Zapoj, una sbornia di libri. “L’uomo che cade” di Don DeLillo

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L’uomo che cade

11 settembre 2001
13 novembre 2015

Tu che cosa stavi facendo quando gli aerei si sono schiantati?
E quando hanno cominciato a premere i grilletti dei Kalashnikov all’interno del Bataclan?
Lo sapevi che hanno sparato per primi ai ragazzi che erano sulla sedia a rotelle?  Tanto quelli non possono scappare, avranno pensato: “divertiamoci, ce lo meritiamo.”
Chi è stato a fare tutto questo?
È stato Dio?
È lui che l’ha permesso.
Chi è Dio? È stato lui a creare noi, o siamo stati noi a creare lui

DeLillo riesce nel difficile intento di scrivere non di una tragedia qualsiasi, ma della tragedia per eccellenza della nostra epoca moderna, in modo non banale.
Ci ricorda che ognuno di noi porta un universo dentro di sé, mille storie diverse.
La storia di Keith, che sopravvive miracolosamente all’attacco alle torri gemelle.
La storia di Hammad che decide, all’altro capo del mondo, sulla Marienstrasse, di farsi crescere la barba.

L’affetto per una persona amata tanto tempo fa, il ricordarsi che ci si è amati. Separarsi senza mai lasciarsi.
L’amore, il sesso.
La celebrazione della felicità grazie ai piccoli piaceri quotidiani.

Inspirare il fumo di una sigaretta, espirare. Chiudi gli occhi.

don delillo

Don DeLillo

“Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscuritá. Camminava verso nord tra i calcinacci e fango e c’erano persone che gli correvano accanto tenendosi asciugamani sul viso o giacche sulla testa. Avevano fazzoletti premuti sulle bocche. Avevano scarpe in mano, una donna gli corse accanto, una scarpa per mano. Correvano e cadevano, alcuni, confusi e sgraziati, fra i detriti che scendevano tutt’intorno, e qualcuno cercava rifugio sotto le automobili.
Nell’aria c’era ancora il boato, il tuono ritorto del crollo. Il mondo era questo, adesso. Fumo e cenere rotolavano per le strade e svoltavano angoli, esplodevano dagli angoli, sismiche ondate di fumo cariche di fogli di carta per ufficio in formati standard dai bordi taglienti, che planavano, guizzavano in avanti, oggetti soprannaturali nel sudario del mattino.”

