Questo pazzo, folle amore per Lucio

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Qualche giorno fa è stato il 4 marzo, il compleanno di Lucio Dalla. Sono trascorsi quattro anni dalla sua morte il 1° marzo 2012, una morte che, a mio parere, ha lasciato una profonda traccia dentro molti italiani così come dentro di me. Mi sono chiesto più volte il motivo di questo sentimento che reputo molto forte e reale, un sentimento paragonabile alla perdita di qualcuno di molto caro. Come è stato possibile tutto questo? Chi era Lucio Dalla e cos’era per noi comuni esseri umani che non abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo? Sono queste le domande che spesso mi faccio e a cui proverò a rispondere in questo articolo, da semplice ascoltatore quale sono.

La stella dedicata a Lucio Dalla sul selciato di una strada del centro di Bologna

La stella dedicata a Lucio Dalla sul selciato di una strada del centro di Bologna

4 Marzo 2012. Funerali di Lucio Dalla.

Ricordo bene il giorno dei funerali in tv. Io e mia madre ci ritrovammo per caso a guardarli seduti sul divano, in una domenica quasi primaverile di sole alternato a nuvoloni. Sentimmo Marco Alemanno leggere “Le rondini” e scoppiammo a piangere. Piangemmo per 10-15 minuti, di quel pianto che ti senti stringere il petto, di quel pianto che non riesci a trattenere. Ci guardavamo stupiti senza capacitarci di cosa stesse provocando tutto ciò, non ci era mai capitato e per di più non riuscivamo a smettere. Non era un pianto di dolore. Era malinconico e al tempo stesso rassicurante, era l’esternazione di un’emozione, di un sentimento di amore vero verso Dalla. Quel giorno capimmo che Lucio ci sarebbe mancato così come sarebbe mancato al mondo intero. Noi però avevamo avuto la fortuna di godere delle sue canzoni e questo misto di tristezza e dolcezza, di riconoscenza e amore, scaturiva in quel pianto incontrollato e violento. Successe tutto all’improvviso, come un interruttore che d’un tratto si accende: On/Off. Andammo su On e le lacrime scesero copiose.

Captura de pantalla de 2016-03-08 20:43:00Successivamente, ripensando a che quel pianto, lo reputai non del tutto giustificabile. Lucio Dalla, per me e la mia famiglia, era stato certamente un cantautore importante, ma non tanto da spiegare l’emozione di quel giorno. Ricordo che nei primi viaggi in Puglia con i miei genitori, all’età di 8 anni, ascoltavamo nel tragitto di andata una musicassetta bianca con molte delle sue migliori canzoni. Chiunque di voi abbia mai viaggiato verso la Puglia in autostrada sulla A14 (recentemente ho scoperto che anche Dalla fece quello stesso viaggio per la prima volta circa alla stessa età in cui lo feci io), saprà perfettamente che, arrivati in prossimità del Gargano, il mare sparisce dietro le colline per ricomparire parecchi km dopo in prossimità di Barletta. Fu proprio quello il momento in cui ascoltai per la prima volta “Com’è profondo il mare”, all’età di 8-9 anni nel mio primo viaggio verso la Puglia.

Quella scena, il mare calmo fra le colline della costa e la sera che stava arrivando, e quella canzone in sottofondo rimasero talmente impresse in me che ogni volta che tornai in Puglia, feci in modo di ascoltare quel pezzo proprio nello stesso tratto di autostrada, e quella musicassetta bianca di Lucio mi accompagnò per lunga parte della mia vita, fino a che, un giorno, purtroppo, la persi. Nonostante l’episodio appena citato (e altre vicende), non nutrivo per Dalla e la sua musica un particolare sentimento, almeno fino al giorno della sua morte. Lo consideravo molto bravo, certo, e mi piaceva parecchio, ma in fondo per me era un cantautore come gli altri, paragonabile a De Gregori, De Andrè, Guccini, Battisti e Pino Daniele, artisti, questi, che mi piacevano e mi piacciono tutt’ora e che un tempo mettevo quasi tutti sullo stesso piano, con De Andrè, magari, un gradino sopra gli altri. Per questo mi sembrò strano tutto quel trasporto, così come sembrò strano a mia madre. Eppure, in fondo, percepivo che nel sentimento che mi legava a Lucio c’era qualcosa di diverso e che la sua morte aveva cambiato tutto, aveva sciolto quel “qualcosa”.

