La fotografia analogica non è morta

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Non è certo mia intenzione mettermi qui a scrivere “di fotografia”, ci mancherebbe altro!

Negli anni è stato praticamente già detto (quasi) tutto, in ogni modo, da chiunque, ognuno a suo modo e da esperti molto preparati ed io, ultimo degli ignoranti, a tal proposito non avrei nulla da dire.

Racconterò, a mio modo, solamente di qualcosa a cui mi dedico da un po’ e di cosa ho scoperto.

Da un paio di annetti pratico, nel mio piccolo e coi miei modesti risultati, la fotografia analogica; nella fattispecie, la tipologia di gran lunga più comune, quella argentica.

Inizierò dando una notizia a suo modo sconvolgente: la fotografia analogica non è morta.

Questa affermazione, o meglio, questa negazione, espressa stando necessariamente sulla difensiva, si rende necessaria per far fronte, per porre un argine, piantare un segnale di stop dinanzi a questa idea, a, diciamo, più correttamente, una credenza, quasi un mito fondante della fotografia attuale, cioè quella digitale, una convinzione purtroppo presa ciecamente per vera e fin troppo comune tra il popolo dei fotografanti, casuali, amatori e professionisti.

Il mio personale pensiero è che la granitica certezza che il digitale sia “meglio”, in ogni senso e sotto ogni aspetto, senza se e senza ma, che sia anzi l’unica forma di fotografia attualmente possibile e praticabile, ponga le sue basi sull’acritico ossequio verso il lato deteriore dei sacri dogmi della modernità: semplicità, istantaneità, performance, economicità, grande diffusione. Tutti concetti che parrebbero nuovi ed inventati nell’era digitale, ma che in realtà erano propugnati pari pari anche al tempo in cui tutti scattavano con la pellicola e, proprio come adesso, le fotocamere facevano tutto da sé, le foto erano pronte quasi subito, fotografavano in tanti, costava abbastanza poco farlo e si producevano tantissime foto, la cui la maggior parte erano scattate alla cazzo di cane e venivano presto, giustamente, dimenticate.

Tutto solamente ora amplificato dalla iper-dematerializzazione e dalla possibilità dello sharing super-facile ed immediato.

Ciò, s’intenda, solo per mettere i “puntini sulle i”, ben lungi da me inscenare una crociata contro la comodissima e rivoluzionaria fotografia digitale.

Ripeto dunque: la fotografia analogica non è morta.

Io sono uno di quelli che ha riscoperto la fotografia analogica (per vari anni ho anche scattato solo con una DSLR), e posso affermare con tranquillità, alla luce delle nozioni che sto man mano apprendendo, che fino a poco tempo fa non avevo capito un emerito tubo sulla fotografia.

La fotografia analogica è un’incredibile opera di equilibrismo che porta l’animale uomo a prendere un pezzo di mondo strappandolo dai suoi occhi e schiaffarlo su un pezzo di carta; è una maniacale ed insensata opera di congelamento di un frammento di spazio-tempo, di appropriazione di un’artefatta copia della natura utilizzando metodi naturali.

Lo scopo della fotografia analogica è nella stragrande maggioranza dei casi la realizzazione di una stampa, poiché, come il quadro è la tela, la fotografia è proprio quella “cosa di carta” che si può tenere in mano, incorniciata sul comodino o affissa al muro in una bella e proporzionata cornice, da guardare ogni tanto.

A grandi linee quindi la scimmia umana prende un composto di alcune sostanze che ha scoperto essere fotosensibili, lo spalma su una superficie trasparente che poi espone selettivamente alla luce tramite una scatola di proiezione, tuffa questa superficie emulsionata in qualche brodo di sostanze chimiche, la ri-proietta su un pezzo di carta, ri-tuffa questa in altri brodi e voilà, può infine godersi come un ebete la sua personale riproduzione cartacea di quel momento di vita per sempre perduto.

