Spegni i cuochi in TV: vola al cinema! Undici film in cui si mangia bene

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In TV, sui giornali, sul web non si parla d’altro che di cibo, come se la cultura del cibo fosse stata inventata adesso. Il cinema è arrivato prima e spesso ha usato in cibo e il rituale del pasto come tema portante per parlare di cucina o, più spesso di altro. In questa lista troverete piatti prelibati e piatti preparati con amore. Ma anche piatti che portano il gusto tetro della fine. Ci troverete film che hanno fatto la storia del cinema e anche del cibo e film frivoli che potrete usare come digestivo. Godere della visione di questi film e di questi piatti non influirà sulla prova costume (che è qui che arriva).

“Il pranzo di Babette” (Babettes gæstebud) di Gabriel Axel, Danimarca, 1987.

Con Stéphane Audran, Birgitte Federspiel, Bodil Kjer, Hanne Stensgaard, Pouel Kern, Vibeke Hastrup, Bibi Andersonn, Jean-Philippe Lafont

Genere: cibo generoso e ispiratori di felicità

Il pranzo di Babette

“– In paradiso voi sarete la grande artista che Dio intendeva foste”

Il tema: e facciamoci due risate e due spaghi una volta tanto!

Consigliato: puritani e calvinisti, vedove inoccupate, comari di paese

Sconsigliato: clienti di McDonald’s, vegani, amici delle quaglie

Un artista non è mai povero”

Dopo oltre dieci anni trascorsi come governante in uno sperduto villaggio danese di stretta osservanza protestante, in cui è giunta in fuga dalla Comune di Parigi del 1848, Babette riceve dalla natia Francia diecimila franchi, la vincita di una lotteria. Invece di usarli per tornare in patria, organizza un meraviglioso banchetto, che però rischia di turbare la vita parchissima, spartanissima e severissima dei convitati. I quali, invece, ne godranno pienamente, emozionandosi grazie ai cibi prelibati e riuscendo ad abbandonare il riserbo che fonda le loro vite, fino a scordare antipatie e dissidi e a gioire insieme. Questo banchetto sarà l’addio della straordinaria e misteriosa Babette al freddo Nord? Racconto di Karen Blixen, nella versione cinematografica vinse un sacco di premi, persino l’Oscar come miglior film straniero, ci mostra molto semplicemente che intorno a una tavola ci si guarda in faccia e si può anche provare a comprendersi – meglio se tra un bliny e un savarin. Prudenza, però: la convivialità, anzi la commensalità, può risultare oltremodo rischiosa, pensate al ministro Poletti. Last, but not least, pare sia uno dei film preferiti di Papa Francesco.

Da vedere piluccando una caille en sarcophage.

“Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” (Fried Green Tomatoes) di Jon Avnet, USA, 1991

Con Kathy Bates, Mary Stuart Masterson, Mary-Louise Parker, Jessica Tandy, Stan Shaw, Chris O’Donnell, Cicely Tyson, Gailard Sartain

Genere: drammatico-atrattibuffo-forzadelledonne-famigliedelcuore

Il tema: donne giuste, e alla bisogna imprenditrici, in un mondo che molto spesso fa schifo

“Ah, che cosa non darei per un piatto di pomodori verdi fritti come quelli che facevamo al caffè!’

“Ah, che cosa non darei per un piatto di pomodori verdi fritti come quelli che facevamo al caffè!’

Consigliato: cultori del fritto, amanti storie del Buon Vecchio Sud a stelle e strisce, donne in menopausa rassegnate (non rassegnatevi, amiche, la chimica vi aiuta generosamente, ve l’assicuro, l’industria farmaceutica ci vuole tanto tanto bene)

Sconsigliato: amanti thriller seri, amanti saghe familiari strazianti

“– Towanda! L’invincibile amazzone!”