Lucio Dalla (Bologna, 4 marzo 1943 – Montreux, 1º marzo 2012)

Lucio Dalla (Bologna, 4 marzo 1943 – Montreux, 1º marzo 2012)

Lì per lì non ho realizzato bene di cosa si trattasse, l’ho capito nei giorni successivi, guardandomi intorno e vedendo quante persone stavano provando quello che provavo io. La morte di Dalla aveva fatto riaffiorare nel popolo italiano sentimenti e ricordi legati alle sue canzoni, provocando un’emozione collettiva e generando un senso di vuoto e malinconia chiaramente percepibile. Per la prima volta, il tributo riservato su Facebook all’artista scomparso non era il classico tentativo di farsi belli con una frase scontata buttata sul web in pasto alla mandria. C’era qualcosa di diverso, di incredibile. Era come una follia collettiva, un sentimento di amore insensato. Persone anche molto lontane culturalmente e politicamente, pubblicavano con discrezione un video, un cuore, una scritta “ci manchi”, ed era tutto totalmente vero. Lucio ci mancava veramente, e ci manca tutt’ora, perché questo sentimento non accenna a placarsi o a sbiadire. Lucio ci manca perché ci riunisce tutti sotto un mare di emozioni, sotto un cielo di sentimenti, di stelle, di lune, di notti. È qualcosa che viene dal cuore, perché le sue canzoni ci ricollegano senza filtri con le cose più importanti della vita, con i sentimenti appunto. Vanno direttamente a toccare quelle corde e quei tasti, presenti dentro di noi, che ci emozionano e ci commuovono. Lucio non passa dalla mente, non passa dal ragionamento, passa dal “sentire”.

Le canzoni di Dalla te le senti addosso e dentro di te senza neanche il tempo di pensare, arrivano all’improvviso come un pugno. Passano per il petto, e sono immediate e dirette così come lo era il suo modo di cantare fortemente espressivo, quasi animalesco, caratterizzato da quei suoni onomatopeici così particolari. Per questo gli volevamo bene, perché Lucio trasmetteva amore e sentimento con semplicità, era come noi, e allo stesso tempo era intenso e complicato come spesso noi non riusciamo ad essere.

In un ipotetico confronto con De André, possiamo dire che quest’ultimo lo ricordiamo indiscutibilmente con meno affetto. Ci manca, certamente, ma non come se avessimo perso una parte di noi. I suoi brani, infatti, sono più “mentali”, più ragionati: al loro interno ci sono l’amore, la sofferenza, ci sono gli incubi di una vita, ma sono tutti analizzati minuziosamente, sviscerati nel vero senso della parola, resi complessi dal ragionamento di lunghi anni di esperienza. Spesso e volentieri i testi sono complicati, quasi criptici, perché De Andrè stesso era ermetico. Era un razionale più che un sentimentale. Era una persona che aveva ragionato una vita sui suoi problemi e aveva raggiunto un livello di comprensione del reale difficilmente eguagliabile, talvolta inafferrabile ai più. Era inoltre un cinico, un disilluso, come solo quelli che hanno provato la vera illusione possono esserlo; quelli che hanno creduto nella favola dell’amore o della giustizia ma che ne sono rimasti scottati, tanto da non credere più in niente se non negli attimi di serenità e bellezza che la vita può regalarti in mezzo a molta sofferenza.

