L’oceano che nasce

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Aveva trovato uno spazietto di verde, nascosto tre le pareti di cemento e  di mattoncini lucidi e colorati dei tantissimi palazzi. E in quell’angolo nascosto si era rifugiata, sdraiandosi con la pelle a diretto contatto con il fresco dello strato sottile di erba verde, di certo molto gradito in quella giornata di caldo torrido. Un intorno tranquillo, poche macchine per strada, qualche pedone con un lento via vai sui marciapiedi. Si avvertì un leggero tremolio lì vicino, che rimbombò nel silenzio. Il tremolio aumentò d’intensità. Una vibrazione, leggera, poi sempre più forte. Lei alzò la schiena ma non riuscì a muoversi. Dopo qualche istante si udì un boato fortissimo, succeduto da una luce bianca accecante, mentre la terra veniva tramortita da una scossa potentissima. I palazzi iniziarono a ondulare come se fossero fatti di carta e i vetri delle finestre, così, si ridussero a polvere sottile. Le pareti trafitte si lasciavano sgretolare, trascinando ogni cosa avevano protetto e custodito sino a qual momento. La terra si aprì in più punti, risucchiando alberi, pali della luce, insegne di negozi, motorini parcheggiati. Lei era ferma in quel punto, con gli occhi increduli, meravigliati e terrorizzati davanti a quel film in 4D che le si proiettava intorno.

Fiume di rocce

Fiume di rocce

Si formò un taglio profondo a pochi metri da lei. Poi un secondo, sempre lì vicinissimo. Colonne sottili di acqua, alte decine di metri, uscivano da quelle faglie e ripulivano le strade dai tanti mucchi di rottami accumulati alla rinfusa e, tornando indietro, lasciavano la terra intorno scura e levigata. Il cielo intanto alternava a momenti di luce intensissima brevi istanti di buio totale, mentre le stelle permanevano in quel bagliore e la luna gigantesca  esplodeva di bianco accanto al sole. La crepa davanti a lei si trasformò in un solco, e così la terra si separò  in modo netto fin quando  una montagna di roccia prese la deriva. Lei fissa nella stessa posizione, senza che venisse sfiorata dalla minima goccia di acqua o da un singolo granello di polvere. Scioccata, incredula, incatenata dalla paura che la comprimeva al suolo. Non un grido, non una reazione. Gli occhi spalancati e fissi e le mani che proteggevano l’udito da quel suono feroce.

La foglia solitaria

La foglia solitaria

Rimase dopo quel frastuono soltanto il grande scoglio al di sopra della quale sedeva lei, ancorato al centro della terra,  circondato ormai da un immenso oceano. La follia dell’acqua aveva creato disperazione, manifestandosi rapidamente e con immane violenza; dopo aver distrutto la popolazione numerosa di colonne armate, sbattendo ripetutamente con forza ora nutriva il suolo asfissiato sino a quel momento dal veleno di quelle stesse colonne. Il respiro di quello spazietto di verde al contrario era riuscito a resistere.

Comparvero strani pesci dalla testa grandissima e dai denti piccoli e sottili e numerose balene che sguazzavano tra di loro. Sulla parete verticale al di sotto di lei spuntarono foglie grandi, spesse e dure. Il sole vinse sulla luna e apparve così come una palla enorme e infuocata, che fece giorno su quello stravolgimento di morte e di nuove vite.

Dalla schiuma bianca dello onde si distinse una figura bianca indefinita, come un angelo, che si sollevò leggero fino a raggiungerla; l’avvolse, stringendola in una morsa strettissima, fino a provocarle un dolore forte sul ventre. Lei abbassò lo sguardo: c’era una lunga ferita, candida come quella stessa figura, non macchiata dal rosso scuro del sangue vivo, che spiccava sulla pelle abbronzata.

L'oceano che nasce

L’oceano che nasce

Il frastuono si era arrestato. Così come lo stridulo del ferro e dell’acciaio che scintillavano tra di loro e sull’asfalto. La vita intera era ora legata a quel faraglione  dalla parete frammentaria e alla distesa calma di un immenso oceano celeste appena nato.

Un enorme uccello colorato, dalle ali strette e lunghe, sbucò dal nulla e iniziò a creare  con il suo volo disegni astratti di ombra e luce. Si avvicinò a lei, afferrandola con le sue enormi zampe. Lei ebbe paura, ma quella paura si tradusse in un grido di esasperazione, mentre il suo corpo veniva trasportato come se si trovasse seduta su una grandissima altalena. Il mare le si avvicinava, fino a sfiorarla, e la roccia si fermava a pochi centimetri dal suo corpo. In quel volo aveva perduto la protezione di quell’angolo di verde. Il moto si faceva veloce per poi rallentare. Voleva scendere, ma non sprofondare nell’oceano. Pregava per ritornare in quello spazio tranquillo, ma le ali  si spiegavano, battevano forti, mentre intorno regnava il più assoluto silenzio. Era incapace di imporre la proprio volontà, di sfuggire a un qualcosa di assolutamente non reale per lei.

La bellissima Torres, Rio Grande do Sul.

La bellissima Torres, Rio Grande do Sul.

Ad un tratto fu richiamata da urla acute e da una confusione di voci miste, vicinissime. Strizzò gli occhi, per poi spalancarli. Si aprì una volta celeste, priva di nuvole, con i raggi del sole che cadevano a picco sul suo viso.

