Il libro perfetto

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Vorrei parlarvi del libro perfetto. Il mio libro perfetto. Quello che considero il mio libro perfetto personale, diverso da tutti gli altri.

Di solito, in queste occasioni, uno scrittore che vuole darsi un tono comincerà a parlare di gente seria. Saramago. Modiano. Quella scrittrice bielorussa che ha vinto il Nobel. E di cui no, mi dispiace proprio, non ricordo il nome. Oppure, per sentirsi alla moda, potrei nominare David Foster Wallace che, ne sono sicuro, è un genio ma che ancora non ho letto. Un giorno lo farò. Invece, la gente più avanti con gli anni citerà classici come Kerouac o Calvino o Fenoglio.

Ma io voglio farvi una domanda. Secondo voi, a che età uno comincia a leggere? A sei anni o a sessant’anni? In prima elementare si legge Topolino, non Saramago. Quindi, se uno volesse sapere qual è il libro perfetto, direi che è un Classico di Topolino.

Ma non vorrei parlare di topi qui. Vorrei raccontarvi del mio libro perfetto, un romanzo che ho letto forse venti volte, la prima a dieci anni, l’ultima in questi giorni. Ogni volta ci ho scoperto qualcosa di nuovo. Ogni volta mi ha fatto venire voglia di partire in cerca di avventura. E tutto quello che ho fatto in mezzo, in fondo, non è stato altro che tentare di replicare nella vita reale la magia di quel libro. Si tratta de “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne.

Alzi la mano chi non lo conosce e chi non lo ha letto.

In pallone nell'indimenticabile film con David Niven e Cantinflas.

In pallone nell’indimenticabile film con David Niven e Cantinflas.

Ricordate la storia? Abbiamo un inglese freddo e razionale, Phileas Fogg, specchio dell’uomo positivista dell’Ottocento, che scommette metà della sua fortuna con altri gentiluomini londinesi che riuscirà a fare il giro del mondo in ottanta giorni. Per farlo dovrà letteralmente saltare da un treno ad una nave, da una nave ad un treno, sperando che i venti siano propizi, che i treni non deraglino, che non giunga una tempesta di neve. O che non avvenga un attacco di selvaggi.

Accanto a Fogg c’è Passepartout, un francese, il suo alter ego irrazionale, esuberante e generoso. Con un genio inarrivabile nel mettersi nel guai. Dietro Fogg e Passepartout c’è l’indomabile ispettore Fix, convinto che Fogg sia il ladro gentiluomo che ha elegantemente alleggerito la Banca d’Inghilterra di 55.000 sterline.

I tre uomini attraversano la Francia e l’Italia, il Mar Mediterraneo, approdano a Suez, navigano nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano. A Bombay Passepartout viene quasi linciato per essere entrato in un tempio indù con le scarpe. Attraversano l’India in treno ed elefante, liberando la bellissima principessa parsi Auda da un gruppo di fanatici. Toccano Calcutta, Singapore e Hong Kong. Qui Passepartout si perde e poi si ricongiunge agli altri a Yokohama in Giappone. Percorrono gli Stati Uniti, scavalcano quasi volando un ponte pericolante, Fogg sfida a duello un arrogante colonnello americano, subiscono l’attacco dei Sioux che rapiscono Passepartout. Infine volano sulle pianure ghiacciate con una slitta al vela fino ad Omaha. Poi in treno a New York e in battello fino a Liverpool. Fogg è seguito come un’ombra dall’ispettore Fix che riesce finalmente ad arrestarlo nel momento in cui tocca il suolo inglese. Così rovinando il successo della scommessa di Fogg. Ma tutto si risolve bene, grazie ad una geniale trovata di Jules Verne: Fogg riesce ad arrivare esattamente all’ora stabilita al Reform Club, si sposa con Auda e, crediamo, cambia vita.

In elefante per le foreste dell'India.

In elefante per le foreste dell’India.

Questo è un libro perfetto perché c’è tutto. L’avventura in paesi lontani che pochi hanno visto con i propri occhi. L’Oriente con le sue credenze incomprensibili per un europeo; l’India che brulicava di fanatici, di thugs e di pratiche innominabili; le sale da oppio di Hong Kong; la confusione nei porti commerciali dell’Asia; gli americani, dipinti come dei spacconi irriverenti, sempre pronti a una rissa e ad una fucilata.

La scienza e la tecnica. Un viaggio in giro per il mondo nel 1872 era qualcosa di straordinario. I protagonisti sono il treno a vapore, il battello, gli orologi, i calendari, le vele. Appare la meraviglia dell’uomo ottocentesco per i prodigi della tecnica, che ha accorciato le distanze e reso il mondo più unito. La stessa che proviamo noi in un mondo che internet ha reso ancora più vicino.