à mon avis: 6,5/10

L’uomo che cade. Don DeLillo. 2009. Einaudi. 257 pp. 12 €

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Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Dov’ ero io quando successe ciò che nessuno aveva mai immaginato?
    Ricordo perfettamente che ero seduta sul divano di casa mia, col nero vestito estivo di cotone leggero, a ripiegare la biancheria appena raccolta sugli stenditoi della mia terrazza, con la televisione accesa sul consueto programma pomeridiano che più che altro ascoltavo di tanto in tanto, distrattamente, per sentirmi intorno voci umane mentre sbrigavo le faccende domestiche. Stavo esattamente ripiegando i calzini dei miei uomini quando la trasmissione svanì e, senza voci in campo o avvisi di collegamenti, sul monitor comparve improvvisa la scena terribile di un grattacielo sventrato a metà, fumante. Compresi subito che si trattava di New York perché la ripresa prendeva il mare davanti alla città, e c’ erano tanti altri grattacieli, che riempivano il monitor, come nelle cartoline, come nei film.
    Ancora nessuna voce in campo a spiegare cosa stava succedendo.
    Il vuoto nella mia mente.
    Un sottile e strisciante senso di angoscia nel mio petto.
    L’ attimo seguente una voce in lingua italiana parlava sopra un’ altra voce che parlava in fretta in inglese. Spiegavano che un aereo di linea aveva sbattuto contro una delle Torri Gemelle. Io non avevo sentito parlare mai prima d’ allora di queste torri. Non capivo. Vedevo fuoco e fumo nel ventre della Torre, udivo le voci concitate dei giornalisti che dicevano che la torre era piena di gente, tanta gente che aveva da poco iniziato a lavorare là dentro. Parlavano di pericolo di crollo, di difficoltà a mettersi in salvo.
    Io ero imbambolata, con lo sguardo incollato su una scena mai vista nemmeno al cinema. Improvvisamente nel cielo azzurro del mattino newyorkese comparve un aereo che si infilò nella Torre vicina, all’ improvviso, incredibilmente, assurdamente, nell’ attonito silenzio del mio televisore.
    Non riuscivo a pensare a nulla, non avevo mai visto niente di simile.
    Le voci dei giornalisti americani e italiani ripresero quindi a parlare sovrapponendosi. Dopo un po’ realizzai che stavano parlando del peggio.
    Entrambe le Torri fumavano e rosseggiavano, col ventre squarciato. Ricordo che pensai che se tutti scendevano in fretta da quei grattacieli si salvavano tutti, bastava correre, dovevano correre a perdifiato giù da quegli inferni.
    Le inquadrature erano riprese da lontano, di fronte, e la striscia di mare che guardavo esterrefatta era incredibilmente azzurra e placida.
    Non riuscivo più a seguire le voci parlanti, pensavo solo che la gente doveva venire via da lassu’ e mettersi in salvo. Perché non facevano vedere la gente che scappava via da là?
    Non ho la benché minima idea di quanto tempo sono rimasta sul divano, seduta, con le mani in grembo, mentre vedevo quei due altissimi grattacieli esalare tanto fumo che saliva nel cielo sereno. Ad un tratto una Torre crollò su sé stessa in un tempo che mi parve infinito. Non riuscivo a connettere, non ricordo un solo pensiero dentro la mente mia, niente di niente.
    E non so quanto tempo dopo, vidi tra l’ immenso fumo e polverone che velava lo schermo anche la seconda Torre inabissarsi su se stessa.
    Immagini incredibili, di qualcosa che non conoscevo, che nemmeno i tanti colossal dagli spettacolari trucchi cinematografici che avevo visto fin da piccola nella mia vita fatta di casa e lavoro avevano mai immaginato.
    I giornalisti parlavano e parlavano, ma io non capivo più, non riuscivo ad entrare nella realtà che vedevo, né a comprendere il senso concreto delle parole.
    Guardavo stordita.
    Ad un tratto, non so quando, mentre sul monitor si stagliava l’ immane catastrofe di fumo scuro e polvere grigia che tutto avvolgevano, realizzai finalmente che qualcosa di tremendo era accaduto in America. Qualcosa di inaccettabile. Mi si gelarono i visceri. Sentii la paura dentro di me. Pensai che l’ America non sarebbe rimasta inerte, che l’ enormità che avevo davanti agli occhi, avrebbe portato vento e tempesta a tutti. Pensai che sarebbe venuta presto la guerra.
    Sentii il bisogno disperato di sapere dov’ era in quel momento il figlio che non era in casa.
    So che mi alzai di botto dal divano, forse non spensi nemmeno il televisore, presi le chiavi, uscii di corsa e sentii sbattere la porta dietro di me, scesi le scale del mio condominio a piedi volando con le ciabattine di casa, raggiunsi il garage e mi precipitati sulla mia antiquata e riluttante utilitaria. Corsi istintivamente, a tutta velocita’, verso il sacro luogo in cui parliamo con chi vive altrove, quel luogo in cui non rinuncio a sostare quotidianamente per un attimo almeno, nemmeno se son carica di febbre e dolori, nemmeno se il buio è pesto e il vento e il freddo e la pioggia imperversano. È lì che vado a cercare risposte, luce, speranze, a chiedere protezione.
    Era pomeriggio, quel giorno, e la sera era ancora lontana a venire; il sole del tramonto dorava il morbido manto dei cipressi.
    Alcune donne mi si fecero vicine, subito, dicendomi che ero pallida, chiedendomi cosa avessi. Dissi loro che qualcosa di orribile era accaduto nel mondo. Erano donne più anziane di me, e già conoscevano l’ accaduto, ma non erano diverse dal solito. Io dissi loro che sarebbe venuta la guerra, che avevo paura per i miei figli. Pacatamente, la più anziana di loro mi prese per mano e mi disse che se era accaduta una cosa del genere la guerra già c’ era, la guerra c’ è da sempre nel mondo. Mi pose fra le mani l’ annaffiatoio pieno d’ acqua e mi invitò a bagnare come facevo sempre le mie piantine ché il vivido sole settembrino le aveva assetate come sempre. E ricordo i fili dell’ acqua sulle corolle variopinte.
    Io non riesco a ricordare altro di quel giorno, niente di niente altro.
    Sono passati tanti anni. Penso ancora alle parole di quella donna, parole che allora non trovarono senso concreto dentro la mia mente, e penso ai gesti pacati, quotidiani e rassicuranti di quella donna che non c’ è più. La guerra e gli orrori invece ci sono ancora, ancora avvolgono di nero e paura i nostri giorni e le nostre notti.

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