Fabrizio Cristiano De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999)

Fabrizio Cristiano De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999)

De André, spesso, racconta se stesso e la sua esperienza generalizzando, parlando cioè del concetto stesso delle cose, del problema in generale: parla dell’amore, non del suo amore, parla della sofferenza, non della sua sofferenza e anche se quell’emozione l’ha effettivamente provata nella vita e, magari, sta proprio citando episodi che lo riguardano, mentre scrive la sta guardando da spettatore, analizzandola dall’esterno. Parla da professore che ci sta spiegando le nostre emozioni, e anche dopo che ce le ha spiegate, spesso non riusciamo a capirle. Ascoltando De André alcuni pensieri sono ricorrenti: “quanto ha ragione!; quanto è vero!; quanto è profondo!; quanto ha capito tutto della vita!; che poeta!”, le sue canzoni, quindi, mettono in moto il nostro cervello e raramente i nostri sentimenti. Il brano lo capisci razionalmente, come ascoltando una lezione, ma non lo provi lì, sul momento, immediatamente. Ti si ammucchia in testa e da lì non scende.

Credo non sia un caso che i luoghi preferiti da questi due grandi cantanti rispecchino a grandi linee il parallelismo appena sottolineato. La Puglia e la Sardegna appunto, due regioni stupende ma differenti in molti aspetti. La Sardegna: talmente bella e impressionante da sembrare artificiale, talmente imponente e meravigliosa in alcune sue realtà da essere non del tutto comprensibile all’uomo, da risultare un po’ fredda, distante, una bellezza da ammirare razionalmente ma che, forse, fatica ad arrivare al cuore. La Puglia: splendida regione con un mare antico, arcaico. Bellissima, ma di quella bellezza che non sconvolge troppo, non spaventa e, anzi, rassicura e ti culla nelle sue notti ricolme di stelle. Meravigliosamente vicina a noi, comprensibile e immediata, a misura d’uomo, capace di trasmettere sentimenti forti e di arrivare al cuore. Così come lo era Dalla, che ancora credeva nelle favole e ci ha creduto fino alla fine. Era un fanciullo racchiuso nel corpo peloso e basso di un adulto non ben sviluppato. Quando ascolti un suo brano, non pensi a niente, provi. Subito, istantaneamente.

Dalla ti butta l’emozione addosso, come una secchiata d’acqua, senza avvertirti. Dalla ti urla in faccia quello che ha sentito nella sua vita, bello o brutto che sia; e non è un concetto generale, è proprio quello che lui ha provato. Dalla non è il professore dietro la cattedra, è l’amico o il compagno di banco, con la mano sulla tua spalla, che condivide con te bellezza, gioia e sofferenza. Nelle sue canzoni descrive, con poche parole simili a pennellate, le cose che davvero contano nella vita, risvegliando dentro di noi sentimenti e sensazioni legati a luoghi, colori, personaggi ed emozioni importanti e rinchiudendoci in una bolla di immagini che ci culla e protegge, che ci fa apparire magico il reale, così come appariva a lui.

unnamed-2Fateci caso, la caratteristica principale dei suoi pezzi, quella che salta subito all’occhio, è la densità (vedi copertina del suo album “Canzoni”). Dense è la parola fondamentale per descrivere le sue canzoni: dense di sentimento, dense come una notte di luna e di stelle, dense come l’acqua di mare. Le canzoni di Lucio sono colla che ti si appiccica addosso e non ti lascia più, ti imbrattano la pelle, i vestiti e la mente, e rimangono lì, senza andarsene. Cosi come le sue parole, parole significative che mi hanno sempre colpito e che sono volutamente ridondanti nei suoi brani. Parole spesso legate alla natura, alla dolcezza, all’infinito, ai sogni, al futuro. Parole come Luna, Notte, Nera, Stelle, Mare, Sogni, Amore, Cuore, Vento, Cielo, Sera, Onde, Mamma, Dolce, Sole, Universo, Futuro, Domani. Parole che richiamano in superficie i ricordi: l’infanzia, un amore passato, un bacio, l’amore di una madre o di un padre, la potenza della natura, la bellezza del mondo, l’infinità dell’universo e lo spaventarsi difronte ad essa. L’universo e le stelle in particolar modo, così come la luna, sono elemento fondamentale dei suoi brani e ritornano più e più volte.

