È la fine del calcio italiano per come lo conosciamo

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Il calcio è un giuoco bellissimo. E una delle ragioni della sua bellezza risiede del forte peso riservato alla sorte nel determinare gli esiti di ogni partita. Una squadra può segnare un goal, chiudersi passivamente in difesa per 89 minuti e vincere. É assai più difficile che lo stesso accada in altri sport come la pallacanestro o la pallavolo, nei quali entrambe le compagini – dato il meccanismo del giuoco – debbono avere un ruolo attivo durante l’intera gara. Anche gli errori arbitrali hanno un peso maggiore nel calcio (il goal dell’esempio scritto sopra potrebbe essere frutto di un rigore inesistente) rispetto ad altri sport. Eppure, nell’arco di una stagione o ancor più di più anni, la sorte e gli errori arbitrali si compensano (a meno di credere ai complotti).

Inzaghi dopo il suo goal nella finale della Champions League 2006/7 vinta dal Milan

Inzaghi dopo il suo goal nella finale della Champions League 2006/7 vinta dal Milan

Per questo, con l’obiettivo di valutare la salute del calcio italiano, ci siamo presi la briga di contare quante squadre per nazione hanno raggiunto gli ottavi di finale (16 squadre) della massima competizione europea (la Champions League) negli ultimi dodici anni. Questi sono i numeri (media):
Inghilterra: 3.3 squadre,
Spagna: 3,
Italia: 2.5,
Germania: 2.3,
Francia: 1.5.
Tuttavia se dividiamo questo periodo in due, lo scenario cambia un poco. Dal 2004 al 2010:
Inghilterra: 3.7 squadre,
Italia: 3,
Spagna: 3,
Germania: 1.7,
Francia: 1.5.
Invece dal 2010 al 2016:
Spagna: 3 squadre
Inghilterra: 3
Germania: 2.8
Italia: 2
Francia: 1.5
Saltano chiaramente agli occhi tre cose: negli ultimi anni abbiamo assistito ad un calo dell’Inghilterra, un deciso calo dell’Italia e una netta crescita della Germania.

I numeri confermano una sensazione sempre più profonda: purtroppo il calcio italiano è in costante declino: irrilevante in Europa (quest’anno a metà marzo nessuna squadra italiana è presente nelle coppe europee), sempre meno popolare nel mondo, con scarsa competizione e quindi interesse in Italia (gli ultimi 4 campionati sono stati vinti dalla medesima squadra che probabilmente vincerà anche questo).

Paulo Roberto Falcão ha militato nella Roma dal 1980 al 1985

Paulo Roberto Falcão ha militato nella Roma dal 1980 al 1985

La Serie A è ormai un campionato paragonabile al portoghese, dove i giuocatori stranieri vi approdano soprattutto con l’intento di far bene e mettersi in evidenza per essere poi comprati da squadre europee più forti e prestigiose. Sono assai lontani i tempi in cui i più grandi fuoriclasse calcavano i campi italiani: Maradona, Zico, Platini, Van Basten, Zidane, Ronaldo, Kakà, Ibrahimovic, ma anche gli italiani Scirea, Baresi, Baggio, Del Piero, Pirlo, ecc..

Il calcio è sempre lo specchio della società. Per questo anche chi non lo ama non dovrebbe disinteressarsene: è un fenomeno di massa e dunque della massa riflette pregi, difetti e tendenze. Negli ultimi 20 anni uno dei più profondi cambiamenti a cui abbiamo assistito, nella società così come nel calcio, è lo spostamento dell’orizzonte dei nostri interessi, dei nostri discorsi, delle nostre attività, dei nostri lavori, amicizie, vacanze dai confini nazionali a quelli europei (o addirittura mondiali). Il campo da giuoco (in senso letterale e figurato) sul quale si svolge la competizione e si determinano le nostre sorti non è più italiano, bensì globale. Per questo, chi seguita a pensare e ad agire con una mentalità esclusivamente nazionale è destinato ad essere superato, sconfitto e messo in subordine.

Il calcio italiano è purtroppo rimasto indietro da questo punto di vista: del resto è sufficiente constatare che per gran parte dei tifosi delle squadre italiane, le coppe europee servono soprattutto a sfottere i rivali in patria: se la Roma (esempio) si qualifica per la Champions, ciò viene celebrato soprattutto perché consente di sbeffeggiare i laziali; il contrario accade quando poi la Roma è eliminata. Non vogliamo sostenere che questo comportamento sia da biasimare; diventa però limitante e limitato se si tratta dell’unico o del più rilevante in relazione alle competizioni europee.

