Quando arrabbiarsi è un atto autolesivo – 11 punti da non dimenticare

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Vorremmo vivere felici.

E se non felici almeno sereni.

E se non sereni almeno senza stress.

Alla fine ci accontenteremmo di non essere arrabbiati.

Eh si, perchè arrabbiarsi è una di quelle attività della mente che ci provoca i danni maggiori.

Toglie energia, rovina le giornate, rende intrattabili, allontana dagli altri, anche da coloro che, con la nostra arrabbiatura, non c’entrano proprio nulla.

E poi, un’arrabbiatura mal gestita veicola sempre conseguenze pesanti, sensi di colpa, di perdita, di disorientamento, di incomprensione, di solitudine interiore.

I danni sono sempre sottovalutati.arrabbiarsi copertina3

Ci arrabbiamo per mille cose di poco conto trascurando, al contempo, fattori importanti e non siamo capaci di mettere sul piatto della bilancia i costi/benefici a cui andiamo incontro.

Anche in questo caso ciò che ci tradisce è l’incapacità di avere una visione lucida ed equilibrata della realtà e di prendere delle decisioni veloci.

Capita a tutti eh? Chi più chi meno, ma nessuno ne è completamente esente perciò, se vogliamo fare qualche piccolo passo avanti e recuperare la capacità di autodeterminazione, dovremmo fermarci un attimo e riflettere sul perchè ci ricaschiamo ogni volta.

ECCO GLI UNDICI PUNTI DA TENERE A MENTE

1. IMPULSIVITÀ

Molto spesso è questa la forza trainante, arriva con la violenza di un uragano che coglie di sorpresa, non lascia scampo, travolge e spazza via tutto nel giro di pochi secondi. Ciò che resta in giro è solo devastazione e desolazione. Spesso un profondo senso di colpa e di inadeguatezza. Qui gioca l’incapacità di gestire con equilibrio le proprie emozioni e anche il fattore tempo inteso come urgenza. Bisognerebbe imparare a contare – metaforicamente – sempre fino a dieci. E, in dieci secondi ben assestati, non avete idea di quante cose possono cambiare.

2. ERRORE DI VALUTAZIONE

Questo è un tranello in cui incappiamo molto frequentemente. Ho fatto esperienza a lungo cercando di non soggiacere mai agli accadimenti della vita. Soprattutto a quelli più destabilizzanti e provocatori. Quelli che ti impongono una reazione che solo se sarà ben calibrata potrà essere efficace. Ho fatto molte prove e questa è quella che mi ha dato i risultati migliori: invece di arrabbiarmi quando qualcosa va storto ho imparato ad essere grata a quanto mi accade perchè, con un po’ di coraggio e una buona dose di umiltà, imparo come poter cambiare il corso degli eventi invece che sentirmi solo una vittima sacrificale.Così ho cominciato a chiedermi, quando qualcosa va storto, “cosa ho fatto che non avrei dovuto?” e “cosa non ho fatto che avrei potuto?”. Due domande che, nella loro disarmante semplicità, possono aprire orizzonti insperati. Negli intoppi sulla nostra strada c’è quasi sempre un errore di valutazione. Nostro.

3. AUTODIFESA

Qui entra in gioco un aspetto squisitamente filogenetico. La vita è piena di pericoli. Gli altri sono nemici. Devo stare sempre in campana, tenere ben dritte le antenne e non farmi prendere in castagna. Perciò, se ci sentiamo minacciati da qualcuno, prima ancora di realizzare se è proprio così, di quali strumenti disponiamo e come li potremmo usare per far fronte all’attacco, scatta una reazione di immediata protezione che si esprime in un’aggressione repentina. Senza pensare che ad ogni azione corrisponde sempre una reazione che potrebbe essere ben più drammaticamente insidiosa. Peccato davvero non saper utilizzare altri mezzi più evoluti, meno destabilizzanti e più maturi. Sono dentro di noi ma bisogna riconoscerli, attivarli, fare il rodaggio e metterli all’opera!