Ed è forse proprio questo il segreto: Dalla ci ricollega alle nostri origini, e cioè all’universo e alle sue costellazioni. Risveglia in noi quel particolare legame, quel particolare sentimento che percepiamo quando, stesi su un prato o sulla sabbia (o in un’auto che viaggia veloce verso la Puglia in un’afosa notte di luglio), guardiamo le stelle e ci perdiamo nell’immensità dell’universo, fantasticando con la mente su cosa ci sia lassù, su cosa siamo e su quanto siamo piccoli in confronto a quell’infinito. (Non è un caso che l’unico altro cantante a provocare con la sua dipartita un effetto simile a quello provocato da Lucio è stato Bowie, l’uomo delle stelle appunto, anche se Dalla aveva indiscutibilmente una dimensione molto più “terrena”: si sentiva infatti uno sputo difronte all’universo).

Il segreto quindi sta nelle parole, sono le parole che ci avvicinano a Dalla, parole semplici che hanno effetto immediato, parole legate ai sogni e ai desideri, ai miti e alle leggende, ai momenti dell’alba e della sera, solitamente i più dolci della vita. Parole che ci riportano alle purezza e alle emozioni di bambino. Vorrei citare alcuni dei suoi brani per farvi capire:
- La Sera dei Miracoli: “è la sera dei cani che parlano fra di loro, della Luna che sta per cadere, e la gente corre nelle piazze per andare a vedere…questa Sera così Dolce che si potrebbe bere, da passare in centomila in uno stadio, una sera così strana e profonda che lo dice anche la radio, anzi la manda in onda, tanto nera da sporcare le lenzuola è l’ora dei miracoli che mi confonde, mi sembra di sentire il rumore di una nave sulle onde”;
- Quattro marzo 1943: “Compiva sedici anni quel giorno la mia mamma, le strofe di taverna le cantò a ninna nanna. E stringendomi al petto che sapeva, sapeva di mare, giocava a far la donna col suo bimbo da fasciare”;
- Anna e Marco: “ma dimmi tu dove sarà, dov’è la strada per le stelle, mentre parlano si guardano e si scambiano la pelle e cominciano a volare, con tre salti sono fuori dal locale, con un’aria da commedia americana sta finendo anche questa settimana, ma l’America è lontana, dall’altra parte delle Luna”;
- Futura: ”se si potrà contare ancora le onde del mare […] si muoverà e potrà volare nuoterà su una Stella […] e se una femmina si chiamerà Futura, il suo nome detto questa Notte mette già paura, sarà diversa bella come una Stella sarai tu in miniatura […] che si arriva alla Luna, si la Luna ma non è bella come te questa Luna è una sottana americana […] ma che sole è un cappello di ghiaccio questo sole, è una catena di ferro senza amore, amore, amore […] aspettiamo che ritorni la luce, di sentire una voce, aspettiamo senza avere paura del domani”
- Com’è profondo il mare: “Com’è profondo il Mare” “poi una storia di catene, bastonate, e chirurgia sperimentale”
- Cara: “e la notte cominciava a gelare la mia pelle, la notte madre che cercava di contare le sue stelle e io lì sotto ero uno sputo e ho detto: -Olé, sono perduto-”

Oltre a questi stralci già molto esplicativi, ci sono due brani che vorrei proporvi per intero. Pezzi straordinari, pieni di immagini e sentimenti.

Marco Alemanno è stato legato sentimentalmente e professionalmente a Lucio Dalla

Marco Alemanno è stato legato sentimentalmente e professionalmente a Lucio Dalla

Questo è il pezzo che lesse Marco Alemanno il giorno del funerale, pezzo che mi fece commuovere a dismisura, di una semplicità e umiltà unici. Mi è piaciuto subito moltissimo, fin dal primo ascolto quel pomeriggio guardando la diretta, prima infatti non lo conoscevo. Si intitola “Le rondini”.

Vorrei entrare dentro i fili di una radio
e volare sopra i tetti delle città,
incontrare le espressioni dialettali,
mescolarmi all’odore dei caffè.
Fermarmi sul naso dei vecchi mentre leggono i giornali
e con la polvere dei sogni volare e volare,
al fresco delle stelle anche più in là.

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.

