Giuseppe Andaloro – Il pianoforte e i suoi colori

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I reduci dal concerto di Giuseppe Andaloro del 18 marzo 2016 (tenutosi presso il complesso dei SS. Marcellino e Festo a Napoli nell’ambito della stagione concertistica “Federimusica” [i concerti dell'Università "Federico II"]) potrebbero affermare senza grande sforzo, accettando questa immagine suggestiva, di aver assistito ad una mostra pittorica sul romanticismo tramite…il pianoforte! Perchè il pianismo di Andaloro ha la capacità di far viaggiare l’ascoltatore verso le inesplorate regioni timbriche dello strumento; è un dono concesso a pochi:quello di far immaginare al proprio pubblico paesaggi e visioni di sublime bellezza, come un’opera d’arte degna del miglior miniaturista.
PImmagine 1-001er iniziare l’artista ha presentato la famosissima trascrizione di Ferruccio Busoni della Ciaccona per violino solo di Bach dalla partita in re minore BWV 1004, cavallo di battaglia dei grandi pianisti e opera di vertiginoso impegno e splendore neo-classico. La pietra di paragone per l’ascolto di quest’opera è sicuramente per il vasto pubblico l’interpretazione del sommo Arturo Benedetti Michelangeli di cui tanti ricordano il mirabile suono e l’apollinea perfezione. Andaloro stasera è riuscito a farmi accantonare la devozione che nutro per Benedetti Michelangeli, seducendo tutti con la sua lettura appassionante e intelligente: qui, in principio di concerto, l’artista ha già mostrato parte dell’arsenale tecnico di cui è fornito e la sua tavolozza timbrica. Come un artista dipinge un suo quadro Andaloro dipinge la Ciaccona, esaltando le più impercettibili sfumature sonore e il dialogo tra le voci nella tessitura contrappuntistica, perfino le più recondite e restie a mostrarsi all’ascoltatore (parti gravi e intermedie emergono con chiarezza cristallina); credo che pochi interpreti posseggano oggi un tale controllo delle sfumature dinamiche.

Virtuosismo pirotecnico e nostalgia romantica contraddistinguono i preludi di Rachmaninov che abbiamo ascoltato in seguito: il famosissimo op.3 no.2 in do diesis minore, l’op.32 no.1 in do maggiore e l’op.23 no.7 in do minore. Tre preludi per tre diversi periodi della produzione compositiva di Rachmaninov come ha fatto giustamente notare Cristiana Di Bonito, giovane dottoranda di ricerca che ci ha introdotti all’ascolto del concerto. Anche in questa prova il pianista ha sostenuto egregiamente il discorso iniziato con Bach-Busoni, conducendoci attraverso i suoi meravigliosi suoni alla trepidante attesa per la quarta ballata di Fryderyk Chopin.Immagine 2

Quest’ultima è l’op.52 del catalogo del compositore polacco, in tonalità fa minore. Un brano basato sul senso delle proporzioni, della misura e del gusto, di difficile interpretazione per qualsiasi pianista, qui posto innanzi ad una delle grandi prove di abilità tecnica e musicale della letteratura pianistica romantica. Andaloro non si è smentito: la sua tecnica brillante e il suo tocco raffinato ci hanno regalato una delle più belle interpretazioni della quarta ballata che io ricordi. Per la prima volta, credo, sono riuscito quasi a “vedere” la partitura dell’opera: è noto che Chopin abbia fatto riferimento a Bach più di quanto comunemente si pensi e questo avviene, a mio avviso, in particolar modo nello sfoggio di una scrittura contrappuntistica “mascherata” – maggiormente a chi ascolta che a chi ne esegue le composizioni: in questo caso essa è stata completamente svelata dalle mani dell’artista italiano. Voci a cui in genere viene negata piena libertà di espressione sono riuscite stavolta ad emergere pienamente dall’intreccio polifonico di cui è permeata quest’opera-capolavoro; possiamo di certo collocare quest’artista nel solco dei grandi pianisti del passato, dei quali pure mi è giunta un’eco nella prassi esecutiva con cui ha approcciato questa composizione chopiniana, soprattutto a proposito di note e accordi resi talvolta in maniera sfasata probabilmente alla maniera (tra gli altri) del suo grande maestro Sergio Fiorentino, pianista geniale contraddistinto da ottimo gusto e musicista al massimo grado.

Immagine 3-001La seconda parte del concerto ha visto emergere il virtuosismo funambolico di Franz Liszt di cui Andaloro ha proposto la seconda ballata in si minore e tre rapsodie ungheresi (undicesima, dodicesima e tredicesima). Sonorità velate, mistero, fuoco e fiamme potrebbero essere le parole chiave per descrivere in breve le sensazioni trasmesse al pubblico; se prima eravamo rimasti sbalorditi dal timbro, dalla sensibilità del tocco ecco ora mostrarsi l’agilità e la pienezza di suono che nei preludi di Rachmaninov e a tratti negli altri due brani si erano più velocemente presentate per condividere la scena con gli altri elementi caratteristici dell’arte di Andaloro. Anche in questo repertorio da “battaglia”, in cui si sono fronteggiati il pianista e il suo strumento, abbiamo avuto la conferma di essere partecipi di un processo creativo in cui è all’opera un artista consapevole dei suoi mezzi. Controllo perfetto, tecnica superba: ho provato tristezza e nostalgia nei lassan che cedono poi il posto ad esaltazione e goduria nei friska delle rapsodie ungheresi. Terrazze sonore in cui le dinamiche più impercettibili (almeno sulla carta) diventano miracolosamente percepibili all’orecchio e un meraviglioso senso della misura contraddistinguono il pianismo di Giuseppe Andaloro che ho per la prima volta potuto apprezzare dal vivo; è a mio avviso uno dei grandi interpreti del nostro tempo – mi ha totalmente sedotto e affascinato grazie al suo tocco magico e alla chiarezza della sua lettura che mi ha mostrato le complesse e sublimi architetture delle opere ascoltate.

Immagine 4-001In chiusura un dolcissimo bis: il meraviglioso Widmung di Schumann nella trascrizione del compianto Sergio Fiorentino, un ossequio del valente allievo all’amato maestro di vita e di musica dettato dall’etica e dalla devozione del discepolo verso l’uomo che tanto gli aveva donato.

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