L’ombra dell’orco (racconto)

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Quando mi si avvicinano mi ritraggo inorridita. Lo faccio con garbo, tentando di dissimulare quell’orrore che mi assale al timore del loro contatto. Speravo non lo notassero. C’ho provato almeno. Fanno finta di nulla, per non mettermi ulteriormente in imbarazzo, ma è evidente che se ne siano accorti. Io non vorrei, eppure non riesco a evitarlo. Non riesco a controllarmi, non riesco a controllarlo. È il mio corpo che si ritrae. È lui che fugge spaventato e inorridito. Sembrerebbe così irrazionale, eppure è così reale. Ogni volta mi dico: “ferma, fatti avvicinare, fatti toccare: è un amico: ti vuole bene”. E una volta è Giacomo, il mio collega; un’altra Paolo, il mio vicino di casa; un’altra Giorgio, mio cognato; un’altra ancora Tommaso, il mio migliore amico. Ma neanche con lui ci riesco. Neanche con lui, con cui prima spartivo il sonno, quasi fosse un fratello, riesco a lasciarmi andare. Leggo il dolore nei suoi occhi quando, come faceva prima, tenta di cingermi le spalle con le sue grandi mani mentre passeggiamo insieme. E io mi ritraggo. Generalmente tento di trovare una scusa. Ma la scusa sopraggiunge dopo: il mio corpo è troppo veloce rispetto alle capacità ideative della mia mente. Il che mi rende ancora più ridicola, lo so. Tommaso mi guarda e i suoi occhi mi dicono molto di più di qualsiasi parola che potrebbe dire ma non pronuncia per rispetto verso di me e verso quello che mi è successo. E i suoi occhi mi fanno male. Gli vorrei gridare che non sono io a comandare, che è il mio corpo che si difende. E per difendersi, ora che ha imparato la lezione, scavalca la mia volontà. Tommaso lo capisce ma non riesce ad accettarlo. E in fondo non l’accetto neanch’io.

Ieri mia madre mi ha chiesto perché non mi sono fatta riaccompagnare a casa da Giacomo dopo il lavoro. Si era fatto tardi, erano le otto, c’era ormai buio e freddo. “Ma scusa, ancora ti ostini a girare sola, ma non l’hai imparata la lezione?”. Sì, mamma l’ho imparata, ma a modo mio. Che ne sa lei di cosa significhi per me restare sola con un uomo. In macchina, senza vie di fuga. Prigioniera. Ci ho provato, la settimana scorsa, proprio con Giacomo.

Appena saliti in macchina, chiuse le portiere, lui ha messo in moto. Ho sentito il mio corpo irrigidirsi. Il panico che mi assaliva. Mi sono guardata riflessa nello specchietto, lo sguardo era vuoto, una sorta di terrore rassegnato. Mi ha assalito un freddo micidiale e ho iniziato a sudare. E poi il cuore. Il cuore sembrava esplodermi nel petto. Ho preso a tremare. E poi le ferite: oddio come bruciavano quelle ferite. Hanno preso a pulsarmi in modo incontrollabile come mille bocche che gridano aiuto, mille cuori che palpitano il loro terrore. Giacomo, in verità, era più spaventato di me. È stato silenzioso per tutto il tragitto e quando siamo arrivati ha evitato di aprire la portiera com’era solito fare prima dell’incidente. E io l’ho intimamente ringraziato per questo.

