Per tutti i ciclamini (o la fioraia danese)

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Ho un negozio, uno splendido negozio di fiori sull’Allegade e se mi metto a pensare bene, se mi concentro, non mi pare di poter desiderare altro. Alla gente di Elsinore i fiori fanno impazzire e il mio negozietto si trova in una posizione perfetta, vicino tanto al teatro quanto al cimitero, a due passi dal centro e proprio di fronte alla stazione degli autobus, quelli che vanno a Copenaghen. Stamattina, mentre spazzavo via i petali secchi e resti di gambi di rosa, mi sono tornati alla mente d’un lampo, quei giorni tristi in cui m’ero rinchiusa in casa, con l’intento insano di punirmi per non essere riuscita a trovare quel che volevo dalla vita. Castigare me stessa per un paio di desideri che non si erano realizzati, sì l’ho fatto e non fu una buona idea allora, ma se ci penso adesso, sono convinta che lo fu. Prospettive, questa è la parola giusta. Da giovane avevo dei progetti ben prefissati, scritti così bene nella mia mente che, forse fu proprio per l’eccessiva compiutezza con cui li avevo pianificati, che questi non poterono realizzarsi. Insomma non andò come volevo: i figli che tanto desideravo, non sono mai arrivati e il marito se n’è andato via, proprio durante una delle tante e vane attese. Resta ben poco da fare in casi come il mio: o ci si ingegna alla ricerca di altri desideri, o si decide di desiderare solo ciò che si ha. Ma se quel che hai tra le mani non riesci più nemmeno a percepirlo, e i potenziali nuovi desideri sono solo abbagli lontani e distrutti già prima di farsi carne, conviene solo aspettare. Aspettare e aspettare ancora che l’arpa dolce del tempo e della cura si chinino un giorno anche su di te e si adoperino per riportarti fuori. Così, inteso che non mi restava altro che attendere, avevo serrato le imposte e chiuso il mio piccolo negozio, uno di quei pomeriggi piovosi, quando con tutto il freddo che fa, non puoi neanche uscire a fare una passeggiata e rischiararti le idee. Chiuso, fermo, serrato. Senza pensarci un istante in più, mi ero riavvolta nel cappotto, e me n’ero andata a passo svelto, con la testa nel cappuccio e gli occhi nascosti agli altri. Non un cartello, non un avviso, niente. Che avrebbe pensato il vecchio Svend? Ogni martedì passava da me a prendere i suoi gladioli per l’amata Ellen. Cosa avrebbe detto Liva, la vecchia professoressa di geografia, cliente affezionata e preziosa, appassionata di gerbere? E Inger? E Hans? Cosa sarebbe stato dei ciclamini di Hans? E Mette? Dove avrebbe preso i suoi Anthurium, quelli bianchi da portare freschi al cimitero, alla cara sorella Else? Me n’ero andata senza spiegargli nulla, senza un saluto, nell’illusione violenta di essere rimasta sola al mondo, insieme al mio sacrosanto diritto alla sofferenza. Alcuni clienti chiesero di me al portiere dell’Hotel, Hans era molto preoccupato e Mette provò persino a chiamarmi a casa. Io niente, nemmeno un cenno: mi ero ripiegata su me stessa seccandomi, come succede a quei boccioli esposti a temperature troppo basse. Qui ad Elsinore non è che siamo in molti, intendiamoci: dopo un paio di giri nello stesso isolato anche l’osservatore più distratto riesce a farsene un’idea, insomma non è proprio il posto adatto in cui far perdere le proprie tracce. Nessuno aveva dubbi: tutti sapevano del mio esaurimento. Io dal mio canto invece, ero piena zeppa di dubbi: da un lato mi strattonava la voglia di reagire, dall’altro mi trascinava quella di restare ancora sul ciglio, senza vivere, senza spiegare, senza agire, incapace di mettere d’accordo azioni e pensieri, ipocrita con me stessa e con i pochi che mi erano restati intorno. Elsinore