La bellezza è negli occhiali di chi guarda

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Se l’invenzione della stampa ha separato il mondo moderno da quello antico aprendo un nuovo orizzonte al genio umano, l’avvento degli occhiali ha permesso che tutti potessero osservare questo orizzonte. Da vicino e da lontano. Questo potrebbe essere il senso dell’opera di Vincent Ilardi (“Renaissance vision from spectacles to telescopes”. Philadelphia: American Philosophical Society, 2007), diventata in poco tempo un classico della divulgazione scientifica per l’enorme mole di informazioni e aneddoti sull’invenzione degli occhiali, per lo stile accattivante e il ricchissimo apparato iconografico.

Copertina libro di Vincent IlardiIlardi viene da studi di storia della diplomazia italiana durante il Rinascimento e ha quindi una certa dimestichezza con le ricerche d’archivio. Proprio durante una di queste negli anni ‘60 scopre per caso due lettere dei duchi di Milano della metà del ‘400, contenenti ordini per complessive trecento paia di occhiali prodotti a Firenze. Da qui ha origine il suo interesse per la storia delle lenti e degli occhiali in particolare: storia che ha contribuito a riscrivere attraverso ricerche innovative, sfociate ora in questa vasta sintesi.

Sulla base di nuovi documenti d’archivio, della più recente bibliografia sul tema e dei ritrovamenti archeologici in varie regioni d’Europa, “Renaissance vision” si propone di modificare alcune tesi della vulgata tradizionale: è quasi certo che gli occhiali videro la luce nella seconda metà del ‘200 nell’Italia del centro-nord, dove lo sviluppo economico e commerciale si accompagnava alla vigorosa vita intellettuale delle università e dei monasteri. Non Venezia ma Firenze sembra aver dominato il mercato degli occhiali nel corso del ‘400, e sempre da Firenze verrebbero le prime testimonianze sulla produzione di lenti convesse per diversi gradi di presbiopia e di lenti concave per la correzione della miopia. Inoltre pare che alla fine del ‘500 gli occhiali fossero diffusi tanto quanto i computer oggi, sia tra gli studiosi che tra comuni artigiani, grazie a metodi di produzione pre-industriali e a prezzi relativamente contenuti.

A tutt’oggi non sappiamo chi ringraziare per l’invenzione degli oglarii e del loro derivato, il telescopio: si trattò probabilmente della scoperta casuale di un semplice artigiano privo di nozioni di ottica. Tre sono le città che ne rivendicano la paternità: Pisa, Venezia e Firenze. Una delle prime testimonianze in proposito (1306) ci viene da un frate domenicano del convento di S. Caterina d’Alessandria a Pisa: Non è ancora venti anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali, che fanno vedere bene, ch’è una delle migliori arti e de le più necessarie che ‘l mondo abbia, e è così poco che ssi trovò: arte novella, che mai non fu. E disse il lettore: io vidi colui che prima la trovò e fece, e favellaigli (Quaresimale fiorentino 1305-1306, Firenze 1974).

L’ignoto artigiano a cui si riferisce Fra’ Giordano da Rivalto – uno dei più celebri predicatori della sua epoca – voleva forse mantenere segreta la sua scoperta per ragioni economiche, ma un altro domenicano del convento, Fra’ Alessandro della Spina, riuscì a riprodurre gli occhiali e cominciò a insegnare la tecnica ad altri monaci, promuovendo una rapida diffusione dello strumento e passando alla storia per lungo tempo come l’inventore degli occhiali.

