Emilio

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Questo non è un brano musicale né un racconto. Questa è una storia da leggere e da ascoltare, sono parole composte e note scritte da assaporare insieme. Perciò fate partire la musica e iniziate a leggere (la musica è sincronizzata su una lettura lenta, se andate troppo veloce, peggio per voi, vi avevamo avvertiti) 

Emilio, è il nome del protagonista di questa storia. Non sappiamo bene dove viva, forse Treviso, o Vicenza, probabilmente Ferrara, comunque non in centro ma in periferia. In effetti periferia è un termine lusinghiero, per descrivere il pezzo di mondo in cui il malcapitato si trova ad abitare. Diciamo: grigia e intossicata zona industriale di una cittadina nebbiosa del nord-est Italia. Sappiamo solo che ha trent’anni, è narcolettico, ed è appena stato lasciato dalla convivente e amatissima Anna, ingegnere, che ha trovato lavoro in Germania. Sta dormendo. Quello che gli accadrà al risveglio è un mistero: potrebbe innamorarsi, ritrovare qualcuno che aveva perduto, morire. Però vi avvertiamo, i toni che abbiamo in mente adesso oscillano tra il nero lucido e il verde marcio, pericolosamente inclinati verso la cupezza e immersi in una nebbia fitta e in un cielo piovoso. E’ infatti un tuono che interrompe bruscamente questo preambolo, svegliando l’inconsapevole Emilio.

Bocca cementificata, un forte sapore amaro in fondo alla lingua. Aveva bevuto la sera prima? No, poco probabile. Non mangiava e non beveva quasi niente da quando Anna se n’era andata. Quindi quanto? Almeno dieci giorni, a giudicare dall’odore della casa e dal colore della faccia di Emilio. Provava a dormire il più possibile. Staccarsi dal mondo era un sollievo, una dolce tregua dalla smania triste che lo logorava. I medici da anni lo ammonivano a regolarizzare i suoi ritmi di sonno e veglia, per tenere a bada la narcolessia e per evitarne gli effetti più spiacevoli: le allucinazioni, le paralisi del sonno. Ma lui non ce la faceva, né era intenzionato, a restare sveglio. Anzi in effetti il piano che volteggiava nella sua mente appannata più o meno era quello: dormire fino a morire. Non sapeva se fosse in qualche modo possibile ma tanto valeva provare. Non è che avesse molto altro da fare, del resto. Solo che la pioggia tormentosa quella notte non lo lasciava in pace. Incredibile ma vero, neanche lui riusciva a riaddormentarsi. E poi la sua vescica là sotto minacciava l’esplosione e tutto sommato, meditò, non era un granché farsi ritrovate morto per esplosione di vescica. Sempre che anche questo fosse possibile.

Si alzò a sedere sul letto e soppesò la miseria della sua vita. Un dottorato di ricerca in chimica teorica e computazionale. Un paio di tirocini non retribuiti in laboratori che gli avevano puntualmente dato il ben servito dopo i 6 mesi. Una famiglia dispersa e semi-inesistente. E lei, Anna, la perla dei suoi occhi, l’unica vera certezza della sua vita, la rigorosa Anna, così diversa da lui, così energica e così focalizzata sui suoi obiettivi, andata via per sempre. L’aveva abbandonato di punto in bianco, e riaffacciandosi con la mente a quel momento il cuore gli sprofondava fino in fondo allo stomaco e lo stomaco si contorceva per convincerlo a vomitare fuori tutto: cuore, intestino, polmoni, reni, milza. Non gli serviva più nulla.