è la città di Amleto, pensai, uno che con i dubbi ha passato un brutto guaio! Quell’inglese lì, William Shakespeare, è lui che ha reso famosa questa piccola città, decidendo un giorno, in uno dei suoi più alti momenti d’ispirazione, di associare alla propria grandiosa fantasia il nome della nostra piccola città e della Fortezza di Kronborg. Amleto rifletteva, si crucciava di pensieri, ne aveva di pensieri, lui! Molti più di me, mi dissi, io sono solo una madre mancata che si strugge e si logora al battere della pioggia, sono come una foglia d’autunno, spazzata via dal vento su un vecchio balcone, sia io che la foglia regniamo incontrastate nell’ inazione. Anch’io, come una foglia morta, me ne sto immobile a pregustare la vendetta su me stessa. Durante le attese gelide alla finestra, ad aspettare che arrivasse il mio turno, avevo imparato pian piano ad assorbire il silenzio, ci lottavo ogni giorno, consumandolo pian piano, calpestandone i pezzi e passandogli sopra, soffocata com’ero del calappio che questo m’aveva costruito intorno. Poi accadde che, coi giorni e qualche sprazzo di luce oltre le tende, mi era tornato l’appetito e pian piano mi ero accorta che, nonostante i sogni infranti, non mi mancavano né vista né olfatto: i soli due sensi indispensabili per riprendere, seppur arrancando, a tornare in negozio. L’avevo lasciato chiuso per più di due mesi, non curandomi affatto dei miei fiori, abbandonati al buio delle imposte sbarrate, senz’acqua, né luce, né cure. I fiori, mi dissi ancora, persino i fiori vivono come noi: fiatano piano piano, irsuti in fila, insieme a mille altri, chi più chi meno, splendenti ognuno del proprio colore. I fiori fanno da metafore ai nostri sentimenti, operano sempre, a seconda degli umori umani, facendosi allegorie una volta d’ amore, un’altra di cordoglio, una volta di bellezza, una volta di premio, una volta di lutto un’altra di ammirazione, una volta di gelosia e un’altra di venerazione. I fiori insomma, metafore delle nostre metafore, perchè checché se ne dica, la sostanza delle cose noi qui non l’avremo mai, possiamo limitarci solo a cercarla. Avevo riflettuto a lungo sull’essenza delle cose, essenza che mai avrei potuto conoscere, anche se quei miei desideri si fossero realizzati. Il giorno seguente tornai in negozio. Spazzai per bene i vecchi petali appassiti, pulii le erbacce e tolsi la polvere stagnante sui ripiani. Hans, Mette, Liva e tutti gli altri, tornarono pian piano da me, coi loro sorrisi modesti, le loro abitudini, i loro silenzi, uguali, diversi o persino più grandi dei miei.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Diego Caiazzo

    Quella di Valentina Di Cesare è una prosa fresca, liscia, piana, che si gode di per sé, indipendentemente dall’argomento. Il racconto è accattivante, sembra una fiaba con la morale: i fiori parlano al cuore e lì colpiscono. Questo testo è un piccolo gioiello: c’è malinconia: “mi sono tornati alla mente d’un lampo, quei giorni tristi in cui m’ero rinchiusa in casa, con l’intento insano di punirmi per non essere riuscita a trovare quel che volevo dalla vita.”; “Aspettare e aspettare ancora che l’arpa dolce del tempo e della cura si chinino un giorno anche su di te e si adoperino per riportarti fuori.”; ma anche ironia: “Anch’io, come una foglia morta, me ne sto immobile a pregustare la vendetta su me stessa”. C’è arguzia: “Elsinore è la città di Amleto, pensai, uno che con i dubbi ha passato un brutto guaio!”; c’è senso della misura: la scrittura non deborda mai, all’autrice interessa parlare della storia, non le sovrappone sé stessa, come accade. Bellissimo racconto, senza mezzi termini.

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