È passato un mese ormai. Credevo potesse bastare. Per accettare, per dimenticare, per ricominciare. Avevo deciso che, quando le ferite se ne fossero andate, tutto sarebbe scomparso con loro. Anche il ricordo, che mi preparavo a cancellare con un colpo di pennello. Indelebile: per non poterlo mai rimuovere, per non poter mai resuscitare alla mia memoria quegli attimi. Ieri mi sono spogliata. Ed è stato difficile. Da quando è successo non riesco più a guardarmi nuda: è come se il mio corpo stesso se ne vergognasse. Non sono io ad avere pudore: è Lui. Lui che non vuole essere toccato, non vuole essere visto, osservato. Ho preso a indossare delle bluse enormi: erano di mia madre, quand’era incinta di me; le ho trovate rovistando tra i suoi armadi perché mi risultavano insopportabili le mie magliettine attillate che mi esaltano il seno e i fianchi poveri. Ieri però, mi sono imposta su di Lui: sul mio corpo padrone. Mi sono spogliata e, pensa un po’, mi sono messa, tutta nuda di fronte al grande specchio intero della mia stanza. Ci sono riuscita, è vero. Ma con quale sacrificio. Le mie mani si muovevano sole alla ricerca di uno straccio con cui coprirsi. E io lottavo per impedir loro di vincere. E ce l’ho fatta. Fosse entrato in quel momento mio padre, forse pure il mio gatto – maschio – avrei seriamente rischiato di buttarmi dalla finestra per sfuggire al loro sguardo. Mi sono guardata allo specchio, nella mia totale nudità e riflesso ho visto un corpo che si rifiutava, che non si accettava. Ho sentito l’odio provenire da dentro. Ho annusato l’odore di sporcizia, di indecenza che sento trasparire da tutti i miei arti. E per questo preferisco occultarli sotto pesanti strati di lana. Il mio corpo magro, scarno, si piegava su stesso, come per nascondersi. Ho l’impressione di essermi ingobbita nell’ultimo mese. È Lui che si arrotola su se stesso, nel tentativo di annullarsi. Nello specchio ho visto le mie gambe magre tremanti e le ferite. Mia madre, l’unica che ha il permesso di vedermi nuda – permesso, bada bene, che non gli ho concesso io, ma Lui – ebbene mia madre, sosteneva fossero scomparse. Io le ho creduto, in fiducia. Ma ora che mi guardo, scorgo ancora i lividi: grosse melanzane sulle gambe e sul sedere. Sì, le ferite sulle braccia e le spalle si sono rimarginate ma non per questo sono scomparse. Il loro colore nuovo, questo rosa chiaro e delicato che ne è la cicatrice, mi schifa nell’ipocrisia della sua innocenza. Sento un moto di repulsione verso quell’oggetto che mi trovo davanti e faccio per sputarmi addosso.

Poi lo vedo spuntare da dietro. Io non lo riconosco, come potrei? Non l’ho mai visto, non in faccia. Ma Lui, il mio corpo intendo, lo riconosce. Non ne distinguo i tratti del viso. È un’ombra: buia. Come quella notte. In realtà, erano appena le nove. Tornavo da casa di un’amica. Spensierata e incosciente. Avevo rimosso tutto prima di ieri. Ricordavo il prima, il dopo, e delle sensazioni. Orribili. Indicibili. I medici dicono sia stata una reazione naturale di rimozione, per proteggermi. Ora però lo vedo. E mi sembra di rivivere quei momenti. Delle immagini, dei flash, scatti di foto che mi ritraggono indifesa e atterrita, succube di quelle mani possenti, che mi assalgono e mi sbattono per terra. Con quella violenza propria del desiderio incontrollato. Mi salta addosso, come un animale. Mi sembra un gigante. Io scalcio e grido. Non penso più. Il mio corpo mi comanda e risponde a violenza con violenza. Ma cos’è il mio corpo in confronto al suo? Lotta una battaglia persa da principio. E quando lui mi penetra, con violenza animale, il mio corpo è ancora intento a lottare. A terra, sola, nel buio della notte, infine si arrende. Mi sento un oggetto: un sacco di spazzatura abbandonato vicino un cassonetto o piuttosto una cicca che si è fumata e buttata per strada dopo averla spenta pestandola coi piedi.

Inizio a tremare in modo convulso e crollo per terra. Mia madre mi ha trovato così. Lui, nel frattempo, era scomparso. Ma io ora ricordo tutto. E inizio a comprendere meglio il mio corpo. Ma non riesco a gestirlo, a comandarlo: mi ritrovo a implorarlo di farsi guidare, di darmi fiducia, di fidarsi un’ultima volta di me. Ma lui non si convince. E io, non ho la forza di impormi. Ho bisogno di sfogarmi, di parlare con qualcuno, di confidare a qualcuno non so esattamente cosa.

