La promiscuità dei cosiddetti servizi igienici

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logoNiente paura! non parlerò di ciò che accade nel bagno di un bar o di un ristorante dove l’utilizzo del servizio, spesso promiscuo, affascina e disgusta al tempo stesso. Non mi porrò neppure alcun interrogativo sulla diversa modalità di approccio al wc e al lavabo da parte di adulti, bambini e anziani di entrambi i sessi. Si sa, “Gli uomini vengono da Marte le donne da Venere”! Bambini e anziani, invece… ancora da scoprire!
Parlerò molto più semplicemente di ciò che accade, fra colleghe, nei servizi igienici di una fabbrica, di un museo o di una pubblica amministrazione, dove c’è sempre quello riservato agli uomini e quello riservato alle donne.

divietoCosa succede all’interno del bagno riservato al gentil sesso?
Il bagno femminile è un piccolo microcosmo parallelo dove la donna che pensiamo di conoscere si spoglia, non solo degli abiti per fare pipì, ma anche delle proprie difese, certezze e convinzioni. Nel bagno fioriscono sogni, crollano illusioni e si creano relazioni sociali “promiscue” con persone con le quali -fuori da lì- non si è mai condiviso nemmeno una corsa in ascensore. Il confronto è triplice: con lo specchio, con sè stesse e con la collega.

bagno specchioNon è un segreto, infatti, che alla maggior parte delle donne piaccia indugiare davanti allo specchio. Di norma, quelle toilette ne hanno di magnifici. A volte, addirittura, c’è uno spazioso antibagno con doppio lavabo e doppi specchi. Nei casi più “fortunati”, poi, oltre all’impianto di illuminazione sul soffitto, vi sono anche dei faretti sopra o a lato delle superfici riflettenti che fanno luce, in maniera davvero generosa, su tutto il viso. E’ incredibile, infatti, ma quegli specchi, sempre così puliti e lucidi e quelle lampadine in posizione strategica mettono a nudo –senza alcun imbarazzo- ogni più piccolo dettaglio. Protagonisti il pelo che sporge maldestramente dalla narice, il “codice a barre” del contorno labbra, i pori dilatati… ma questi sono solo dettagli, appunto!

Il bagno offre mille opportunità: le salviette per la mani sono tante e morbide, i sacchetti per gli assorbenti igienici riciclabili, l’erogatore per il sapone sempre pieno e il cestino porta rifiuti è talmente grande che oltre al filo interdentale e ai fazzoletti, ci puoi buttare dentro pure lo scheletro della pianta grassa, i contenitori dei piatti pronti e le bucce di banana della merenda.
brufoloCome sorprendersi, allora, se le priorità della giornata di queste donne vengono repentinamente stravolte sulla soglia di un ambiente tanto confortevole e accessoriato? La lettera urgente può aspettare, il telefono squillare e il capo sbraitare. Potrebbero restare chiuse in bagno per ore, impegnate nelle diverse attività suggerite dal luogo oppure immobili, rapite da ciò che vedono, non vedono o credono di vedere allo specchio.
Succede, infatti, che la consapevolezza per una ciocca ribelle, una sbavatura di rossetto o l’insalata fra i denti cambiano l’umore della bella del reame per qualche istante e la comparsa improvvisa di un brufolo, dove prima c’era solo uno spesso strato di fondotinta, lo cambia addirittura per l’intera giornata!

Ma questa non è l’unica cosa che avviene nel bagno delle donne. Mentre l’autodiagnosi dermatologica o la formulazione di un sospetto diagnostico di altro tipo, di norma, è effettuato in solitaria, le confessioni più intime vengono condivise.
Quando entra una collega, lo scenario cambia completamente. La donna prima incollata allo specchio si ricompone in fretta fingendo indifferenza, subito dopo, con altrettanta indifferenza, saluta. Ma raramente la cosa finisce qua. L’abbozzo di un sorriso è il segnale. Da quel momento, l’antibagno si trasforma in un vero e proprio confessionale, ovvero in un ambiente “protetto”, familiare, tranquillo e rassicurante dove anche la donna più impassibile o antipatica -di cui non conosci la voce perché fuori da lì, nemmeno saluta- racconta le sue vicende personali. Le sfumature sono tante; a volte banali, a volte curiose, a volte imbarazzanti. Capita pure di essere messi a conoscenza di situazioni che non si vorrebbe mai indovinare, neppure per gioco.

collegheSi scivola senza freni su argomenti familiari e i ruoli confessore/penitente si scambiano di continuo. Chi prima ascolta, poi parla e viceversa. Sentimenti, emozioni e confidenze toccano la sfera della vita privata così come quella della vita professionale. Non sempre si discorre esclusivamente sugli affari propri, ma là dentro tutto è concesso.
Probabilmente la convivenza di odori, esalazioni e miasmi che inevitabilmente ristagnano in quei due metri per due –magari sotto il profumo di gelsomino del deodorante chimico- crea un ambiente ricco di sostanze stimolanti. Probabilmente l’inalazione di tali sostanze altera la comunicazione intercellulare a livello delle sinapsi e la percezione della realtà. E probabilmente ciò fa sì che la donna –così suggestionata- allenti per qualche istante l’ansia da prestazione di fronte allo specchio e di fronte alla sua rivale (il ruolo di “primadonna” piace a tutte!) con la quale stringe immediatamente un legame intimo, seppur sottile e transitorio.

