“Buongiorno signora”

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“Energica, coraggiosa, ha finito di lottare, riposa in pace… ”.
Così recita il necrologio.
E’ morta il 27 marzo 2010 mentre io ero in luna di miele nell’Illinois: incantata, felice e soprattutto, “lontanissima”.
* * *
Anche quel venerdì pomeriggio, a poche ore dal mio matrimonio, l’orologio a cucù avidamente aggrappato alla parete nord del salotto di casa, invase e spezzò l’apparente equilibrio delle giornate che si rincorrevano frenetiche, ma sempre immobili, negli ultimi dieci anni della mia vita.
Quattro freddi e dissonanti rintocchi: erano le 16.00.

cucùRicordo solo questo e il suo viso smarrito l’ultimo giorno in cui la afferrai ancora “in vita”, anche se la sua dissimulata morte fisica e soprattutto quella cerebrale erano state sancite in modo lapidario già molto tempo addietro, senza possibilità di appello.
Fin dal principio di quella letargica agonia mi convinsi, avendone fatto quasi un dogma, che le 16.00 fossero il momento migliore per andare a “svegliarla” con le mie soffocanti effusioni… precisamente, fra il riposino pomeridiano e il rito della cena.

vecchia che mangiaIl cibo, infatti, era rimasto l’unico appiglio nell’aldiquà, l’unico “corpo” che ancora riconosceva e agognava dalla vita con appetito insaziabile. Lo divorava con ingordigia e cieca bramosia: un rito che la assorbiva totalmente, facendo scomparire il resto del mondo… ed io, che fino a quel momento ero il segno tangibile di una presenza nebulosa e incerta, sfumavo definitivamente nel nulla.

-Nel nulla- sembra angosciante, ma quel nulla, era davvero nulla rispetto il vuoto che mi riempiva ogniqualvolta la salutavo con un bacio e una carezza; ogniqualvolta sbattevo la pesante porta blindata alle mie spalle con un sospiro e scendevo febbrilmente le scale della residenza per anziani dove lei si era “fermata”, sospesa in un tempo senza tempo, nascosta e protetta da se stessa, ingannando la morte.
Quella morte, mille volte immaginata e attesa, arrivò inaspettata -come tutte le morti- fra gli avanzi, non ancora completamente digeriti, del cibo che tanto amava: vomito e diarrea le diedero l’ultimo caldo e avvolgente abbraccio. Respinto e misconosciuto anche il cibo, se ne andò pure lei, indiscutibilmente espulsa da questa vita, per sempre!

sofferenzaTormento, disperazione e dolore: scomode emozioni che inducono con sfacciata audacia in un’altra dimensione, parallela a quella in cui siamo assuefatti a vivere spesso con disinvolta superficialità e sufficienza. Una dimensione dove tutto è il contrario di tutto, dove un momento presumi di essere Dio, colui che dà senso a cose che senso non hanno e poi ti accorgi improvvisamente di essere… di non essere più. Qualcosa di impalpabile ti consuma: di te resta solamente un corpo, ma l’anima è dannata.

E’ stata una morte lenta, logorante, corrosiva, odiosa, lacerante. Non so se c’è modo di definire con aggettivi “migliori” il trascorrere di una vita apparente verso la morte inconfutabile; so però, con certezza, che è vacuo perbenismo esibire compostezza dinanzi a tale strazio: il nostro dissolversi nel creato fa tremare l’anima, anche la più cinica e granitica!

La fine cominciò circa dieci anni prima della morte, quando quei singoli episodi di stravaganza e smarrimento -frequentemente saltuari- iniziarono ad essere sempre più persistenti, sempre più bizzarri, sempre più pericolosi… fu allora che il demone si insinuò con indulgenza fra le pieghe più sottili e nascoste della sua esistenza; si diffuse placido, stuprandola dolcemente con violenza implacabile, quasi senza che lei se ne accorgesse, trascinandola in un’altra realtà, fatta di continue, ripetute, reiterate, sempre uguali novità.
dissolvenzaL’ho vista trasformarsi e scolorire giorno dopo giorno, l’ho vista perdere peso, perdere il controllo, perdere l’equilibrio, perdere la memoria, perdere la dignità… l’ho vista scivolare via, disarmata e indifesa, come i colori ad acquerello scivolano via da una tela abbandonata sotto la pioggia.
Io non l’ho mai abbandonata ma, di fronte all’ineludibile e inarrestabile corso della malattia, mi sono sentita assurdamente trasparente, terribilmente impotente e involontariamente “distante”.