4. FERITA INTERNA

Talora reagiamo violentemente anche se non vorremmo. E non sappiamo spiegarci il perché. Semplicemente ci ricaschiamo ogni volta. Ci pentiamo, dopo, giuriamo che non lo rifaremo più, eppure, quando scatta il momento buono, non ci sono se e ma che tengano. Gli schemi si ripetono sempre allo stesso modo con la conseguenza di farci sentire profondamente disorientati. Questo succede quando veniamo toccati in un punto di fragilità, spesso senza neanche avere la consapevolezza che esso esite. Di solito questi punti rappresentano le ferite antiche, quelle mal rimarginate e ancora dolenti. Esse hanno il potere di riattivarsi ogni volta che vengono anche solo sfiorate, guidano le nostre reazioni emotive lasciandoci irrimediabilmente senza fiato. Prenderne coscienza e lavorare su si sé oppure farsi aiutare quando non ne veniamo fuori da soli, è l’unica strada percorribile per sanare un dolore che non riesce a diventare insegnamento. E guarire si può.

5. PREPOTENZA

Qui c’è davvero poco da dire. I prepotenti esistono. Il mondo ne è pieno. La strategia migliore è starne alla larga il più possibile ma, se qualcuno riconosce questa variabile come un aspetto della propria personalità, il consiglio è quello di fermarsi a riflettere e valutare quanto sia conveniente continuare così. Il primo passo per cambiare qualcosa di sé è riconoscerlo come un limite o un difetto da superare. Ci vuole umiltà per guardare le proprie imperfezioni. E amore di sé per superarle.

6. ABITUDINE

Anche se siamo certi che i nostri comportamenti sono guidati da scelte che noi abbiamo liberamente fatto, non dovremmo mai dimenticrci che le cose non stanno proprio così. I comportamenti vengono appresi. Dai genitori, dall’ambiente in cui viviamo, dalla scuola, dagli amici o dai nemici e trasmessi da una cultura che fa acqua da tutte le parti. Diventano normali. Stimolo/risposta. Sempre uguali. Abitudini che non sorprendono più. Si attivano senza il contributo del cervello e vengono innescati da una miccia automatica ogni volta che si ripetono determinati schemi. Una sorta di modellamento, come lo ha chiamato lo psicologo canadese Bandura. Diventiamo così una specie di macchina, di robot, che esegue il programma. On/off. Quanto sono pericolose le abitudini! Per uscirne serve consapevolezza e buona volontà. Uscire dal loop è un obbligo per non diventare schiavi di se stessi. E dei comportamenti appresi.

7. SUPERFICIALITÀ

Viviamo in una realtà che va di fretta. A volte troppo perché ci impedisce di fermarci e di pensare. Così viaggiamo in superficie. Si fa prima. Superficie dei pensieri, superficie dei sentimenti, superficie delle parole, superficie delle relazioni. E la superficie non ci permette di vedere oltre quello strato esterno che riveste la nostra vita e il nostro andare per le strade del mondo. E così stiamo perdendo la capacità di guardare in profondità, di distinguere ciò che fa bene da ciò che fa male, ciò che nutre da ciò che affama. Usiamo le parole senza conoscere il peso cha hanno, ci comportiamo senza saper palpare la sensibilità di chi abbiamo vicino. Corriamo. Con la mente e con il corpo. Non c’è tempo per pesare né per scegliere. Prendiamo e diamo ciò che c’è in superficie. Spesso è la rabbia. E poi ci lamentiamo.

8. EGOCENTRISMO

Siamo in gara. Vince chi arriva prima. Chi è più bravo. Chi sgomita. Fermarsi e ascoltare richiede disponibiltà, umiltà, curiosità, attenzione. A volte rinuncia. Troppa fatica. Ognuno è concentrato su di sé, sulla sua vita, sui suoi impegni e non vede altro. Ognuno ha le sue priorità, i suoi appuntamenti, le sue preoccupazioni. Chi intralcia disturba. Chi chiede attenzione rallenta. Chi chiede aiuto destabilizza. Chi disturba fa arrabbiare. Stop. Ecco perchè stiamo cadendo in una solitudine emozionale senza precedenti. Ognuno per sé. Non c’è tempo né voglia per gli altri. Dunque che sarà mai se urlo, mi arrabbio o mortifico qualcuno che nella mia corsa non ha nessuna importanza?

9. INCAPACITÀ DI ESPRIMERSI

arrabbiarsi3Questo può essere davvero un grosso guaio. Non sono rare le persone che hanno una grandissima difficoltà a dire ciò che pensano, ad esprimere i loro sentimenti, a spiegare le proprie opinioni. Di solito sono persone timide, silenziose, accondiscendenti, a volte con una bassa autostima, con un freno a mano sempre tirato. Altre volte, invece, sono persone che, non riuscendo a mettere insieme i propri pensieri in modo funzionale ed equilibrato, quando aprono bocca fanno disastri. Sono compulsive, confuse, superficiali, fastidiose. Entrambi questi tipi, quando esprimersi diventa un imperativo e una forza che spinge dentro e che non si può rimandare, rischiano di diventare violenti ed arroganti. Non lo sono in realtà, ma così appaiono. Non sono capaci di dosare le loro emozioni. La comunicazione è frammentata, non è fluida, trasparente, lucida e la conseguenza, spesso, è un’arrabbiatura disfunzionale.