Non c’era stato nessun litigio, come sempre. Era tornata da lavoro, o meglio dall’azienda in cui la schiavizzavano dieci ore al giorno per una paga mensile da miseria, più nera e imbronciata del solito. Poi si era messa davanti a Emilio, già in pigiama e immerso nella lettura di una raccolta di racconti di Primo Levi, e aveva pronunciato poche parole, affilate come coltelli. Quella vita le faceva schifo. Erano mesi che mandava curriculum ovunque e finalmente un’azienda tedesca l’aveva accettata. Non aveva esitato un attimo. Non chiedeva ad Emilio di seguirla perché sapeva che non l’avrebbe fatto, troppo pieno di paure per lasciare tutto e ricominciare. A dire la verità anche Emilio le faceva schifo, rassegnato a quella vita misera, troppo indolente per cercare un vero lavoro, parassitariamente dipendente da lei e dai quattro soldi che guadagnava con estrema fatica. Un rapporto, il loro, che poteva andare bene finché erano ragazzini e la vita oscillava tra un esame da 12 crediti e un aperitivo a 2 euro, tra un dottorato di ricerca e una scopata mattutina. Ma adesso, era ora di diventare adulti. – «Non cercarmi.»

tLe quattro pareti che lo circondavano sembravano fatte di muschio da quanto sapevano di umido. L’intonaco biancastro staccato in qualche punto rivelava direttamente il mattone sottostante. Piccole fessure e perdite qua e là lasciavano passare la pioggia prepotente che da giorni non dava tregua alla città. Emilio aveva sistemato un paio di pentole sotto le infiltrazioni più grosse e il continuo gocciolio accompagnato dal ticchettare metallico dell’acqua nelle pentole faceva da colonna sonora al suo grigiore. Si trascinò verso il bagno e pisciò sbilenco nel cesso ingiallito. Si accostò al lavandino e considerò il suo viso: giallo intenso, più o meno della stessa sfumatura del suo piscio disidratato. Provò ad aprire il rubinetto per darsi una sciacquata e questo rispose emettendo un rauco gorgoglìo che sembrava provenire direttamente dalle profondità della terra, rigurgitando una spruzzata di acqua marroncina e poi tacendo per sempre. Le bollette, già. Era qualche mese che non le pagava, aveva promesso che se ne sarebbe occupato lui ma non aveva i soldi per farlo né il coraggio per chiedere ad Anna di farsi carico anche di questo. Un pensiero paradossale lo attraversò: per fortuna Anna non era lì, si sarebbe arrabbiata di brutto. Ennesima beffa del destino: in quella casa c’era acqua ovunque, tranne dove doveva essere. Fissò una pentola appoggiata in un angolo del bagno ormai colma di pioggia, con un alzata di spalle ci si sciacquò viso e ascelle.

Fuori continuava il diluvio. Emilio recuperò un paio di logore scarpe da tennis che sonnecchiavano sotto un manuale di Biochimica, afferrò la giacca appesa alla piantana della lampada, gettò uno sguardo di sfida ai farmaci per la narcolessia che non prendeva da giorni ed uscì. «Sono le 4 di notte e voglio morire» – pensò – «chi cazzo se ne frega se sono uscito in pigiama.»
L’ultima idea che era balenata nella mente sfuocata di Emilio era all’incirca questa: sfruttare il diluvio universale che imperversava là fuori per velocizzare i tempi di conclusione della sua tragica esperienza mortale. Come, però, ancora non gli era chiaro. Aveva già deciso di non uccidersi in modo diretto. Prima di tutto non era così semplice come si potrebbe pensare. Per esempio, dove diavolo la trovava un pistola? O i soldi e le ricette per procurarsi i farmaci necessari per auto-spedirsi all’altro mondo? Intendiamoci, avrebbe potuto benissimo ingurgitare un litro di detersivo e chiudere la partita, ma non aveva la minima intenzione di soffrire come un cane. Sarebbe stato sciocco, per di più, visto che il suo scopo era proprio smettere di soffrire. Per la stessa ragione aveva scartato opzioni come: sfracellarsi al suolo da una palazzina sufficientemente alta, impiccarsi, buttarsi sotto una macchina, un treno in corsa, una tranvia etc. Ma adesso gli appariva anche chiaro che tentare di lasciarsi morire di tristezza non era fisicamente possibile, doveva cercare fuori la sua sorte.

