Gli strafalcioni di una nonna

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La giornata è bella e io mi sento tanto Cappuccetto Rosso. Sto andando a trovare mia nonna, per portarle lo sciroppo per quella tosse che da un po’ la tormenta. Solo che non ci vado a piedi, attraverso il bosco, bensì con la mia utilitaria bianca, fresca di patente. E se anche ci fosse un lupo nei dintorni, sono sicura che se la darebbe a gambe. Perché mia nonna non è una vecchina sprovveduta, ma, oserei dire, un tipo piuttosto tosto.

È nata sotto i bombardamenti, lei, in un’epoca lontana in cui c’era poco da stare allegri. Chi riusciva a reagire sopravviveva, mentre gli altri erano destinati a soccombere. Ha allevato quattro fratelli più piccoli, perché sua madre era a servizio dalle famiglie della zona; e suo padre, beh, lui ci è rimasto sotto a quei bombardamenti. È andata a lavorare presto, presso la bottega di un calzolaio che le ha insegnato un mestiere più che altro maschile. E poi, a vent’anni, ha incontrato mio nonno, pace all’anima sua, che era malato di “pigrizia acuta” – lei diceva “pigrite” – che forse le ha dato più daffare dei suoi quattro fratelli messi assieme. Insomma, chi l’ammazza più mia nonna?

Le raccomandazioni di mia madre sono d’obbligo: “Mi raccomando, non correggere tua nonna, lasciala parlare senza intervenire in ogni momento”. Non esattamente quanto detto a Cappuccetto Rosso, ma d’altra parte mica sono lei.

Ma per chi mi ha preso, mia mamma? Certo che le lascio dire la sua, a quella vecchietta cocciuta.

Perché dovete sapere che mia nonna è una delle persone più divertenti che io conosca. Ma non andate a dirglielo, vi prego, che si monta la testa!
Ha un modo di interloquire tutto suo, soprattutto di storpiare i nomi delle cose. Mi piacerebbe presentarvela, ma in realtà lo faccio solo con le persone di cui mi fido. Senza nulla togliere a voi, contro i quali non ho nulla di personale, ma non voglio che qualcuno rida di lei.

Le mie amiche non lo fanno. Ridono con lei, che è diverso.

Per esempio, la volta che mia sorella era partita per la Francia con la scuola, accanto a me avevo la mia amica Laura, che non ha potuto fare a meno di ascoltare la telefonata di mia nonna: “Tua sorella mi ha appena chiamata – ha detto – avverti tu la mamma e dille che oggi stanno visitando la reggia di Versace”. D’accordo nonna, vedo che hai capito tutto.

Un’altra volta sono andata a casa sua, e lei mi ha aperto la porta in punta di piedi, quasi fosse un misto fra Roberto Bolle e uno della banda Bassotti. Mi ha fatto segno di tacere, perché in tv c’era un programma di cucina con uno bravo, che a lei piaceva: un “cuoco stellare”.

O ancora, quell’episodio in cui delle persone che le abitano accanto erano arrivate alle mani per futili motivi, e lei, nel riferire l’accaduto a mia mamma – che considera una donna di cultura per il solo fatto che insegna yoga –, ha detto: “Marcello, il figlio della Jole, ha avuto un alter ego col vicino”, e chissà dove l’aveva sentito quel termine, “alterco”, che evidentemente voleva riprodurre.

Porca miseria, nonna, sei troppo forte! E sorrido, mentre penso che col tono di adesso sono passata da Cappuccetto Rosso ad Adriano Celentano in un lampo.

È l’effetto che fa mia nonna. Mette il buon umore, non c’è niente da fare.

Il massimo è quando vuole darsi importanza, e quindi, come si dice in gergo, “se la tira”.

Da giovane, mio nonno l’ha portata a Venezia. Che io sappia, se si esclude un viaggio a Torino che ha fatto con me, per andare a trovare sua sorella in ospedale, quella a Venezia è stata la sua unica vacanza.

Lo immagino lo stupore di mia nonna, di fronte alla laguna. E davanti alle chiese e alle piazze, che, anche se fa finta di niente, lo so che le sono sempre piaciute.

Con loro c’era solo mia zia Livia, perché mio papà non era ancora nato. L’albergo era di lusso, forse mia nonna ne era addirittura intimidita. Giocando, mia zia Livia, che era solo una bambina, deve avere premuto per sbaglio il campanello. Subito si è materializzato un cameriere in livrea che ha chiesto alla famigliola come poteva rendersi utile. Mia nonna era in un imbarazzo estremo, e lei, quando si sente a disagio, fa appello a quelle che reputa “parole trasgressive”. Lo fa per impressionare il suo interlocutore.

“Oh, niente – ha risposto serafica – non abbiamo bisogno di niente. È stata quella stronza di mia figlia, mentre giocava”.

Questa nella nostra famiglia rimane una leggenda metropolitana, una “chicca” su mia nonna da raccontare a parenti fidati, quando se ne vogliono decantare le prodezze e scatenare ilarità.

Per anni ho pensato che si dicesse “autoparlante”, perché mia nonna vedeva, giustamente, che da un’auto in transito, una voce usciva da un megafono e diffondeva messaggi pubblicitari. Come darle torto? Immagino la stessa cosa per l’“aereoporto”. In effetti, in quel “porto” ci stanno degli aerei. Il ragionamento non fa una piega.

Eh, cara nonna, vorrei ringraziarti per la tua presenza e per il tuo modo di non abbatterti mai. Vorrei accarezzare la tua testa, i tuoi capelli ormai bianchi, e dirti che qualche volta puoi anche permetterti di non essere così forte per noi. Potresti anche tu abbandonarti allo sconforto, se capita, ma forse pensi che siamo talmente fragili da non riuscire a riprenderci più.

Cadrebbe un mito: quello tuo, di nonna-roccia. Ci sei sempre stata quando ho avuto bisogno di te e non lascerò mai che qualcuno ti manchi di rispetto.
È soltanto che sono un “orso”; tu me lo hai sempre detto. Sono come mio padre, poco incline alle esternazioni e alle smancerie. Ti seguirò da lontano, allora. Facendo come nulla fosse, veglierò su di te, ridendo come una pazza alle tue battute, che poi per te proprio tanto battute non sono.

Quindi non arrabbiarti troppo per il mio modo di fare. E soprattutto non azzardarti a morire, mi hai sentita, nonna? Questo sciroppo per la tosse è miracoloso, e non voglio sapere altro. Tu non hai nient’altro.

Sono quasi arrivata. Devi avermi vista dalla finestra, perché adesso la tua figura ricurva sta aprendo la porta.

“Hai parcheggiato bene la macchina? – mi chiedi – o l’hai lasciata lì, in mezzo, alla mercedes di tutti?”.

Ti sorrido nonna, e penso a quanto tu sia bella.

Esattamente così, come sei.

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