Vorrei girare il cielo come le rondini
e ogni tanto fermarmi qua e là.
Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici
e come loro quando è la sera chiudere gli occhi,
con semplicità.
Vorrei seguire ogni battito del mio cuore
per sapere cosa succede dentro
e cos’è che lo muove,
da dove viene ogni tanto questo strano dolore,
vorrei capire insomma che cos’è l’amore,
dov’è che si prende, dov’è che si dà.

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni.

Impossibile non commuoversi.
L’altro pezzo, fra i più emblematici secondo me, è “Nuvolari”. Scritta dal poeta Roberto Roversi che aiutò Dalla con alcuni dei suoi primi dischi negli anni 60 (tutti gli altri album di Dalla furono scritti quasi completamente in maniera autonoma), è una vera chicca, una poesia cruda, forte, che ti fa capire immediatamente tutto di quel fantastico campione: come fosse, cosa provasse nell’abitacolo e cosa provasse la gente che lo vedeva passare. Nessuno se non Dalla poteva descriverlo meglio. La canzone mi ricorda in alcune parti le poesie di Montale o Leopardi, forse per le immagini della natura, cruda e crudele, e dell’automobile che, con il suo rombo e la sua velocità, quando passa “distorce” quasi la realtà. Più un simile a un dipinto che ad una canzone, un dipinto buttato sulla tela con schizzi di colore.
Lo riporterò qui sotto per iscritto ma vi consiglio di ascoltarlo perché in alcune parti la poesia è sorretta magistralmente dalla musica e dal suono, ricreando alla perfezione nella mente l’immagine della distorsione della realtà al passaggio dell’automobile, che squarcia “il reale” provocando il caos.

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale
Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa Nuvolari ha un corpo eccezionale
Nuvolari ha le mani come artigli,
Nuvolari ha un talismano contro i mali
Il suo sguardo è di un falco per i figli,
i suoi muscoli sono muscoli eccezionali!
Gli uccelli nell’aria perdono l’ali quando passa Nuvolari!
Quando corre Nuvolari mette paura perché il motore è feroce mentre taglia ruggendo la pianura
Gli alberi della strada
strisciano sulla piana,
sui muri cocci di bottiglia
si sciolgono come poltiglia,
tutta la polvere è spazzata via!

Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari,
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati,
quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari,
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore,
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo,
a cavallo nel cielo di Aprile!

Nuvolari è bruno di colore, Nuvolari ha la maschera tagliente
Nuvolari ha la bocca sempre chiusa, di morire non gli importa niente…
Corre se piove, corre dentro al sole
Tre più tre per lui fa sempre sette
Con l’ Alfa rossa fa quello che vuole
dentro al fuoco di cento saette!

C’è sempre un numero in più nel destino quando corre Nuvolari…
Quando passa Nuvolari ognuno sente il suo cuore è vicino
In gara a Verona è davanti a Corvino
con un tempo d’inferno,
acqua, grandine e vento
pericolo di uscire di strada,
ad ogni giro un inferno
ma sbanda striscia è schiacciato
lo raccolgono quasi spacciato!
Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro
batte Varzi e Campari,
Borzacchini e Fagioli
Brilliperi e Ascari…

Ci sono altre decine di canzoni di Dalla come queste, dense, intense, stupende, perfette. Se state provando o avete provato quello che ho provando io, sicuramente lo saprete già, altrimenti buon ascolto, spero di aver acceso in voi la scintilla!

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Chi lo ha scritto

Gugno

Nato nel 1983 a tre anni già bazzicava il mare e le scogliere davanti casa. Il mare è sempre stato il suo elemento, la pesca la sua passione. Nel marzo 2010 realizza il suo sogno e si laurea in Biologia Marina all'università di Ancona. Nonostante la crisi, grazie ad una gran botta di culo, nel dicembre 2010 riesce a trovare un lavoro da biologo marino in quel di Cattolica. Si interessa anche di politica, calcio, cucina, cinema, musica (solo alcuna). Viserbellese DOP, crede che la piccola cittadina di Viserbella, nella quale vive, sia l'ombelico del mondo.

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