Emilio non guidava. Aveva la patente ma non aveva praticamente mai messo in moto una macchina. La sua narcolessia, per quanto relativamente lieve, glielo impediva. Anzi era proprio la guida che aveva messo in luce la malattia, una decina di anni addietro. Aveva diciotto anni, la patente da due settimane esatte. Tutt’ad un tratto Emilio era crollato. Si era afflosciato sul volante premendo il clacson con la fronte e scivolando in un sonno profondo. Durante quel sonno, Emilio aveva sognato che l’asfalto davanti a lui si incurvasse e sprofondasse nelle viscere della città, e lui non poteva fare altro che continuare a guidare e scendere sempre più giù. Nella realtà, Emilio sfrecciava a 90 km orari in una stradella di provincia, superava miracolosamente indenne due rotonde e finiva dentro a un fosso, distruggendo la macchina e il suo polso destro. La analisi del caso avevano messo in luce una leggera forma di narcolessia. Molti episodi della sua infanzia acquisirono diverso significato: allucinazioni paurose che lo colpivano durante la giornata, animali che parlavano, creature fantasiose che lo accompagnavano quasi sempre, alcune buone che gli tenevano compagnia, altre cattive che lo spaventavano. Episodi di cui da bambino non aveva parlato con nessuno, per timore di essere preso per pazzo o di far arrabbiare la suscettibilissima madre, e che in quel momento trovarono finalmente una spiegazione razionale: sogni che riempivano i profondi e frequenti micro-sonni di cui Emilio neanche si rendeva conto, e che si intervallavano con la realtà senza apparente soluzione di continuità. Erano scomparsi da quando aveva iniziato a prendere le pillole. Certe volte, inspiegabilmente, ne sentiva la mancanza. Perciò niente macchina. La sua gitarella notturna al chiaro di tempesta alla ricerca di un modo facile e indolore in cui lasciare questo mondo, avrebbe dovuto farsela a piedi.
7932-500x333 copiaBastò chiudere il portone e camminare pochi passi per ritrovarsi a scorrere le file di capannoni addormentati. Alla sua destra, una schiera potenzialmente infinita di giganteschi pachidermi grigi sormontati da ciminiere coniche che durante il giorno sputavano sopra la città i loro veleni. Alla sua sinistra il fiume nero che ribolliva, tormentato dalle piogge incessanti e dalla fila di tubi sotterranei che vomitavano nell’acqua le loro schifezze. Dietro di lui c’era un lungo ponte, o meglio, una gabbia di ferro appoggiata su tre pilastroni di cemento che separava il centro della città dal suo ghetto industriale. Qualche anno fa le condizioni del fiume erano peggiorate drasticamente. Già da tempo non era più permesso pescarci ma in quel periodo il suo colore era passato dal blu scuro al verde e poi al marrone. La sua consistenza non era più quella dell’acqua: era una colla vischiosa da cui saliva un afrore rivoltante, odore di solfuro di idrogeno, per il naso di un chimico. Il comune assicurava che le analisi del caso erano già state fatte e si trattava solamente di smottamenti, niente di cui preoccuparsi, un fenomeno naturalissimo! E le fabbriche non c’entravano as-so-lu-ta-men-te niente. Emilio però aveva deciso di prelevare un campione e analizzarselo da solo nel laboratorio dell’università. C’aveva trovato di tutto. Acetone, trielina, benzene, toluene, Cromo, Piombo, metil-Mercurio, Cadmio, Arsenico, Berillio, Molibdeno, benzopirene, neonicotinoidi, triazine. Non era più un fiume, era diventato l’elenco di tutti i possibili inquinanti tossici industriali. Aveva provato a mettere in luce la situazione disastrosa, prima seguendo le vie istituzionali, bussando alle porte di assessori e industriali, poi appendendo i risultati delle analisi qua e là in giro per la città, sentendosi come quell’agostiniano che appendeva le sue 95 tesi a Wittenberg. Solo che a quello qualcuno l’aveva ascoltato, mentre dopo le sue dichiarazioni nessuno si era mosso, nessuno si era stupito. Dopo qualche mese Emilio aveva rinunciato a tutto, come era nella sua natura fare.