C’è però una fonte ancora precedente, scoperta negli anni ‘20 da Giuseppe Albertotti, professore di Oftalmologia all’Università di Padova. Si tratta di uno statuto dei cristallieri veneziani datato 1284 in cui si fa divieto di vendere roidi da ogli (lenti per occhiali) di vetro incolore spacciandoli per lenti del più raro e costoso cristallo. Se ne deduce che il prodotto era ormai di largo smercio sul mercato sia interno che esterno e che gli acquirenti preferivano la versione meno costosa, ma altrettanto efficace nel risolvere i problemi di vista. Che dire poi della bufala architettata nel ‘600 da un gruppo di intellettuali fiorentini un po’ campanilisti e puntualmente riassunta da Ilardi, secondo la quale l’inventore degli occhiali sarebbe stato un certo Salvino degli Armati? Nell’Ottocento si arrivò addirittura a costruirgli un finto sepolcro nella chiesa di Santa Maria Maggiore in Firenze utilizzando pezzi di epoche diverse e creando un insieme piacevolmente grottesco. Ciononostante, lo stesso Umberto Eco ne “Il nome della rosa” fa dire a Fra’ Guglielmo da Baskerville di aver ricevuto in dono un paio di occhiali dal grande maestro Salvino degli Armati… dando alla bufala una rilievo internazionale.

Accanto alle fonti documentarie e altrettanto importanti sono le fonti iconografiche, sulle quali invece c’è un sostanziale accordo: la prima rappresentazione degli occhiali tra quelle giunte sino a noi si trova a Treviso nel convento domenicano di San Nicolò. Qui, nella Sala del capitolo Tommaso da Modena affrescò intorno al 1352 una sorta di pantheon domenicano in cui spicca un occhialuto Ugo di Provenza intento a scrivere (vedasi foto all’inizio dell’articolo, NdR). Meno nota invece la seconda rappresentazione in ordine di tempo (1367), opera di Andrea de’ Bartoli da Bologna presso la Chiesa inferiore di S. Francesco ad Assisi. Nell’affresco raffigurante S. Caterina d’Alessandria mentre converte un gruppo di filosofi pagani, uno degli uditori inforca un paio di occhiali mentre legge il libro che tiene sulle ginocchia.

Quanto alle possibili “fonti elevate”, quelle uscite dalle università e dai centri di studio medievali, Ilardi concorda con la tesi oggi dominante: gli studi teorici di ottica non influenzarono in alcun modo l’invenzione e la diffusione degli occhiali. Anzi, bisognerà attendere più di due secoli prima che ottici come l’abate Maurolico di Messina e il grande Keplero (cinquant’anni dopo) riescano a spiegare il “funzionamento” degli occhiali attraverso le leggi dell’ottica. In passato invece si tendeva a sopravvalutare l’influenza dell’ottica medievale, in particolare nella sua declinazione francescana, tanto da attribuire al filosofo francescano Roger Bacon la stessa invenzione degli occhiali. É interessante notare come si profili qui un dualismo che riemergerà in diversi passi di “Renaissance vision”: nella sua storia l’ordine dei domenicani sembra aver spesso privilegiato i problemi pratici dell’ottica, mentre i cugini francescani si sarebbero sin dall’inizio appassionati più agli aspetti squisitamente speculativi, pur facendo un uso altrettanto abituale degli occhiali!

Come abbiamo in parte visto, i domenicani costruiscono materialmente lenti e montature e fanno dipingere occhiali sulle pareti dei loro conventi. Contribuiscono alla loro diffusione usandoli spesso come metafora nelle loro prediche – celebri gli occhiali della morte di Fra’ Girolamo Savonarola – ma anche scrivendo veri e propri manuali, come quello classico di Benito Daza de Valdès (1623), in cui il frate eleva la produzione degli occhiali da mera professione a missione divina. L’ottica francescana invece, profondamente influenzata da Agostino, rimane sempre legata ai problemi puramente teorici della luce e della visione: dal momento che tutti i fenomeni naturali sono fatti di luce materiale che si espande in ogni direzione, lo studio matematico dell’ottica ci offre la chiave per spiegare la realtà fisica in cui siamo calati. E come la luce materiale è il principio della realtà naturale, così la luce immateriale (cioè l’illuminazione divina) è il principio di ogni conoscenza umana.