Ricordiamo che la fotografia è “luce che scrive”, con un piccolo aiuto della chimica.

Una fotografia insomma esiste, esiste materialmente, e la sua esistenza è inconfutabile. Esiste perché è stata realizzata in una forma fisica sfruttando naturali proprietà fisiche e chimiche della luce e dei materiali tramite l’utilizzo di macchinari concettualmente semplici in cui l’eventuale elettronica è spesso solo un contorno, acquisisce una sostanza tangibile e universalmente accessibile, la quale potrà essere fruita da qualsiasi individuo in ogni epoca anche senza l’utilizzo di complesse tecnologie intermediarie.

Realizzare una fotografia è un’attività manuale (che può anche essere più o meno automatizzata), un po’, in linea di concetto, come lavare i panni, cucinare pietanze o coltivare l’orto: conoscenza, manualità, attrezzi, tecniche, materiali, sperimentazione, esperienza, risultato tangibile.

La fotografia analogica è un’arte del fare.

La luce fa.

La materia fa.

Il fotografo fa.

La fotografia analogica è un’attività che pretende dedizione, studio, umiltà, curiosità, impegno, resilienza, passione.

Se la si lascerà lavorare a dovere dall’interno, quasi abbandonandovisi, prima o poi in molti casi essa farà del suo fedele adepto un fotografo integrale, forgerà un visionario artigiano che si vorrà maniacalmente occupare da sé di tutto l’intero processo di realizzazione della fotografia, dal pensiero alla stampa incorniciata.

Ciò allo scopo ultimo di essere l’unico, supremo creatore, l’unico cosciente responsabile delle proprie scelte e colpevole dei propri errori, l’unico che sarà da biasimare per i sempre migliorabili risultati e per la mancata realizzazione di un piccolo capolavoro; così come sarà anche l’unico fautore, l’unico funambolo che, tramite numerosi tentativi, prove, errori e cadute, riuscirà infine ad acquisire l’abilità, l’esperienza e l’intuito sufficienti per maneggiare a dovere la propria personale, snodata catena visio-opto-chemio-meccanica strapiena di variabili e realizzare la sua, propria, personale fotografia.

film-photoMa che assurdo senso ha ai nostri giorni mettersi a fare fotografie in una maniera così obsoleta e superata?

Che senso ha raccattare un vecchio apparecchio fotografico, necessariamente usato e magari interamente meccanico e manuale, mettersi ad attrezzare pian piano una camera oscura (se si è fortunati in un locale dedicato, più spesso montando e smontando ogni volta tutta l’attrezzatura nel bagno di casa…) piena di aggeggi demodè, al cui interno, come in un personale santuario, ritirarsi per svariate ore al fine di ottenere una stampa, probabilmente anche in bianco e nero, quando ormai con le fotocamere digitali o lo smartphone in trenta secondi una foto può essere scattata, elaborata e messa online?

Be’, ovviamente si tratta di una scelta, una scelta necessariamente col tempo sempre maggiormente consapevole, la scelta di intraprendere un lungo cammino che inizia e termina da null’altro che sé, nel quale l’attività fotografica è un mezzo attraverso il quale mettersi alla prova, migliorarsi, prodigarsi nello studio, scontrarsi continuamente coi propri variegati limiti, mettersi alla continua ricerca di una quadra, del giusto bilanciamento, della corretta, miracolosa alchimia.

Il leitmotiv fondante della fotografia tradizionale “esporre per le ombre, sviluppare per le luci” pian piano comincia ad applicarsi anche alla propria vita, scivola dalla tecnica fotografica verso la propria visione del mondo, al proprio modo d’essere, a vivere, ad esempio, le situazioni della vita con intensità e trarne il giusto, misurato beneficio e insegnamento senza strabordare nella negatività.
È anche scegliere di proiettarsi in un presente parallelo in cui il tempo scorre con maggior densità e spessore, sperimentare all’interno della superficiale ultra-cinetica e disumana frenesia del “mondo moderno” un modo di vivere il proprio tempo con uno spirito più conforme ai bisogni della persona, in cui abbandonare adolescenziali ansia e frettolosità, educarsi a tollerare le attese di cui è costellato e valutare, serenamente, quando e quanto valga la pena di prendersi i giusti necessari lunghi attimi per osservare pezzetti di mondo, meditare un’idea e comporre un’immagine, per catturare un attimo e realizzarlo in un’opera in una forma reale.