Camminò per chi sa quanto, completamente fradicio, infreddolito e in pigiama, fino a quando le sue orecchie percepirono un rumore in una fabbrica più avanti e i suoi occhi videro una luce accesa, allora le gambe decisero di andare a curiosare. In quel piovoso cimitero di elefanti, un solo capannone continuava imperterrito la sua attività. Da un’alta finestrella laterale Emilio scorse una schiera di operai cinesi con il capo chino su un rullo trasportatore che si snodava come un serpente per l’intera stanza. Difficile capire cosa stessero effettivamente facendo, sul rullo scorreva quella che pareva essere mota e gli operai la controllavano, pescandone oggettini luccicanti che gettavano in alcune sacche dietro di loro. Emilio si accorse di una donna, abbastanza giovane e dalla faccia incredibilmente triste. Aveva trovato una delle pietruzze luccicanti e la teneva stretta in pugno, continuando con l’altra mano a raspare nella terra che scorreva davanti a lei. Lentamente fece scivolare il pugno nella tasca del grembiule. Dopo pochi secondi una porta dello stanzone si aprì, né uscì un basso uomo cinese dalla faccia scarlatta e le vene pulsanti, seguito da altri due piuttosto robusti. L’uomo si diresse senza esitazioni verso la donna dalla faccia triste che iniziò a piangere e a emettere una sorta di mugolìo lamentoso. I due uomini robusti la presero dalle ascelle e la trascinarono via, scomparendo così come erano arrivati. In tutto questo le altre decine di operai non avevano mosso un muscolo, continuavano imperterriti a separare il luccichìo dalla polvere. La scena turbò particolarmente Emilio, per la totale violenza e completa asetticità con cui si era svolta. Per un istante non pensò alla miseria della sua vita, ad Anna, al suo pigiama zuppo. Pensò a quelli occhi tristi che erano stati trascinati via e un inaspettato spirito eroico si impossessò di lui.

Entrare nella fabbrica fu irrealmente facile, sul retro una grande porta con maniglione antipanico era socchiusa. Nessun allarme, nessuno nei dintorni, forse qualche telecamera ma chi se ne fregava. Dentro trovò una rampa di scale e iniziò a salire. Tre, quattro, cinque rampe. Come diavolo era possibile? Visto da fuori il capannone gli era sembrato non avere più di due piani. Affacciandosi alla tromba delle scale, guardando verso l’alto, una spirale frattalica di cui non poteva scorgere la fine. I piani che raggiungeva erano pianerottoli vuoti, privi di porte. Non poteva far altro che continuare a salire. Dopo qualche altra rampa finalmente vide una grande porta bianca, su cui era attaccato un segnale di divieto e un cartellone plastificato fitto di scritte in cinese. Dobbiamo capire che lo stato d’animo di Emilio in questo momento era assai diverso dal solito. Il timoroso Emilio di appena qualche giorno fa sarebbe scappato a gambe levate da una situazione del genere, ma il disperato Emilio di oggi non aveva più niente da perdere e dunque niente da temere. Cosa poteva mai succedere? Potevano ucciderlo? Tanto meglio, era quello lo scopo della sua gita notturna. Perciò spavaldamente aprì la porta ed entrò.