Gonzalo Higuaín (1987), argentino, è l'unico fuoriclasse rimasto in Serie A

Gonzalo Higuaín (1987), argentino, è l’unico fuoriclasse rimasto in Serie A

Il nostro calcio è gestito da dirigenti tutt’altro che moderni, in maniera retrograda, provinciale e non al passo con in tempi. Berlusconi ne è un esempio perfetto: innovatore e visionario 30 anni fa, “gerontocraticamente” avvinghiato al suo potere dopo decenni, zavorra anacronistica oggi. Per non parlare del presidente della Federcalcio Tavecchio e delle sue frasi razziste su omosessuali ed ebrei. Gli stadi italiani sono scomodi, costosi e pericolosi; le nostre società spesso ricattate da frange violente di “tifosi”. Il calcio è un fenomeno sempre più complesso e sfaccettato: oltre al campo, ci vuole marketing, merchandising, programmazione, innovazione, politiche internazionali, ecc. ecc.. Solo la Juve (non sono juventino) riesce ad avvicinarsi agli standard dei più avanzati club europei. Per il resto, siamo e, purtroppo, credo rimarremo assai indietro.

Io abito in Sudamerica che è gigantesco bacino di appassionati di calcio mondiale: purtroppo, Juve a parte, delle squadre italiane se ne parla al passato, sono sempre meno conosciute e hanno sempre meno tifosi. Gli idoli del calcio mondiale sono tutti giuocatori che non militano in squadre italiane, magliette di squadre italiane non si vedono quasi più, le TV dedicano sempre meno spazio alla Serie A, il Paris Saint Germain è più popolare dell’Inter e Bayern-Dortmund è più vista di Inter-Milan (per non parlare di Real-Barcellona…). Il calcio italiano non “vende”, non ha “appeal”, non è capace di catturare i sogni dei bambini, di entrare nei cuori dei ragazzi, di soddisfare il senso estetico degli adulti. Non esistono politiche globali efficaci, volte a costruire e vendere il prodotto-calcio italiano.

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Un indicatore sensibilissimo di come si muove la passione per il calcio sono le vendite delle magliette dei calciatori, che corrispondono ai poster appesi in camera di qualche decina di anni fa. Secondo uno studio di “World Soccer”, queste sono le dieci magliette più vendute al mondo nel 2015:
1.Lionel Messi (Barcelona)
2.Cristiano Ronaldo (Real Madrid)
3.Neymar Jr. (Barcelona)
4.Eden Hazard (Chelsea)
5.Alexis Sánchez (Arsenal)
6.Zlatan Ibrahimovic (PSG)
7.Steven Gerrard (Galaxy Los Angeles)
8.Harry Kane (Tottenham Hotspur)
9.Wayne Rooney (Manchester United)
10.Mesut Özil (Arsenal)
Italiani o giocatori di serie A: zero.

Piaccia o no, tra le squadre di serie A, solo la Juventus fa parte del calcio internazionale che conta.

Piaccia o no, tra le squadre di serie A, solo la Juventus fa parte del calcio internazionale che conta.

Qualcuno può storcere il naso a sentir parlare di calcio come di un “prodotto”, ma lo è e – mi sento di dire – è anche la miglior forma per goderne e salvarlo da violenza e degrado, facendone uno spettacolo moderno. Così come la pallacanestro NBA o il football americano. Inoltre, la capacità di un calcio di “vendersi” nel mondo ne determina anche il peso politico che, a sua volta, ha un riflesso anche sui risultati in campo. Più gente ama il calcio inglese nel mondo, più costeranno i diritti TV delle partite inglesi, più potere avrà il calcio inglese in Europa e più potrà determinare le scelte internazionali che coinvolgono le squadre inglesi. Sudditanza psicologica degli arbitri compresa.

Per invertire la tendenza, ci vogliono politiche a lungo termine, che puntino sui giovani, su nuovi stadi, marketing a livello mondiale, dirigenti moderni, ecc.., tutte cose che per esempio hanno fatto i tedeschi che – come visto – sono stati capaci di un prodigioso balzo in avanti di risultati e prestigio a livello europeo. In un mondo dove, in quasi ogni contesto, i risultati si misureranno in un consesso internazionale, l’Italia e gli italiani rischiano di rimanere ai margini, confrontandosi solo con se stessi.

