Chi ce l’ha più lungo

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Generalizzando, esistono due maniere per discutere di qualcosa e di giungere ad una conclusione o alla “verità”. La prima si basa sull’analisi di fatti, di dati, di elementi che – almeno in linea teorica – conduce ad una soluzione e visione ottimale delle cose. È ciò che, ad esempio, accade (o dovrebbe accadere) in una disputa giuridica. Non è garantito che un processo in tribunale arrivi a stabilire “la verità” o “la giustizia” uniche ed assolute, ma la filosofia e la logica che ne sono il fondamento fanno capo allo studio e valutazione di fatti.

O.J. Simpson durante una udienza di uno dei processi penali più famosi di ogni tempo (1995)

O.J. Simpson durante una udienza di uno dei processi penali più famosi di ogni tempo (1995)

In alternativa, per stabilire dove sta “la ragione” o “la verità” si può operare in un’altra maniera: ad esempio i due contendenti possono affrontarsi a colpi di machete e chi rimane vivo stabilisce ciò che è vero e ciò che è giusto. Del resto, il mondo ha funzionato così per diverse migliaia di anni. Senza andare troppo lontano, quando si mettevano al rogo streghe e omosessuali si diceva: “Se non sono colpevoli, Dio li salverà.” Anche nei tempi odierni e certamente in molte situazioni quotidiane, siamo spesso tentati di risolvere la questione alzando la voce o, in generale, mettendo in atto comportamenti aggressivi e intimidatori, anche se non necessariamente a livello fisico. Eppure non inevitabilmente questo secondo approccio fa ricorso alla violenza fisica o meno, quanto piuttosto si procura di escludere dalla discussione i fatti ed il loro esame. Galileo fu costretto ad abiurare non sulla base dell’analisi di elementi oggettivi, quanto perché nella Bibbia era scritto che la Terra è fissa ed il Sole si muove attorno ad essa. Si possono estromettere i fatti dalla discussione anche spostando la disputa su un terreno in cui ciò che conta sono le pure doti dialettiche, la simpatia, la capacità di abbindolare gli interlocutori o il pubblico, la abilità di tirar fuori la battuta giusta al momento giusto o saperla “sparare grossa” apparendo credibili e sicuri di sé.

Silvio Berlusconi ha dominato la scena politica italiana di un ventennio facendo costante uso di questo modo di fare. Ossia adoperandosi perché ogni discussione, ogni valutazione sulla sua politica e la sua persona fosse sempre scissa dall’analisi dei fatti, dei dati, della effettiva realizzabilità delle sue proposte politica, e invece incentrata sulla sua persona, sulla sua capacità di “showman” e “venditore di tappeti”, sulla sua sfacciataggine, sulla supposta evidenza che, siccome la squadra di calcio di cui era proprietario, aveva vinto varie Coppe dei Campioni, lui sarebbe stato capace di creare “un milione di nuovi posti di lavoro”.

Dato che perché abbia luogo una disputa, bisogna essere almeno in due, perché essa si svolga su un piano privo di fatti, entrambi gli interlocutori devono accettare tale modo di procedere. Purtroppo, gran parte degli avversari politici di Berlusconi ha colpevolmente e costantemente accondisceso a che la lotta politica si svolgesse secondi i tempi, i modi e i “contenuti” di Berlusconi, accettando cioè tutte le becere provocazioni di una persona, evidentemente a corto di argomenti. Come se in una disputa scientifica, uno dei contendenti accondiscendesse a che la validità o meno della teoria proposta dall’altro fosse stabilità non sulla base dei dati sperimentali, bensì in una gara di barzellette o in una gara “a chi ce l’ha più lungo”.

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Pier Luigi Bersani (1951) è stato segretario del Partito Democratico dal 2009 al 2013.

Detto tra parentesi: Renzi potrà piacere o meno, ma gli va dato atto di avere agito in maniera esattamente opposta, rifiutando il campo da giuoco proposto da Berlusconi, lasciando che tutte le sue vacue e pretestuose “sparate” si sgonfiassero da sole, invece che alimentarle “dandogli corda”.

Sciaguratamente, anche l’attuale campagna elettorale presidenziale negli Stati Uniti d’America sta svolgendosi secondo questo schema “berlusconiano”. In maniera altrettanto miope e colpevole, i rivali di Donald Trump, non fanno altro che parlare di lui, rispondendo alle sue provocazioni ed accettando che la discussione politica si svolga secondo modalità e in un contesto che a lui si confanno. Trump intercetta un generale malcontento, proponendo soluzioni “facili”, istintive, “di stomaco”, senza preoccuparsi della loro effettiva realizzabilità. Proprio come ha fatto per vent’anni Berlusconi. Il livello della disputa politica è quindi tristemente basso e troppo spesso privo di analisi dei fatti che, in numerose occasioni, smaschererebbero le iperboliche affermazioni “da bar” del candidato repubblicano.

Gli avversari di Trump accettano invece di discutere della sua sparata secondo cui siccome Hillary Clinton non è capace di soddisfare sessualmente il marito e quindi non potrà soddisfare politicamente i suoi cittadini come presidente. O di mettere al centro della discussione la supposta moralità della moglie di Trump rispetto a quella di Cruz. In altre parole, la campagna elettorale è divenuta una competizione “a chi ce l’ha più lungo”, esattamente come fa comodo a Trump che non sarebbe probabilmente in grado di soste
nere una sfida basata sui fatti.

Immagine "twittata" dagli avversari di Trump durante le recenti primarie nello Utah

Immagine “twittata” dagli avversari di Trump durante le recenti primarie nello Utah

A tutto ciò si somma l’uso massiccio e massificato di internet e social network e la pericolosa illusione secondo cui una democrazia digitale nella quale chiunque può decidere e opinare su tutto è una democrazia perfetta. Quanto più il confronto politico si svolge su questi mezzi digitali, tanto più Trump è felice. Perché, diciamocelo, la grande maggioranza delle discussioni su internet sono superficiali, violente, effimere, non basate su una disciplinata e attenta valutazione dei fatti: in altre parole, su internet si discute soprattutto di “chi ce l’ha più lungo” ed è a questo che la maggioranza è interessata; sono assai meno frequenti le discussioni sulle migliori e meglio realizzabili soluzioni politiche. La ipotesi non così lontana di una democrazia totale dove chiunque può esprimere una opinione o un voto su qualsiasi cosa e in qualsiasi momento è una eventualità assai pericolosa. Proprio perché si tratterebbe, in larga parte, di scelte effettuate in un contesto e in modalità che tendono ad escludere i fatti e una loro accurata analisi dalla discussione (o presunta tale). Del resto diceva il filosofo spagnolo Ortega y Gasset: “Quando molte persone sono d’accordo su qualcosa, è per fare qualcosa di stupido o malvagio”. Piazza Venezia e Piazzale Loreto sono lì a ricordarcelo.

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