Sebbene messa così sembrerebbe quasi si tratti di acquisire un atteggiamento pressappoco monastico, volendo anche “giurassico” o da bacucchi nostalgici, sto invece trovando quanto la pratica della fotografia analogica sia modernissima. Sarà per un suo intrinseco fascino un po’ retrò, o per le continue sfide che propone, o per ritrovare un perduto contatto diretto con la fotografia, o sarà che per alcuni semplicemente “fa figo”, che molti giovani vi si avvicinano curiosi ed entusiasti; taluni forse rimarranno superficialmente impantanati nel brodo hipster della “lomografia” e andranno spacciando su Istagram fotine emozionali scattate su rulli scaduti o riavvolti al contrario con costosissime macchinette interamente realizzate in plastica, il che, certo, è meglio di nulla.

Altri cercheranno però di andare più a fondo, via via scoprendo, come accade quotidianamente al sottoscritto, quanto possa essere incredibilmente vasto il bagaglio culturale e tecnico che soggiace alla pratica fotografica “tradizionale”, rischiando di divenire affamati ed eclettici “apprendisti stregone” esplorando campi del sapere quali ottica, meccanica, fisica, chimica, biologia, storia, filosofia e tanto altro.

E poi, ehi, stiamo nel 2016, non si ha mica da studiare solo su polverosi libroni o fragili manuali d’epoca scritti a macchina, informazioni, consigli e pareri si possono agevolmente trovare online in una pletora di siti, si possono frequentare ottimi forum pieni di persone colte e disponibili, ordinare prodotti via e-commerce presso numerosi rivenditori italiani ed esteri e persino utilizzare alcune delle numerose app per smartphone, utili ad agevolare alcune attività.

E poi, diciamo la cosa fondamentale: le fotografie analogiche vengono bene.

Riformulo: col giusto, il che non significa necessariamente costoso, setup, dopo le dovute prove e assestamento iniziali, superato ed interiorizzato il ricordo del meraviglioso sgomento della prima apparizione di una fotografia dal foglio bianco immerso nel rivelatore (ché la vera stampa fotografica non viene impressa o pigmentata con degli inchiostri, la vera stampa viene rivelata), si comincia pian piano a provare quanto perfette, commoventi e bestiali possano essere le fotografie ai sali d’argento, e quanto, in vari casi, possano anche “dare una pista” a quelle digitali, con l’ulteriore eventuale valore aggiunto di aver realizzato tutto, ma proprio tutto, da sé tramite le proprie scelte ed il proprio operato.

Per finire: la fotografia analogica ai nostri giorni si può fare, può costare relativamente poco iniziare, pur essendo oramai “di nicchia” ci sono ancora negozi che “vendono i rullini”, è un tipo di fotografia non per tutti poiché è, in genere, non competitiva e performante bensì meditativa e formativa (si scatta meno e meglio) e non è un imperdonabile reato affiancarvi la fotografia digitale; è infine, se praticata con criterio, una raffinata forma d’arte.

La fotografia analogica non è morta, attende anzi soltanto di essere vissuta.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Alessandro

    Incredibile mi ritrovo a leggere questo bell’articolo dopo aver ritrovato dei vecchi rullini in bianco e nero esposti e mai sviluppati . Ho tirato fuori tutto il materiale e mi sono messo a calcolare formule gradi centigradi … veramente incredibile foto di 20 anni fá , sono rinato !

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