Una vecchia e instancabile chiacchierona, chiusa in un pensionato, becca una tizia di mezza età tanto infelice ed educata che non scappa a gambe levate dopo i primi trenta secondi di racconto nostalgico, anzi resta ad ascoltarla con interesse e torna persino a trovarla. Già su questo straordinario accadimento si potrebbe costruire se non un edificante filmetto almeno un romanzo breve edito da Adelphi, intitolato chessò “Zia Nanny e la gentile Evelyn”. Di straordinario, però, c’è anche il racconto che l’anziana drittona (Nanny, appunto, cioè Jessica Tandy) intreccia per la triste frustrata (Evelyn, cioè Kathy Bates), vale a dire le storie tumultuose che tanti anni prima coinvolsero Idgie e Ruth, le proprietarie del Whistle Stop Cafè (Mary Stuart Masterson e Mary-Louise Parker), dove si cucinavano i migliori pomodori verdi fritti di tutto il Sud Confederato. Amore, amicizia, coraggio, prevaricazione, forse un omicidio, tra i fornelli del Whistle Stop: la storia narrata da Nanny ispira Evelyn, la libera dalla solitudine e dalla paura, e la lega profondamente a Nanny. Rispetto all’omonimo romanzo da cui è tratto, il film trasforma la relazione d’amore tra Idgie e Ruth in un’amicizia e ne lascia alcuni tratti indefiniti, ma stavolta non possiamo accusare di manipolazione le majors cattivone, perché a scrivere la sceneggiatura (ottenendone un’Oscar) era stata proprio l’autrice del romanzo Fannie Flagg.

Da vedere con addosso le bretelle di Idgie bevendo da un barattolo whisky fatto in casa.

“Julie & Julia” (Julie & Julia) di Nora Ephron, USA, 2009

Con Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci, Chris Messina

Genere: l’impresa della vita

“ Il burro non è mai troppo”

“ Il burro non è mai troppo”

Il tema: cucino, dunque esisto

Consigliato: mangiatori veri, che non si spaventano per le carni rosse, i mattoni di burro, la panna,

Sconsigliato: persone a dieta, gastritici, intolleranti al burro e al formaggio

Sai perché mi piace cucinare? Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire niente, una torna a casa e sa con certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte l’impasto si addensa: è un tale conforto!”

Due donne e due storie vere, parallele e legate dalla passione per la cucina e dal desiderio di realizzare se stesse e lasciare una traccia nel mondo. Nella New York del 2002 la giovane scrittrice in pectore Julia Powell, al momento costretta a un frustrante lavoro impiegatizio, decide di concentrare il suo entusiasmo culinario in un’impresa titanica: cucinare in un solo anno tutte le 524 ricette scritte da Julia Child nel suo capolavoro Mastering the Art of French Cooking. E le ricette danno vita a Julia e alla sua vicenda nell’Europa degli anni Cinquanta – come divenne una cuoca e come decise di scrivere quel libro, che le diede immensa popolarità e ne fece poi, attraverso i programmi televisivi che registrò negli Stati Uniti dal 1962 agli anni Novanta, una vera icona americana. Commedia riuscita e brillante, sul perseguimento di un progetto e sull’onere della fatica che comporta. Avviso: vi verrà una voglia incredibile di cibo francese, ovunque esso sia cucinato.

Da vedere già sazi, altrimenti è un guaio

“Big Night” (Big Night) di Stanley Tucci e Campbell Scott, USA, 1996

Con Stanley Tucci, Tony Shalhoub, Marc Anthony, Minnie Driver, Ian Holm, Campbell Scott, Isabella Rossellini, Allison Janney

Genere: commedia con timballo

“Il buon cibo avvicina a Dio”

“Il buon cibo avvicina a Dio”

Il tema: ma questa opportunità sarà una grande chance o la bufala del secolo?

Consigliato: mangiatori veri, che non si spaventano per le carni rosse, i mattoni di burro, la panna,