Così, quando una donna entra in quel microcosmo parallelo, oltre a soddisfare le proprie necessità corporee, soddisfa anche quelle spirituali: confessare i propri sogni, le proprie paure, i propri peccati; condividere delusioni, gioie e speranze; ritrovare sè stessa e perché no, pure gli altri. Senza gli altri, infatti, nel caso specifico la collega, non avrebbe interlocutori umani, ma solo quel maledetto specchio, sempre freddo e spietato!

sorrisoMi rendo conto che in questa situazione –fra scopini e sciacquone-addentrarmi in complessi discorsi filosofici su presunte necessità spirituali, potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno. E’ comprensibile, infatti, che parlando di servizi igienici, a tanto si può pensare, ma difficilmente al senso della vita. D’altra parte, sono perfettamente conscia che soffermarmi, per esempio, sulla teoria pulsionale biologica delle necessità fisiologiche, urterebbe sicuramente la sensibilità di ben più di quel qualcuno.

Pertanto, come concludere? che fare? come uscirne?
Tirando l’acqua e abbozzando un sorriso, naturalmente! Quello che succede dopo è “segreto professionale”.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Mi chiedo quali divine lavoratrici abbiano la possibilità di fruire di servizi igienici con tanto di specchi vasti, fari e faretti ad illuminarli, lavette morbide e pulite, cestini portarifiuti in cui puoi buttare di tutto, in primis gli assorbenti che normalmente le lavoratrici normali, ad esempio quelle che prestano la loro opera nelle nostrane scuole,si portano avanti e indietro, chiusi in un robusto sacchetto di plastica se non vogliono restare per settimane senza servizi, tra il malumore fatto di non devote esclamazioni verso la pietà celeste degli addetti alla pulizia delle tubature arrugginite e ben bene intorcolate che corrono sotto il prezioso giardino e il malumore degli addetti alla quotidiana pulizia, tanto per usare un eufemismo, dei servizi stessi. Tutti li’ a ululare senza pietà e decenza contro lavative che non hanno ancora imparato come si usa il cesso,e son in classe ad insegnar parole, numeri e soprattutto buona educazione ai disgraziati che le devono stare a sentire: e allora il cesso va chiuso, punto e basta. E tali addetti passano sfacciatamente pure di stanza in stanza chiedendo alle disgraziate e indegne rubastipendi quanti anni hanno di preciso traendo poi le loro conclusioni su chi si trova certamente in menopausa e chi no. Preparano quindi vistosi cartellida appendere dietro la porta del bagno che insegnano alle zotiche come si ripiega un assorbente intriso, lo si ripone in apposito sacchetto da acquistarsi in farmacia insieme agli appositi guanti, lo si avvolge quindi in apposita bustina da tenersi sempre in borsetta.
    Quali fortunate lavoratrici, tanto poco tenute d’ occhio dai superiori o altri cerberi del controllo sul luogo di lavoro, per nulla preoccupate e affannate di tornare al loro posto, possano poi passare il tempo che rimane, dopo i dovuti e sacrosanti svuotamenti corporei, il rifacimento del maquillage, della piega ai capelli, del lucido sulle belle unghie lunghe, della spazzolata accuratissima della dentatura “alla Julia Roberts”, a dedicarsi alle inconfessabili ed inesauribili chiacchiere che fanno fraternizzare persino le altezzose storcinaso che nemmeno salutano sul posto di lavoro?
    Sarà che le maestre son da almeno mezzo secolo considerate meno di zero, ma io ricordo che nei molti paesini sperduti ovunque che bisognava raggiungere magari per un tratto a piedi poiché la strada era non solo sterrata me anche ripida e lastricata di sassi acuminati e facili a bucare ruote come a distorcere cerchioni di qualsiasi mezzo, mancava di norma il gabinetto per la maestra, che magari lavorava su cinque classi diverse e, fra temi, problemi, lettura, scrittura, richiami inutili a un pandolo scansafatiche di quinta e l’ asciugare lacrimoni al piccino di prima classe cui non riusciva la stesura della complessa lettera effe, dimenticava non solo di aver viso, unghie, capelli, ma pure una vescica, un utero, un intestino. Tornava all’ osteria della vecchia corriera priva ancora di corporeità senziente, con la borsa piena di quaderni e la penna rossa in mano per ricominciare ad assatanarsi sui quaderni già sulla corriera che l’ attendeva.
    E nei tempi più recenti, se grazie a dio , almeno il water con lo sciacquone c’ era , state tranquilli che le cose non sono andate poi tanto meglio, ché, con la scusa dei tagli al personale, gli ausiliari, molto plenipotenziari e chiamati a riferire alle alte sfere anche il passar delle mosche, consideravano più che sufficiente un servizio per trenta/quaranta docenti, ché mica loro potevano star li più di un paio di minuti a controllarti la classe mentre stavi comodamente seduta sul water! E gli altri servizi venivano inesorabilmente chiusi, non c’ era verso!
    Figli e figliastri dunque, soprattutto fra i lavoratori. E purtroppo i figli, che tanto affaticati non mi paiono proprio, sono quasi sempre i primi a scagliarsi contro i figliastri bellamente (!?)
    mantenuti dallo stato.
    Mah! Vien quasi da rimpiangere i tempi dei soviet che imponevano a tutti i lavoratori di non prender dimestichezza col gabinetto: si diceva che erano proprio senza porta.

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