i giocattoli. In effetti, nell’aeroporto non vedo bambini, non che gli adulti siano tanti. Ce n’è uno molto, molto lontano, ma la sua voce risuona nell’aeroporto vuoto.

E’ il day after, la gente si guarda stranita, sempre con una strana serenità e solidarietà che non so spiegare. Sto finendo il mio articolo per l’Undici, ora l’aeroporto è un po’ più vispo, mi sono spostato in un bar, panino italiano e Stella Artois, il ragazzo del bar dice di sedermi, mi porterà lui il panino. al tavolo “Perché altrimenti non so cosa fare”. A memoria, pur essendo passato in questo aeroporto forse 50 o 100 volte, non ricordo nemmeno di essere stato guardato per più di dieci secondi, figuriamoci chiacchierare con un barista.

Questa è Zaventem, il 6 aprile del 2016. Pone delle domande. Quando ricominceremo a chiamarlo più freddamente “l’aeroporto di Brussels”? E quei sorrisi inaspettati, quella gentilezza, rimarranno?

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