scale

Fu invaso da un penetrante profumo di mandorla. Nell’aria c’era un vapore diffuso. Non la nebbia malaticcia che attanagliava costantemente la sua città, ma qualcosa di completamente diverso. Una nebbiolina leggera che portava con sé l’odore delle terme. Un parquet chiaro sul pavimento, pareti di legno, porte scorrevoli, grandi palloni di carta di riso come fluttuanti sul soffitto che diffondevano una luce calda. Emilio sentì una voce avvicinarsi e scivolò rapidamente dietro una delle porte scorrevoli. Al centro della stanza si trovava una grande vasca interrata, rivestita di mattonelle rosa. Un canaletto correva dalla vasca direttamente verso un tubo nel muro. Affacciandosi alla grande vetrata che copriva gran parte della parete esterna, poté vedere che quel tubo, così come i tanti altri lungo l’edificio, scendeva lungo la fabbrica, si interrava, e risbucava poi dopo pochi metri direttamente nel fiume. Tutto attorno, delicati mobiletti in bambù e pile di soffici asciugamani bianchi. La voce del corridoio sembrò dirigersi proprio lì ed Emilio si nascose dietro un paravento dai motivi floreali. Quello che apparve alla porta fece drizzare ogni pelo del suo corpo e incrinò la sua bocca in una smorfia di terrore. Un ammasso di fango camminante si trascinava pesantemente verso la vasca. Aveva una sorta di bocca, se così si può chiamare, insomma una fessura nella parte alta da cui usciva un respiro affannoso e una sorta di gorgoglìo infernale. In processione seguivano la creatura cinque giovani e bellissime donne asiatiche vestite di bianco. L’agglomerato di mota respirante si sistemò nella vasca in cui a stento entrava e le donne iniziarono a lavarlo. Si affaccendavano in silenzio con saponi, spazzole e spugne mentre un fiume di fanghiglia scorreva lungo il canaletto verso lo scolo nel muro. Dopo circa un quarto d’oro di dovizioso lavoro, Emilio si rese conto che la creatura stava cambiando aspetto. La sua scorza di terra lasciava il posto ad una figura più minuta e qua e là si cominciava a intravedere una pelle rosata. Quando la pulizia liberò il viso, Emilio non poteva credere ai suoi occhi: l’ingegner Balboni. Se lo ricordava benissimo. Era il direttore di una delle industrie petrolchimiche affacciate sul fiume inquinato a cui Emilio aveva candidamente portato i risultati delle sue analisi, certo che per ottenere un cambiamento sarebbe bastato spiegare che ciò che produceva la sua ricchezza contemporaneamente stava uccidendo la terra, avvelenando l’acqua e facendo venire il cancro a chi ci abitava intorno. L’ingegnere l’aveva lasciato parlare per una buona mezz’ora con un sorriso stampato sulla faccia e poi gli aveva fatto una proposta di assunzione nei laboratori dell’azienda, facendogli capire che o il suo silenzio sarebbe stato pagato misericordiosamente bene o le sue lamentale sarebbero rimaste inascoltate e senza un soldo.

«Lin prendi un asciugamano per l’ingegnere» – disse una delle donne in un italiano leggermente accentato – «Dottor Balboni la ringraziamo per essersi sottoposto al suo servizio di purificazione di routine, le ricordiamo che il prossimo è fissato per un mese a partire da oggi» . L’ingegnere scoppiò in una risata fragorosa. «Non me ne dimenticherò signorina Mei, stia tranquilla. Se le immagina le facce dei miei operai se mi vedessero improvvisamente tornare nelle mie sembianze originali? Direi che a quel punto avrebbero la giusta motivazione per continuare a chiamarmi “il viscido”». La strana comitiva uscì dalla stanza, lasciando Emilio dietro il paravento, tremante fino alle punte dei capelli. Voleva morire sì, ma non in questo modo. Tutto si fece appannato, non sapeva se per il panico o se per la realtà stessa attorno a lui che iniziava ad accartocciarsi. Come in un incubo si gettò nel corridoio e si mise a correre, la grande porta bianca sembrava lontana chilometri. Sentì altre voci dietro di lui e con le gambe ormai scollegata dal pensiero si rifugiò in una stanza a caso. Il professor Parroni, rinomato docente di Chimica Organica nonché noto attentatore della castità delle studentesse del primo anno, lo stesso professor Parroni che aveva messo il suo nome su metà delle ricerche di Emilio senza aver mai contribuito di una virgola, giaceva beato in una grande vasca centrale mentre altre bellissime donne vestite di bianco spazzolavano via grosse quantità di catrame fumante che lo ricoprivano parzialmente e che defluivano via lungo il canaletto. Appena lo videro, attorno a lui si sollevò un coro di stridule grida di donne, alcune corsero via mentre a Emilio, avvolto dal profumo intenso della mandorla e dal fruscìo dell’acqua nelle vasche, lo spazio pareva incrinarsi e i bordi delle cose diventavano sempre più confusi. Qualcuno lo colpì alla nuca. Sentì in bocca il sapore del sangue. Buio.