E allora ho preso Te, chiuso in un cassetto dagli allegri tempi del liceo. Mi vergogno a sporcare anche Te con queste parole, sporche e tristi come me. Ma non trovo alternative.

Dimmi che ce la farò, che tornerò ad aver fiducia negli uomini. Che potrò salire in macchina con un uomo. Dimmi che potrò tornare ad abbracciare un ragazzo. Che ritroverò il mio corpo integro e pulito: di nuovo mio. Dimmi che l’uomo nero scomparirà dallo specchio, come è scomparso l’orco dai miei incubi di bambina.

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Chi lo ha scritto

Livia Satullo

Vive e lavora a Roma, intimamente dilaniata tra il ritorno alle origini e la scoperta dell’Altro. Sfoga la propria irrequietezza nella passione per l’atletica e nella scrittura. Ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “Il caffè e altri racconti”. Da piccola sognava di vincere le Olimpiadi e il Premio Strega e invece, alla fine, ha vinto un concorso pubblico. Entusiasta del suo lavoro, ha capito che i sogni non hanno età.

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Il corpo che è stato violato non è il vero corpo. Il vero corpo è il tempio dell’ anima e l’ anima, pur sofferente ora, non ha nulla a che vedere con quanto è capitato. La violenza, lo stupro, le botte contro una ovvia e istintiva resistenza è comunque stata perpetrata ad un involucro, un bozzolo che la farfalla lascerà appena realizzerà che il corpo non è ciò che appare allo specchio, il vero corpo non è ciò che viene curato e addobbato con dedizione. Sì, è giusto e necessario abbellire ciò che lo specchio e gli altrui occhi riflettono, ma bisogna tener presente che questo non è il vero corpo, il corpo che cresce con l’ anima e con l’ anima sogna, vive , gioisce della vita. E che l’ anima sapra’ riprendere per mano anche dopo eventi terribili. Lo schok impedisce anche a lungo di cogliere le differenze, così come quando il corpo soffre delle malattie. Eppure il tempo saprà collocare in un bozzolo ferito ma lontano un’ esperienza tragica, un evento doloroso si, ma che non avrà cancellato nessuna delle qualità e caratteristiche che aveva prima il corpo-anima, che nessuno al mondo può scalfire. Nemmeno un bastardo che magari con cinque, dieci euro può soddisfare, per strada, la sua voglia lurida senza far del male a nessuno.
    È un racconto molto bello, molto profondo, che esprime molto bene ciò che una donna può provare dopo la violenza. L’ ho letto più volte per capire, per entrare a fondo nei significati. Devo aggiungere una mia posizione in merito a fatti come questi, che mi ostino a non capire né accettare, pur dopo tanti anni di vita: non capisco come un uomo possa commettere scempi del genere, quando, dalla notte dei tempi, ha sempre avuto davanti a sé donne che del loro corpo fanno piu’ che volentieri merce di scambio. Non voglio sentir la solita, stupida, sguaiata risposta che, persino certe donne danno: ” Un uomo prende quando s’ accende la sua voglia insopprimibile, poco da fare, bisogna non trovarsi sulla sua traiettoria! Svegliati! “.
    A costo di vedermi togliere il saluto da tutti ho sempre risposto che quello non e’ un uomo: è rimasto un gorilla non evoluto, di quelli capaci di cannibalizzare pure i piccoli per rinnovare l’ estro nella femmina. Nessun maschio ha mai trovato da ridire, tantomeno da ridere.
    Alle donne che pensano in tali termini, e son mica poche checché ciancino da decenni di parità fra i sessi ed emancipazione femminile, riservo un particolare asso della maleducazione, chiametela pure così che non mi sposto di un millimetro: ” E voi, dite la verità, andate ad accendere candele in chiesa ogni giorno per poter incontrar di notte un bestione violentatore, vero zoccolone che altro non siete ? “. Pure qui silenzio assoluto, ma da li in poi la consueta manfrina : il saluto mi viene tolto e mi si propone un ridicolo grugno duro, offeso, altezzoso. E sai che dispiacere fa a me!

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