L’amicizia. Quella che il gelido, inumano, razionale Fogg eppure nutre per il suo Passepartout, che giunge a salvare in almeno tre occasioni (in India, in Giappone e negli Stati Uniti).

Senza contare l’umorismo, l’equivoco e lo sberleffo, di cui è protagonista il pasticcione Passepartout. E la passione. Si può credere che Fogg non sia trascinato da un sentimento di autentica passione per questa avventura? Solo una scommessa tra gentiluomini? Chi può crederlo?

Fogg aveva voglia di avventura, proprio come noi, quando guardiamo le foto di spiagge esotiche. Passione che diventa amore, quando appare Auda, che i tre uomini salvano da un “sati” nel cuore dell’India. Auda finisce per innamorarsi di Fogg, prima per riconoscenza poi per averne sperimentato la generosità e l’audacia. E sarà Auda a proporre il matrimonio a Fogg, un colpo di scena protofemminista che avrà divertito moltissimo i lettori ottocenteschi.

Ma, soprattutto, c’è la magia del viaggio. Chi non vorrebbe vivere un’avventura straordinaria? Sfidare una tempesta nel Mar cinese meridionale? Attraversare un ponte pericolante in America? Chi non vorrebbe abbandonare la razionalità per lasciarsi trascinare in un viaggio al cui termine vi aspetta un amore luminoso? E chi non vorrebbe viaggiare dappertutto, almeno con il pensiero?

In Giappone.

In Giappone.

Ora, pensiamoci bene. Phileas Fogg è un turista per caso, che ha programmato un viaggio incredibile con il solo aiuto della mente. Proprio come noi, che visitiamo cento siti in cerca della vacanza perfetta, il volo più economico per Zanzibar, la più bella spiaggia delle Maldive, le più affascinanti rovine dell’Indocina. E poi finiamo regolarmente in qualche imprevisto. Come noi, Phileas Fogg sognava un’avventura razionale e controllata. Confidava nel potere della tecnica per superare ogni difficoltà. Eppure nel mondo reale non ci sono treni sempre in orario. In India la ferrovia che attraversava il subcontinente non era stata ancora completata e si arrestava in mezzo alla giungla. Fogg doveva proseguire in altro modo, anche spendendo 2.000 sterline per comprare un elefante.

Eppure. Tutti noi sogniamo segretamente che il viaggio così cautamente programmato e senza pensieri si trasformi in qualcosa di diverso, che ci procuri un cambiamento radicale della nostra vita. Vorremmo essere portati fuori strada. Vorremmo provare il brivido dell’imprevisto. Sperando ovviamente di poterlo poi raccontare agli amici con l’aiuto di un selfie. Vogliamo vedere i selvaggi anche adesso. Provare autentico terrore. Fare cose impossibili. Vorremo salvare una principessa indiana. E farci una grande risata vestiti da pagliacci. Fare un largo cerchio per poi tornare a casa, gli stessi ma anche trasformati.

Auda, Fixx, Fogg e Passepartout in America.

Auda, Fixx, Fogg e Passepartout in America.

Phileas Fogg cambia nel corso del viaggio. All’inizio era un essere che “parlava il meno possibile, e sembrava ancora più misterioso per il fatto che agiva senza parlare. La sua vita si svolgeva alla luce del sole, ma ciò che faceva era così matematicamente uguale che l’immaginazione, scontenta, cercava qualcosa di più.” Il viaggio straordinario intorno al mondo ne rivela le migliori qualità umane. Si affeziona al suo domestico. Non esita a mettere a repentaglio la sua scommessa e la sua vita per salvare Auda. Anche se sembra insensibile al suo fascino, le dimostra ogni giorno segni di devozione e fa qualcosa di insolito: l’accompagna a passeggio a Hong Kong e San Francisco, lui, che stava sempre solo. Fogg mette da parte ogni razionalità in America e, nel corso della traversata nell’Atlantico, l’irreprensibile, razionale, metodico inglese rispettoso della legge sequestra il capitano della nave Henrietta e, a corto di carbone, non esita a demolire l’imbarcazione per nutrire le caldaie.

Il libro perfetto è un libro magico che ne genera altri. Chi scrive vorrebbe essere come Jules Verne e scrivere un libro perfetto. Chi legge vorrebbe che tutto quello che trova nel libro accada anche nella vita e che abbia, diversamente dalla vita vera, un ultimo magico elemento.

Il lieto fine.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Anna

    Bravo Max, mi è piaciuto.
    Quando ero bambina trasmettevano un cartone animato (Il giro del mondo di Willy Fog) che ne raccontava la storia. Non credo di averne mai perso una puntata: era uno dei miei preferiti.
    Sarà comunque il caso di leggere anche il libro di Verne, prima o poi ;)

    Rispondi

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