Emilio aprì gli occhi su un faccione cinese che lo scuoteva parlando animatamente, l’unica parola che riuscì a capire fu “ambulanza”. Si guardò attorno. Aveva smesso di piovere, stava albeggiando. Sopra di lui il cielo aveva un colore tendente all’indaco. Si trovava al fianco di uno qualunque dei capannoni che costeggiavano il fiume nero. I primi operai arrivati a lavoro lo avevano trovato là addormentato. Istintivamente portò le mani alla nuca, perfettamente sana. Stordito e sconfortato come al risveglio dalla più grande sbronza della sua vita, Emilio si alzò in piedi e bofonchiò qualcosa – «Grazie, sto bene, no ambulanza». Riprese la via di casa.

p

Come hai fatto bene a lasciarmi, Anna. Avevi ragione tu, io faccio schifo. Non c’è niente che sappia fare, niente che mi distingua dagli altri, che possa definirmi. Chi è Emilio? Cos’è Emilio? Sono stato un pesce fuor d’acqua, sempre. E la chimica mi piace sì, ma non abbastanza per metterci l’impegno, la disciplina, il sudore necessari per farne un lavoro. La verità è che io non ho passioni. C’è chi si sente il cuore in gola quando la sua squadra sta per tirare il calcio di rigore decisivo, chi piange ascoltando Beethoven, chi vuole accumulare denaro e potere. Io non ho niente che mi smuova dentro, non ho mai sentito il cuore sussultare per qualcosa. Ho vissuto la mia vita come l’unico spettatore di un grande teatro deserto. Ogni tanto mi sono commosso o ho riso, ma sempre sapendo, intimamente, che quanto andava accadendo davanti a me era una finzione. La morte di mia madre era un tragico episodio strappalacrime a conclusione dell’atto I “l’infanzia sfortunata del piccolo Emilio”. La nostra storia d’amore, prima così piena di passione e stupore, poi sempre più piatta e rancorosa, era l’intermezzo che conduceva alla mia grigia vita di adulto. Nessuno ha detto che si viene al mondo per essere felici , e io lo sapevo benissimo. Però avevo bisogno della mia impalcatura di illusioni per andare avanti. Ed è per questo, Anna, che quando mi hai detto quelle parole terribili, quelle odiose, orripilanti verità, io ti ho colpito con quanta forza avevo dentro di me. Come potevi pensare che restassi impassibile? Andiamo, sii sincera, come potevo non reagire mentre tu svelavi l’inganno della mia vita e mi mettevi davanti all’abisso? Ma non me lo sono perdonato, sai? Volevo uccidermi. Solo che ancora una volta avevi ragione tu, Anna. Io sono un pavido. Ed è per questo che adesso tornerò a casa, prenderò il tuo corpo dal divano e penserò a un posto in cui liberamene. Penso che il fiume possa andare bene.

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Chi lo ha scritto

Giuditta Mitidieri

Ha due spazzolini in due case diverse, uno a Bologna dove studia Filosofia quando non le scappa da ridere e uno nel contado pistoiese, dove ha radici e affetti. Coltiva velleità letterarie da quando ha vinto un premio e si è montata la testa, nel frattempo dimostra simpatia solo a chi studia materie scientifiche e sogna di poter prendere a sberle tutti gli umanisti che almeno una volta nella loro vita hanno affermato con orgoglio "Io di matematica non ci capisco niente". L'unico uomo che abbia mai amato è il comandante Kim di Calvino. Le piace il limone, il chinotto, l'origine ebraica del suo nome e il mare selvatico della Liguria. Se potessse, vivrebbe dentro a un cinema. Finchè non le sarà possibile si consola scrivendo per L'Undici, come può.

Ceish

Ingredienti: 14,5% di John Cage scremato, minimo 30% di polifonia antica in polvere, 2% di Ennio Morricone, 20% di plagio integrale, agenti lievitanti (rumore del phon, elettrodomestici in generale, aspiratore del bagno). Il restante 33,5% è noia durante i ritagli di tempo. Può contenere tracce di ore notturne e ossessioni monomaniacali.

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Folgorante, multimodale, per me una onirica cine-esperienza tra Tsai Ming Liang, Miyazaki e Hitchcock.

    Vi ringrazio.

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