Interessante a questo proposito la notizia riportata da Ilardi della visita dei due ottici francescani Bacon e Pecham a Papa Giovanni XXI (1276), il primo e l’unico papa oftalmologo della storia, che presso la sua corte aveva creato un importante centro di studi del corpo umano. Ammirato dal suo sapere Dante lo metterà in paradiso, unico papa a lui contemporaneo. Mentre difficilmente c’avrebbe messo Leone X, miope come tutta la famiglia Medici ma ritratto da Raffaello con gli occhiali in mano: pare che, tra le altre cose, fosse talmente vanitoso da non voler mettere mai gli occhiali in pubblico, cosa che ovviamente dava luogo agli equivoci più imbarazzanti come ci riferisce l’Ariosto (1513): E’ vero che ho baciato il piè al papa, e m’ha mostrato de odir volontera: veduto non credo che m’abbia, chè dopo che è papa non porta più l’occhial.

Come gli ottici delle università anche i medici si accorsero tardi degli occhiali e mantennero per secoli un atteggiamento diffidente, come davanti a un rimedio che nasconde i sintomi ma non rimuove le cause: nei loro trattati non se ne parlava proprio o se ne sottolineava la mediocre qualità terapeutica rispetto ai colliri e agli intrugli più inverosimili. Bernard de Gordon, il primo medico a segnalarli, raccomandava di preferire sempre all’oculo berillino qualche buon preparato farmaceutico, facendo un po’ di attenzione… se vogliamo testare una medicina sul corpo umano, dovremmo prima sperimentarla sugli uccelli, poi sulle altre bestie, poi negli ospedali, poi sui francescani e quindi via via su tutti gli altri (…). Sarà stato un domenicano?

"Ritratto del Cardinal Fernando Niño de Guevara" (1600), El Greco, New York, Metropolitan

“Ritratto del Cardinal Fernando Niño de Guevara” (1600), El Greco, New York, Metropolitan

Dopo aver dimostrato che il ‘300 non è affatto così avaro di testimonianze sulla diffusione degli occhiali come credevano gli storici fino a poco tempo fa, Ilardi si concentra sui due famosi ordini dei duchi di Milano citati all’inizio. Dall’analisi delle due lettere di Francesco Sforza e del figlio Galeazzo Maria, rispettivamente del 1462 e del 1466, vengono dedotte alcune informazioni che rivoluzionerebbero la storia degli occhiali nel Quattrocento: mezzo secolo prima di quanto si credesse comunemente, Firenze produceva in grandi quantità non solo lenti convesse per i presbiti, ma anche lenti concave per i miopi. Sempre Firenze era leader in Europa nella produzione di occhiali, con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Gli artigiani fiorentini erano già perfettamente consapevoli che la vista comincia a declinare gradualmente a partire dai trent’anni ed erano già in grado di costruire lenti graduate progressivamente su intervalli di cinque anni per i presbiti e lenti di potenza variabile per i miopi. Inoltre le lettere documentano anche l’abitudine degli Sforza di ordinare centinaia di occhiali fiorentini di qualità per farne dono ai loro amici e ai loro ospiti – ordini che venivano evasi in pochi giorni, cosa che solo una produzione di tipo pre-industriale poteva realizzare.

Sulla mania degli Sforza per gli occhiali Ilardi racconta anche un aneddoto sfizioso. Galeazzo Maria venerava più di ogni altra cosa una reliquia di S. Bernardino da Siena: i suoi occhiali, allora conservati a Milano. Fin qui niente di strano: il santo veniva sempre rappresentato con un paio di occhiali attaccati alla cinghia; era un po’ il suo marchio. Ciò che suona un po’ incongruo è il fatto che questo francescano fiero e popolare nei suoi sermoni lanciava spesso micidiali strali contro streghe, ebrei e sodomiti, mentre Galeazzo era notoriamente un membro di quest’ultima categoria.

Dopo una trattazione molto documentata sulla diffusione degli occhiali in Europa, in Medioriente e nelle colonie “Renaissance vision” analizza quel mix di filosofia, arte, scienza e tecnologia che fece della Toscana del ‘500 una delle culle della scienza moderna. Da questo humus emerse Galileo ed è certo che senza la straordinaria professionalità raggiunta dai produttori di lenti fiorentini il suo telescopio non avrebbe potuto tramutarsi nel principale strumento della rivoluzione scientifica. Di questo era già ben consapevole lo stesso Cartesio, che nella sua “Dioptrique” lamentava il fatto che a vergogna delle nostre scienze questa invenzione, così utile e ammirevole, fu dapprincipio scoperta per puro caso, da qualcuno privo di conoscenze matematiche.