Cruda e indigesta verità: di desolazione e di afflizione non si muore… se muori è un suicidio amaro e premeditato, è una scelta intima e colpevole, è un capriccio immorale per sfuggire il dolore.
Ho subito una disidratazione del corpo e un prosciugamento nell’anima: emozioni e sentimenti completamente depauperati. Sterilizzate la gioia, la spensieratezza e la fiducia così come la confusione, lo sconforto e la desolazione.
Fa male… lasciare un pertugio è una leggerezza imperdonabile anche se umana, costa caro; tristezza e sofferenza scavano in profondità, impietose penetrano la carne e lacerano lo spirito. Una metastasi che non lascia spazio nemmeno allo sgomento.
Affiorano ruvide responsabilità: di fronte a disarmanti situazioni oggettive, dove vige la regola dell’assoluto e nulla è relativo, reagire è d’obbligo. Quella flaccida debolezza che a volte caratterizza il dramma della condizione umana e tenta la fuga, con la stessa forza di quell’inettitudine che, invece, rende immobili, deve essere superata. Così, avviluppandomi a questi suggestivi pensieri sono sopravvissuta.

specchioSono sopravvissuta anche quando lei, oltre a non riconoscere me, oltre a confondere mia sorella con suo figlio e mia mamma, nonché sua figlia, con suo marito (morto 35 anni prima), non riconosceva più nemmeno se stessa, proferendo un educato “buongiorno signora” di fronte alla sua immagine riflessa nello specchio!
Sono sopravvissuta!
Perché?
Perché bastava un sorriso, un lampo di lucidità in quelle tenebre così buie, ambigue e fosche, un sussurro familiare dal pozzo angosciante di un’esistenza smarrita, a risvegliarmi, sorprendendomi ancora viva! Allora, crollavano immediatamente per quell’istante –e solo per quell’istante- tutte le difese, i muri e le barriere che giorno dopo giorno e anche dopo quel giorno avrei ricominciato a costruire con impazienza e meticolosità a causa di un torbido masochismo di sopravvivenza.
Deve essere stato onorando uno di quei rari momenti di lucidità che ha “preso vita” il necrologio… “energica, coraggiosa, ha finito di lottare, riposa in pace…” perché io la ricordo flebile, spaurita e agognante l’abbandono… ma io non c’ero… ero incantata, felice e soprattutto, “lontanissima”.
Se n’è andata definitivamente solo quando non potevo esserle fisicamente accanto. Già, fisicamente… che sciocchezza!

infinitoEro un parassita in costante ascolto dei suoi ingarbugliati pensieri… ero la sua dolce ossessione, come ripeteva sempre… anche quando quel che restava delle parole era solo un penoso gemito biascicato. Dovevo esserci!
Emozioni contrastanti nell’impeto ma simbiotiche nell’intensità mi tengono sempre “sveglia”: per me il giorno è giorno e la notte resta giorno, senza luce… convivrò per sempre, anche quando non avrò più la lucidità mentale per farlo consapevolmente, con un interrogativo eternamente senza risposta: cara nonna sei stata tu a lasciarmi andare o sono stata io a lasciarti, ingenuamente dimentica per un istante del mio vergognoso e fragile delirio di onnipotenza?