Infine, i risultati delle squadre italiane in Europa incidono anche su quelli della Nazionale: gran parte dei giuocatori di Spagna e Germania sono abituati da anni a disputare semifinali o finali di Champions e quando si ritrovano in competizioni con partite secche come Mondiali o Europei (dove l’esperienza è determinante) si ritrovano in situazioni conosciute. Se escludiamo l’anno scorso della Juve (un solo anno) e Verratti, quale esperienza di partite toste dove ti giuochi tutto, hanno gli azzurri? Purtroppo molto poca…

La finale dell’Europeo 2012 contro la Spagna è stato purtroppo un tragico esempio: gli spagnoli erano assolutamente a loro agio, noi completamente disorientati (eccetto Pirlo e Buffon, credo che nessuno si fosse neanche avvicinato ad un appuntamento del genere). Ma finché per i nostri calciatori, dirigenti e tifosi rimarrà molto più importante vincere contro i rivali storici in patria piuttosto che porsi come obiettivo acquisire prestigio a livello internazionale, i risultati del nostro calcio all’estero saranno deludenti. Assai più che in passato, le partite non si vincono e i calciatori non diventano vincenti e amati solamente sul rettangolo di gioco, bensì anche nelle conferenze stampa internazionali (dove è utile saper parlare in inglese), in televisione, aprendosi e affrontando il mondo al di fuori dei confini nazionali, imparando a farsi del marketing. Ci riusciremo? Nel breve termine (diciamo 10 anni), credo proprio di no.

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Paolo Flamigni (Gigi)

    Sì, meglio Lotito di Cragnotti. Ma quelli che hanno avuto il Parma dopo quel ladro di Tanzi sono stati ladri e incompetenti che in poco tempo hanno fatto fallire la società.
    Le società italiane sono (quasi tutte) in mano a presidenti che si muovono sul confine incerto dell’illegalità, gente che per lo più usa il calcio per avere un immediato tornaconto personale. Ci buttano qualche soldo finché fa comodo e finché tornano indietro i soldi dei diritti TV, si fanno guerre meschine per spartirsi la solita fetta di torta. Poi mollano e la società fallisce. Non vedono oltre il loro orticello, non hanno capacità manageriali, la menano che ci vuole lo stadio, ma sanno solo chiedere soldi pubblici agli enti locali (che di soldi non ne hanno). Almeno una volta i vari Anconetani, Rozzi, Matarrese erano folcloristici e mezzi delinquenti (matarrese delinquente intero), ma almeno di calcio ne capivano. Oggi i vari presidenti che hanno fatto fallire un sacco di società tra A, B e subcadetta sono solo dei cialtroni.
    E non è che gli stranieri non vengono perché preferiamo i nostri, non vengono perché il nostro calcio non ha nessun appeal.

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  2. Anselmo

    Jumpi tutto vero, ma non sono sicuro che sia un male (e sì che sono stratifoso di calcio). Se l’alternativa deve essere l’emiro che investe fino a quando trova un nuovo giocattolino o il Real seduto su una montagna di debiti fino a che la UE non decide che ha avuto aiuti di stato o qualche banca che decide di rientrare dall’esposizione, io preferisco il calcio italiano di adesso. So che i tifosi laziali non saranno della mia stessa idea, ma W un Lotito che fa le nozze con i fichi secchi e vince qualche Coppa Italia ogni tanto, non un Cragnotti che vince scudetto e Coppa Coppe con soldi che non ha e viene salvato dal fallimento solo per evitare la rivoluzione. Abbiamo pochi soldi? Facciamo con quello che abbiamo, presto altri Paesi ci raggiungeranno (scendendo dal piedistallo, non salendo dal basso); ad esempio, nonostante i soldi che scialacquano, non mi pare che negli ultimi due anni le Inglesi abbiano fatto così meglio di noi.
    Ah un’ultima cosa: il grande Aldo Giordani, l’uomo che ha inventato il basket in Italia (forse assieme a Dan Peterson) diceva senza giri di parole che “nella pallacanestro il risultato lo fanno gli arbitri, facciamocene una ragione”. Poi, certo, fa più audience imbavagliarsi per un fuorigioco dato o non dato per 5 cm.
    Abrazo

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