Intorno si confondevano gli schiamazzi di giovani e meno giovani che si trastullavano in una domenica cocente di spiaggia e di sole. Si era addormentata, in una delle ore più calde della giornata, sul faraglione più alto, a un passo dalla parete rocciosa che sprofonda sull’oceano. Aveva deciso, insieme ad un’amica, di trascorrere quel weekend a Torres, ultimo cittadina di mare del Rio Grande del Sud, per distrarsi, seppure per un tempo breve, dal ritmo rigido e ripetitivo  della sua nuova città, situata nella parte interiore dello stato, precisamente nella Serra Gaucha.

Le pietre irregolari del faraglione.

Le pietre irregolari del faraglione.

Era sudatissima; sentiva il cuore impazzito e la testa annebbiata, un po’ per il sole, ma certamente anche per l’ansia generata dal quel sogno sconvolgente. Lo stesso oceano, lo stesso calore eccessivo  l’avevano accolta al risveglio, decisamente traumatico; una corrispondenza tra l’irreale e il reale che le impediva di abbandonare l’angoscia  provata sino a pochi istanti prima, seppure a occhi chiusi. Aveva bisogno di concretezza, di sentire i suoi piedi ben saldi sul terreno, di guardare  il nuoto  dei delfini e e rallegrarsi tra il sollazzo dei bambini bagnati e ricoperti di sabbia. Anche per quest  fu molto gradita la ripresa della camminata con la sua amica accompagnata dall’immensa distesa dell’oceano, con la linea circolare all’orizzonte.

Le piscine di acqua salata.

Le piscine di acqua salata.

Lungo la parete del faraglione si intravedevano scale e scalette dalla forma irregolare che conducevano a delle piccole piscine naturali di acqua salata.  Da lassù si ammirava la spiaggia più grande di Torres con gli ombrelloni come cerchietti dai mille colori e dalle fantasie originali e con le sdraio a righe dove prendere il sole o rifugiarsi al riparo di quegli stessi cerchietti.

Poco più avanti si iniziava a scendere, fino a raggiungere una piccola spiaggia, esposta totalmente al sole, senza alberi o piante che creassero delle zone di ombra confortevoli. Faceva eccezione una striscia sottile, accanto al faraglione da cui lei proveniva.

Ebbene, aveva sostenuto un viaggio di circa duecento chilometri con la volontà di scrollarsi di dosso la pesantezza della sua nuova cittadina brasiliana, per ritrovare, in quei pochi metri quadrati di ombra, diversi suoi fedeli rappresentanti. Anch’essi forse erano partiti per trovare un ristoro dal tram tram quotidiano; ma di certo, ben presto la nostalgia del clima mite della loro terra natia li aveva costretti a rintanarsi, compressi, in quel poco spazio sfuggente alla luce del sole, rinfrescandosi con un delizioso chimarrao quente, caldissimo, cocente. Sfoggiavano un abbigliamento rigorosamente gaucho stile mare, con cappelli sportivi a visiera, jeans sfilettati fino al ginocchio e  camiciotte a quadri sbottonate. Tre ore, traffico non certo piacevole, per ricostruire in quella striscia di sabbia il loro abitudinario ambiente. Gli altri bagnanti nel frattempo si adeguavano alla circostanza, ognuno secondo il proprio piacere e la propria disponibilità; chi si cuoceva sotto il sole, specialmente il mondo femminile, chi era seduto a fare un riposino, chi ammollato in acqua. Il gaucho, al contrario, confuso al di fuori degli scenari di sempre, si trovava accovacciato al riparo della roccia, senza il minimo desiderio di dedicarsi a qualsiasi attività che contribuisse ad aumentare la sua temperatura corporea, già messa a serio rischio da fattori naturali. Fermo, con in mano la sua cuia, riempita di erva mate,  sicuramente lamentandosi del caldo eccessivo. “Quente, muito quente”, sperando che da lì a poco il termometro segnalasse valori prossimi allo zero

Il volo del deltaplano.

Il volo del deltaplano.

Quell’angolo di paradiso, nascosto dal grande faraglione, occupato da una calca fastidiosa dei suoi concittadini, la riportava d’improvviso su un piano sin troppo reale, nonostante il suo desiderio, provato al risveglio, di ritrovare un equilibrio e abbattere quella  sensazione di instabilità provata nel sonno.

L'ora del tramonto

L’ora del tramonto

Guardò lo chimarrao fumante, il sole, la sabbia finissima e dorata bagnata dal getto continuo e schiumoso del mare. Alzò gli occhi al cielo, raggiungendo con lo sguardo quel punto in cui si era addormentata. Di nuovo si concentrò sulla figura stramba del gaucho, una nota stonata in quella meraviglia di sole, oceano e roccia viva. Si concentrò allora per una seconda volta su quella cima dove, seppure in sogno, aveva incontrato distruzione, adrenalina, insicurezza, follia; un deltaplano colorato si divertiva con i suoi giochi spericolati, avvicinandosi pericolosamente ai raggi di fuoco del sole, mosso soltanto dalla volontà della corrente.

Pensò che  quel suo posticino sull’erba fresca non era affatto male. I suoi piedi avevano calpestato, su quella piccola spiaggia, una terra estremamente dura e gelida, e così aveva il bisogno di rintanarsi in un luogo caldo per scaldarsi un pochino.

Magari, chissà, quel deltaplano, per sbaglio, o per una dolce fantasia, le avrebbe permesso di danzare nell’aria…

 

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