La Felicità dell’Attesa di Carmine Abate. Quando ad emigrare erano gli italiani

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Ci sono delle sicurezze letterarie, porti sicuri intrisi di parole confortevoli, a cui pensi con un sottofondo di già conosciuto e con la curiosità di una nuova storia.
Carmine Abate è per me una sicurezza letteraria, i suoi romanzi hanno sempre al centro storie legate alla famiglia, che parlano di emigrazione e di sradicamento, di fratture importanti tra la nostalgia che guarda indietro e la voglia di andare avanti dritti ad un obiettivo.Calabrese di origine, poi emigrato ad Amburgo, vincitore del Premio Campiello nel 2012 con “La collina del vento”, Abate con il suo ultimo romanzo La felicità dell’attesa torna a raccontare di emigrati e di riscatto in un libro ricco di passione e di coraggio. Ancora una volta al centro della storia una famiglia che ha deciso di abbandonare il suo paese.
Emigrazione: parola che è sempre attuale, carica di significati, paure e sfumature. Una parola che può spaventarci, ma guardandoci indietro, chi non ne è stato coinvolto o toccato? Mi sono sempre domandata con quale forza un uomo, riesce ad allontanarsi dal luogo in cui nasce, dall’aria che respira da bambino, dalla famiglia, dall’orizzonte che lo ha sempre inseguito. Necessità? Ottimismo? Coraggio? Tutte parole chiave determinanti in questo romanzo.

La felicità dell’attesa” è la fantastica storia della famiglia Leto.

È il 13 maggio del 1903 quando Carmine Leto si imbarca per raggiungere la “Merica Bona”. La partenza è legata alla necessità di un lavoro, a una stabilità economica che la Calabria di inizio Novecento e il piccolo paese di Hora non potevano garantire. L’America è il miraggio, il paese ricco e solido e non conta davvero la durezza del viaggio, la fatica del lavoro, perché l’accoglienza della comunità italiana consente di raggiungere la concretezza economica e un futuro assicurato nella terra di origine.
I piani di Carmine Leto però vengono sovvertiti, quando tornato a Hora con la bella moglie mulatta Shirley, si scontrerà non più con la mancanza di lavoro, ma con la realtà sociale della sua terra: la legge del più forte, l’omertà, la violenza. E la sua morte misteriosa è il primo grande strappo nella storia della famiglia che determinerà la seconda partenza, quella del figlio Jon e questa volta l’obiettivo sarà la vendetta.
Mentre Jon ricerca disperatamente la verità su suo padre, si imbatte in quello che diventerà il suo unico grande amore, la bellissima e sconosciuta Norma Jeane, destinata a diventare poco dopo l’attrice più mitizzata del mondo.
Al nipote Carmine, nel corso di uno dei suoi periodici ritorni a Hora, toccherà il compito di ricostruire un po’ per volta le loro intricate vicende, chiarendo, con l’aiuto delle testimonianze un po’ reticenti di parenti e amici, quei lati oscuri del passato familiare rimasti a lungo nell’ombra.

Sul finale, quando le intricate avventure di questa grande famiglia sembrano essersi sbrogliate, in una Calabria contemporanea sempre difficile e complessa, sarà la nipote dei Leto, la giovanissima Lucy, a decidere di rimanere e creare la sua vita e la sua impresa nella piccola Carfizzi. Un romanzo che si sviluppa in un movimento ciclico, come le stagioni che si rincorrono, come un cerchio che si chiude riportando al punto di partenza, dove tutto è iniziato.

I personaggi umili, sinceri raccontati da Abate ci fanno sentire a casa, ma una nota brillante della storia è data da alcuni personaggi “storici”, realmente esistiti, che in qualche modo sono riusciti ad entrare nello Star System americano e si sono intrecciati alla storia della Famiglia Leto. Andrea Varipapa, chiamato anche Andy the Greek per le sue origini arbëreshë, si rivela un personaggio determinante, positivo, amico e mentore di Jon Leto. Andrea ‘Andy’ Varipapa è stato il più grande campione di bowling degli Stati Uniti. Emigrato dalla Calabria fino a Brooklyn, in breve sale alla ribalta nel circuito che conta e rappresenta in questo senso l’incarnazione del sogno americano.
Per non parlare dell’affascinante e fragile Norma Jeane, futura Marilyn Monroe, che si insinua nel racconto e dal momento in cui entra in scena, niente sarà più come prima.

Ne La felicità dell’attesa storia e finzione convivono in armonia, così come il lessico unico e complesso. Abate spesso unisce le meraviglie dell’italiano del sud con la lingua arbëreshë ovvero l’albanese parlato dai profughi che arrivavano in Italia dall’Arbërìa alla fine del ‘400, in fuga dall’occupazione ottomana. Non può mancare ovviamente l’inglese che Shirley insegnerà ai propri figli: una polifonia che rende vivace la narrazione, un mosaico, che riflettere la pluralità dei personaggi.

Il linguaggio del romanzo rivela per questo un serio lavoro di ricerca e cambia a seconda del tempo e dei personaggi raccontati, ripulendosi mano a mano dalle influenze dialettali e italo-americane per arrivare all’ italiano pulito del narratore contemporaneo, Carmine Leto.

I capitoli si alternano saltando dal passato a un presente sospeso, creando un disorientamento spazio-temporale che il lettore condivide con i personaggi. A fare da sfondo alla storia, la campagna profumata Calabrese, Los Angeles e i primi Studios e una scoppiettante New York che negli anni ’50 accolse gli emigranti italiani in un abbraccio, regalando loro un’opportunità.

L’emigrazione in questo libro non è solo sofferenza, non è solo ferita, ma anche ricchezza, multiculturalità.
Il personaggio di Shirley, moglie di Carmine Leto e colonna portante della Famiglia ne è la riprova, una donna forte e determinata, per metà afroamericana e per metà irlandese che per amore si trasferisce da New York ad Hora, impara l’arberëshë, l’italiano, il ritmo delle giornate contadine e l’arte della cucina calabrese, e si guadagna il rispetto locale nonostante le iniziali titubanze. Rappresenta la volontà di adattamento, il rispetto del diverso, la mescolanza come punto di forza e non di carenza, un messaggio forte e positivo che arriva dritto al lettore e suggerisce una riflessione profonda.

In un momento storico in cui l’Italia è diventata meta di popolazioni che fuggono dalla guerra e dalla miseria e l’accoglienza è motivo di scontro ideologico, Carmine Abate ritorna indietro con la memoria e ci racconta il tempo in cui erano gli italiani, senza lavoro e senza futuro a imbarcarsi e affrontare lunghi viaggi in condizioni disperate, dove l’amicizia e il calore familiare si propongono come unico aiuto per una speranza di crescita e di riscatto.

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