10. IMMATURITÀ

Tutti sappiamo come le esperienze cambiano le persone. O almeno dovrebbero. Se compio un’azione in modo maldestro sicuramente il risultato non sarà quello che avrei voluto. La buona notizia è che da questo esito negativo ne dovrebbe uscire un insegnamento per non sbagliare più. Purtroppo la realtà è un’altra. L’età anagrafica, sia sa, non sempre corrisponde all’età mentale. Così, mentre l’immaturità legata alle persone di giovane età fa parte del percorso di vita, l’immaturità “resistente”, invece, rappresenta un danno esistenziale di notevole entità. In entrambi i casi, la reattività, quando è necessario confrontarsi con qualcuno, magari su di un argomento delicato o spinoso, spesso sfora nell’alterazione dei toni. Si sistemerà tutto per i primi ma, per i secondi, ahimé, la strada sarà molto dura e complicata.

11. DISPERAZIONE

Quando si è davvero giù di morale, quando si pensa che tutto sia perduto, quando non si hanno più armi, né idee, né forza per reagire, la rabbia è l’ultima emozione a lasciarci prima dell’”abbandono interiore”. Quando ci sentiamo soli, senza speranza e profondamente disperati, le nostre risorse sembrano sparite, sono congelate e senza vitalità così, essere arrabbiati, è forse l’unico impeto che abbiamo per andare avanti e a quello ci aggrappiamo. Il dramma è che questa forza non è la rabbia adrenalinica che aiuta a darsi una mossa veloce quando serve e non c’è tempo per altro, questa è la rabbia che acceca, oscura, consuma, impedisce di pensare, di scegliere, di guardare e di riflettere. E nutre i peggiori sentimenti veicolando odio, rancore, volontà di vendetta. Questa rabbia distrugge, allontana da tutto e da tutti e, anziché risollevare, ferisce l’anima e consuma l’energia vitale. C’è bisogno di aiuto in questi casi. Di accoglienza e di contenimento. Meglio se fuori dai soliti tracciati ormai devastati, sterili e purtroppo inutilizzabili.

Ma la vita è un’altra cosa.

La vita è un’avventura meravigliosa. Una scuola sempre aperta. Una palestra in cui poter fare allenamento. Un percorso per diventare più forti, più abili, più assertivi.

Le emozioni negative non sono da soffocare.

In sé racchiudono la loro buona dose di addestramento per farci migliorare sempre, diventare grandi, equilibrati, efficaci.

Così anche arrabbiarsi ha la sua valenza positiva.

E’ un ottimo modo per far comprendere agli altri che non accettiamo offese, che abbiamo il diritto di pensare con la nostra testa, di fare liberamente le nostre scelte e di difendere la nostra dignità e la nostra integrità.

L’arrabbiatura deve essere solo un mezzo che dà il giusto colore e il giusto peso a ciò che vogliamo comunicare. Stop.arrabbiarsi5 copertina2

Dunque l’arrabbiatura deve essere funzionale al nostro benessere e non viceversa.

Se invece quando ci arrabbiamo si sentiamo destabilizzati, ci mettiamo ore o addirittura giorni interi per riprenderci, e un tarlo corrode la nostra testa e colonizza i nostri pensieri, vuol dire che siamo fuori strada.

E allora coraggio! Contiamo fino a dieci! Guardiamo in profondità. Ascoltiamo con attenzione gli altri e noi stessi e sforziamoci di esprimere le nostre idee con il sorriso sulle labbra ogni volta che è possibile, pacatamente quasi sempre e con una sana arrabbiatura funzionale quando il messaggio è ostacolato e invece per noi è importante che giunga a destinazione forte e chiaro.

E per finire, vorrei lanciarvi un ultimo spunto di riflessione. Scrivendo questo articolo ad un certo punto mi sono chiesta da quando ho incominciato ad arrabbiarmi molto di meno. E la risposta è stata questa: da quando ho smesso di voler avere sempre ragione. Detta così sembra una sciocchezza ma, credetemi, lo spazio di libertà mentale che produce questo atteggiamento si amplia in modo esponenziale!

Provare per credere! ;-)

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