A chiusura dell’opera, Ilardi riporta una ricchissima appendice dedicata alla rappresentazione degli occhiali nell’arte tra ‘300 e ‘600 e divisa per aree tematiche. Si va da persone comuni colte in un momento del loro lavoro, a dimostrare la diffusione capillare degli occhiali indipendentemente dalle classi sociali e dalle occupazioni, alla rappresentazione dei santi e di figure bibliche, spesso esempi di saggezza e quindi rappresentati assieme a un oggetto dalla forte carica simbolica. È il caso di San Bernardino e il suo inseparabile occhiale che dondola dalla cintura; S. Gerolamo, il traduttore della Bibbia e quindi il sapiente per eccellenza, tanto che per lungo tempo fu ritenuto l’inventore del prezioso ausilio. E così S. Marco evangelista, S. Matteo, S. Agostino, S. Vincenzo Ferrèr…

A seguire i ritratti con occhiali dipinti durante il Rinascimento, con significati diversi a seconda delle aree geografiche di provenienza: se in Italia raramente le lenti venivano dipinte sul naso del possessore, e meno che mai quando si trattava di un capitano d’armi, nei ritratti spagnoli si tendeva invece a rimarcare più che a nascondere l’uso degli occhiali, essendo questi segno di uno status sociale elevato. Di straordinaria varietà e inventiva poi le caricature, e non poteva essere altrimenti per uno strumento che per certi versi distorce la realtà: demoni, pazzi, truffatori… perfino il tema delle tentazioni di S. Antonio non esce indenne da questa moda.

Giusto de' Menabuoi, Il miracolo della torre (1382) Padova, Sant'Antonio

Giusto de’ Menabuoi, Il miracolo della torre (1382) Padova, Sant’Antonio

Proprio quest’appendice, però, pone un problema a cui lo stesso Ilardi non dà una risposta e che rimette in discussione alcune delle tesi di “Renaissance vision”: nonostante l’asserita leadership di Firenze fino al ‘500 nella produzione di occhiali, buona parte delle prime rappresentazioni e spesso le più significative provengono dall’area veneta. Si vedano per esempio, oltre agli affreschi di Treviso, quelli di poco posteriori conservati a Padova nella Basilica di S. Antonio. Il Dottore della Chiesa di Altichiero nella Cappella di S. Giacomo e il surreale Miracolo della torre di Giusto de’ Menabuoi in quella del Beato Belludi (nel quale un vigoroso S. Giacomo scuote una torre e libera così il prigioniero, che nel volo perde gli occhiali) contengono entrambi l’oggetto incriminato. Se poi guardiamo al materiale documentario utilizzato per “Renaissance vision”, puntualmente riportato alla fine del libro accanto ad una ricca bibliografia, scopriamo che proviene in larga parte da archivi fiorentini e toscani: dato spiegato da Ilardi col fatto che negli archivi veneziani i documenti sulla produzione degli occhiali vennero buttati nel corso del XIX secolo per far posto a “materiali più importanti”. Atto senz’altro deprecabile, ma che non cancella certo la storia! Ad essere pignoli poi, bisogna ricordare che gli artigiani veneziani raramente si autodefinivano “produttori di occhiali” e lo stesso commercio degli occhiali non era indipendente da quello di altre merci minori: ragion per cui a Venezia difficilmente risultava dai libri fiscali o dai documenti doganali, ma questo non significa che non ci fosse.

Insomma, fermo restando il valore dell’opera per la grande mole di nuovi dati che rende pubblici e per lo stile appassionante, rimane il dubbio che Vincent Ilardi si sia fatto un po’ prendere la mano e abbia guardato alla storia della diffusione degli occhiali attraverso lenti costruite a Firenze.

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