Un ideale ritorno al giardino dei Finzi-Contini

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12660308_945676775502145_1863696454_nSarò di parte, perché sono nata a Ferrara e lì ho compiuto i miei studi, ma considero “Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani un piccolo capolavoro. Un’opera completa, che l’autore ha scritto nel 1962, in cui vengono toccati diversi argomenti importanti. Un romanzo che sa, prima di tutto, ben delineare una città come Ferrara, vera e propria “delizia estense”, e con essa un luogo che rimane per sempre nell’immaginario collettivo.

Il riferimento va a quella “magna domus”, così come viene chiamata la casa della famiglia Finzi-Contini, e al suo parco immenso che, se lo si percorre in bicicletta, si impiegano dai tre ai quattro minuti per raggiungere l’imponente cancello d’entrata. Quell’abitazione situata in fondo a corso Ercole I d’Este, dove il nonno architetto Moisè Finzi-Contini contava i ciottoli e che ancora oggi risulta immutato; un ampio terreno circondato dalla Mura degli Angeli, in cui a fare da tramite fra la città e un piccolo microcosmo è una ripida scala abusiva.

Una strada di Ferrara, corso Ercole I d’Este, immortalata da Giosuè Carducci e da Gabriele D’Annunzio; molto amata dagli estimatori di arte e di poesia, nei cui pressi si trova il noto Palazzo dei Diamanti. Siamo proprio nel cuore di quella parte nord della cittadina emiliana che fu aggiunta durante il Rinascimento all’angusto borgo medioevale, e che prende il nome di Addizione Erculea. E poi le leggi razziali, anch’esse protagoniste e da non sottovalutare, ovvero quella serie di provvedimenti contro le persone di religione ebraica, che proprio alla fine di quegli anni Tenta del Novecento si andavano costituendo. Esse servono all’autore, duramente provato dal ricordo, per parlare della vicenda antisemita e della fine orrenda di tanti ebrei.

Il tutto, filtrato attraverso l’amore provato per Micòl, figura indelebile e protagonista assoluta dell’opera, attorno la cui presenza-assenza ruota ogni cosa.

Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, definito dalla critica “meccanismo letterario perfetto e struggente” in cui convergono emozioni private e storia pubblica.

“Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga –, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra.”

L'autore: Giorgio Bassani

L’autore: Giorgio Bassani

Anche l’incipit è perfetto: riesce a trasmettere quel senso di progettualità di chi desidera mettere nero su bianco la storia che ha vissuto anni prima; così come il giusto grado di nostalgia per un passato che ormai è andato perduto e non tornerà mai più.

Nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma nel 2000, Giorgio Bassani parla della “sua” Ferrara; di quella città che rimarrà per sempre nel suo cuore poiché vi ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza, considerata teatro ideale delle sue creazioni letterarie.

Un narratore, in prima persona e senza nome, ci parla della famiglia Finzi-Contini, circa una quindicina d’anni dopo lo svolgimento dei fatti. Con ogni probabilità si tratta di Bassani stesso, figlio di una benestante famiglia ebraica originaria di Ferrara, che racconta una vicenda autobiografica. Non a caso, nella trasposizione cinematografica del 1970 con la regia di Vittorio De Sica – che in alcuni particolari si discosta dal romanzo – al giovane ragazzo viene imposto proprio il nome di Giorgio.

Dicevamo, si tratta di un io narrante anonimo che si professa studente in lettere e frequentatore della nobile dimora negli anni Trenta. La famiglia Finzi-Contini è composta dal professor Ermanno, la moglie Olga, i figli Alberto e Micòl, l’anziana nonna Regina e dal personale di servizio.

Alberto e Micòl sono coetanei del narratore, ma sembrano irraggiungibili a causa di un profondo divario sociale. Frequentatori della medesima Sinagoga ebraica – sia i Finzi-Contini che la famiglia del narratore sono ebrei –, essi appaiono molto distaccati dalla gente comune, poiché appartenenti all’alta borghesia: all’èlite della città. I due rampolli infatti studiano privatamente, e frequentano la scuola pubblica soltanto in periodo di esami. Il fascino di questa famiglia attrae il giovane ragazzo, così come la loro lussuosa residenza, tanto che ad un certo punto sembra che egli non ne possa più fare a meno e ogni espediente diventa buono per comparire al loro cospetto.

Ma le leggi razziali, che stavano inesorabilmente calando sull’Italia proprio in quel periodo, paradossalmente avvicinano i personaggi: Micòl, giovane donna brillante e piena di vita; Alberto, ragazzo introverso che l’autore fa velatamente supporre essere omosessuale; il narratore sempre più affascinato dalla fanciulla e del tutto preso da lei.

Circolo del tennis tratto dal film di Vittorio De Sica

Circolo del tennis tratto dal film di Vittorio De Sica

Quando il circolo ferrarese di tennis chiude le porte ai soci ebrei, i Finzi-Contini aprono i cancelli della loro lussuosa villa, allo scopo di familiarizzare con gli altri ragazzi ebrei della città. Proprio in questo giardino, dove nel campo privato si svolgono lunghe e spensierate partite a tennis, fra Micòl e il narratore nasce una forte simpatia, che per il ragazzo corrisponderà invece ad un vero e proprio innamoramento. Il giardino si riempie così di sogni, di attese, ma anche di delusioni. Perché la ragazza non ricambia i sentimenti dell’io narrante, almeno, non fino in fondo, e si rifugia negli studi a Venezia, allo scopo di stare lontana da lui.

L’ossessione per Micòl – il loro sentimento non sfocerà mai in una vera e propria relazione – serve al ragazzo per maturare, anche se la sua sarà davvero una rinuncia dolorosa. Magistrale la caratterizzazione del personaggio di lei, ai cui dialoghi si aggiunge un personale modo di esprimersi, accattivante e a tratti vernacolare.

Ma la storia ci si mette di mezzo e fa tutto da sé. La situazione precipita infatti velocemente, dopo il ritorno di Micòl a Ferrara. Un destino infausto sembra abbattersi sulla famiglia Finzi-Contini. Alberto muore nel 1942, a causa di un linfogranuloma maligno. La crudele fine di tanti ebrei, prelevati dalle loro abitazioni e deportati nei campi di lavoro, diviene purtroppo una realtà. Chi aveva tutto, perde ogni cosa.

Nel 1943 i Finzi-Contini verranno portati via dalla loro sontuosa abitazione e, dopo una breve permanenza nelle carceri di via Piangipane, condotti al campo di concentramento in provincia di Carpi e, in seguito, in Germania. Nessuno farà più ritorno.

L’addio a Micòl sarà devastante e segnerà per sempre il narratore. Pur di riuscire a metabolizzare il suo rifiuto, egli arriverà anche ad immaginare una relazione amorosa della giovane con Giampiero Malnate, l’amico milanese di Alberto, da sempre assiduo frequentatore di quel giardino. Ma rinunciare a Micòl si rivelerà anche l’unico modo per tornare alla realtà, dato che il giovane ebreo riesce provvidenzialmente a fuggire all’estero e ha così salva la vita. Le abitudini ed il tenore dei Finzi-Contini per anni hanno fatto sognare, ma erano davvero troppo distanti per chi viveva un’esistenza comune.

Ciascuno di noi, a ben pensarci, ha avuto nell’infanzia un suo personale “giardino dei Finzi-Contini”. Un luogo protetto dove evadere e pensare che lì, tutto fosse possibile. Dove sognare e sentirsi al sicuro.

Sarà questo a renderci il libro tanto caro.

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