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    È la morte di una persona cara anziana. È una morte che ha lasciato un lungo filo di lontananza inaccettabile dalla vita come normalmente la gente intende. Bisogna provare per capire cosa significa veder ” vivere” una persona cara che ha perduto, attraverso lunghe, oscure ed intricate vie che ci sono precluse, la consapevolezza cui noi eravamo abituati camminandole a fianco.
    Sì, la Morte impudica nemica della Speranza sopraggiunge sempre quando meno te l’ aspetti anche se l’hai dovuta immaginare, agghiacciato il tuo cuore, ad ogni respiro. E non la puoi accettare, anche se è la fine ineludibile e perfino tacciata del valore dell’ eutanasia. No, la morte non si può accettare. Arriva, ma è incomprensibile accettarla. Magari i piu’ si rassegnano perché il sentiero era tracciato.
    Tuttavia niente e nessuno riuscirà a convincere me che la morte e certi terribili percorsi che ad essa conducono possano essere minimamente compresi ed accettati. Chi parla di accettare non ha provato, è stato fortunato e gli e’ percio’ permesso di aggrapparsi alla volontà divina o al fato. Certe morti invece portano con sé il rifiuto di disegni divini e di destini gia’ scritti e tutte le parole del mondo nulla potranno contro il muro che esse costruiscono alto
    Resta a chi sopravvive la inutile e dannata domanda che risposta mai troverà: – Perché a lui, perché a lei, perché a noi, perché a me?
    E quando l’attimo ultimo del tempo che pur scorreva con la persona che amavi chiude d’ un solo battito, inesorabilmente, la porta che cercavi disperatamente e cocciutamente di tenere aperta resta la domanda terribile cui gli altri daranno le scontate risposte che tu non accetti: – Perché non ero con te? Mi hai voluto lasciare andare per la mia strada senza ch’io soffrissi anche nell’assistere al tuo ultimo esistere? Oppure sono io che non ti ho rincorso come tante volte ho inutilmente fatto sperando che tu tornassi come hai sempre fatto? Quale è stata la realtà dell’ ultimo atto? Quella che gli altri descrivono o una realtà differente che posso solo, dolorosamente, immaginare?
    La morte non lascia scampo nemmeno a chi le sopravvive.
    Se la morte è un passaggio verso un percorso diverso, privo di tempo e spazio e d’ ogni altra umana categoria imperfetta e fallace, essa resta pur sempre un ponte sconnesso gettato sull’ oscurità, un ponte che solo chi ha attraversato conosce. Per chi ha visto o immaginato la persona amata incamminarsi lungo quell’irto e buio acciottolato resta lo strazio di non averla potuta accompagnare tenendole strettamente la mano, forse incerta, forse tremante.
    Io avrei voluto allungare il mio ultimo passo al fianco del mio amore prima della fine di quel ponte per girarmi rapida e lesta verso il mio amore e, sorridendogli, rassicurarlo festosa tra le mie braccia come quando tra le mie braccia protese egli ultimava i suoi piccoli, primi passi nel mondo che ora lui non abita più.
    Lui è oltre il ponte. L’ ha attraversato nel mistero.
    Io sono sempre qui tra le sue cose e lo aspetto. So che verrà e abiterà i miei sogni con la concretezza della sua voce e della sua persona.
    Nel mio cuore alberga costante la sua calda presenza.
    Ma lo strazio dei suoi patimenti e della sua morte morsica feroce la mia carne, senza tregua.
    La morte, come la vita, è piena di alternanze e contraddizioni.

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  2. Daria

    Non siamo mai abbastanza pronti a rinunciare al pensiero, alla memoria, all’emozione che ci regala ogni piccolo sguardo di chi ci ama e in quello sguardo riconosce il nostro amore. Bell’articolo!

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  3. Laura

    Impotenza, sensi di colpa, ribellione ad essere fagocitati ma anche all’ingiustizia della vita, rimorsi e rimpianti con l’unica certezza: avere una sola occasione di vivere

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  4. Marina

    Drammatica realta’,avendo io seguito nel percorso mia madre ammalata di Alzheimer,persa nei pensieri ma non nell’amore dimostratami…l’angoscia di non poterli aiutare nei momenti drammatici della sofferenza che sentono ma non possono esternare.

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  5. Marina

    Tutto dannatamente vero in quest’articolo drammaticamente reale,avendo io curato mia madre sofferente di Alzheimer ed averla persa,lei gia’ persa ma accusando la sofferenza che non poteva esternare,lasciandomi impotente per non poterla aiutare <3 Mary Guarneri

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