Sconsigliato: persone a dieta, gastritici, intolleranti al burro, al formaggio

Credevo che tutti i secondi avessero un contorno di spaghetti!”
Gli affari vanno veramente male al Ristorante Paradise, sulla East Coast degli Stati Uniti, di cui i due fratelli abruzzesi Primo e Secondo Pileggi (Tony Shalhoub e Stanley Tucci) sono proprietari e rispettivamente chef e maître di sala. Sono gli anni Cinquanta, gli statunitensi non capiscono la cucina di Primo e lui non capisce gli statunitensi: insomma, sono dei delinquenti che vogliono gli spaghetti di contorno al risotto! Mentre ci si dibatte tra purismo tricolore e concessioni ai gusti a stelle e strisce, la sala è vuota e il fallimento incombe. Ma ecco l’opportunità di promozione che i due poveracci aspettavano: l’amico (insomma…) Pascal offre loro di ospitare il famoso cantante Louis Prima. Sarà la salvezza, sarà una Big Night! Dunque, occorre preparare una cena luculliana per onorare The King of Swing: e davvero lo sarà, c’è persino la porchetta! Louis Prima non arriva, però, Pascal ha rifilato ai nostri un’altra fregatura, che però dà a noi l’opportunità di assistere a una struggente scena finale comprensiva dell’integrale preparazione di una frittata e di un rappacificamento tra fratelli.

Da vedere abbracciati a un timballo

“Come l’acqua per il cioccolato” (“Como agua para chocolate”) di Alfonso Arau, Messico, 1992

Con Lumi Cavazos, Marco Leonardi, Regina Torné, Mario Iván Martínez

Il tema: Ma quanto è caliente il Mexico…

come l'acqua per il cioccolato

Ore ed ore a farcire delle quaglie, poi si finisce per litigare per una salsiccia grossa

Genere: drammatico
Consigliato agli appassionati di Isabel Allende, a chi su Youporn predilige la categoria Latinas

Sconsigliato a chi non sopporta il realismo magico (e ha già visto Cenerentola in tutte le salse)

Ma questo… è cibo degli dei!”
Durante la rivoluzione messicana di Porfirio Diaz, tre figlie in età da marito sono cresciute da una madre autoritaria, che ne governa la vita secondo le ferree leggi della tradizione. Una di queste leggi, ad esempio, prevede che la terzogenita non si sposi, perché dovrà accudire la madre fino alla morte. Solo che nel caso in questione, la terzogenita Tita è proprio una bella pollastra e il tenebroso Pedro (impersonato da un attore italiano) se ne innamora così tanto che, pur di starle vicina, accetta di sposare la primogenita bruttina e pure con la fiatella. La povera, buona, vessata Tita sfoga la delusione preparando manicaretti in serie per tutti, così buoni e così intensi da scatenare passioni, rancori, sommovimenti (anche intestinali, in un caso) in chi li assaggia. Una storia banale, vista e rivista, di amore impossibile, con tanti di quei riferimenti al realismo magico d’accatto, che sembra di stare dentro a un libro di Isabel Allende.

Da vedere nel tinello di una zitella, in compagnia di sua madre

“Dona flor e i suoi due mariti” (“Dona Flor e Seus Dois Maridos”) di Bruno Barreto, Brasile, 1976

Con Sonia Braga, José Wilker, Mauro Mendonça

Il tema: Ti amo poi ti odio poi ti odio poi ti odio poi ti amo

SPOILER: nel film si mangia anche

SPOILER: nel film si mangia anche

Genere: commedia
Consigliato agli amanti dei tropici, agli appassionati del cinema della periferia del mondo, a chi ha apprezzato il libro (e non resterà deluso)

Sconsigliato ai bacchettoni, a chi non sopporta il mito del Brasile, a chi era costretto suo malgrado a guardare Dancing days

Dio è grasso!”
Nella magia della città di Bahia, Dona Floripedes Guimaraes (una Sonia Braga ad altissimo contenuto di eros) impartisce lezioni di alta cucina a giovani ed anziane massaie, mentre il marito Vadinho, gagà innamorato quanto fedifrago, la fa dannare: a letto sì, dove l’intesa è perfetta, ma purtroppo anche nella vita di tutti i giorni, fatta per lui di fughe, ubriacature, nottate al tavolo da gioco, tradimenti (anche con le stesse allieve di Dona Flor). Ma quando la vita dissoluta e disordinata conduce Vadinho all’infarto, Flor sente il vuoto totale in cui la dipartita del marito l’ha lasciata. Bella e gentile com’è, Flor non fatica a risposarsi, questa volta con un uomo colto e premuroso, che la ama e la rispetta. Ma Vadinho – non nascondiamocelo – era un’altra cosa… Sarà la grazia del racconto, che riflette piuttosto fedelmente l’opera di Jorge Amado senza però scadere nel pedissequo, sarà la sensualità dei protagonisti, dagli amplessi doggy-style del primo matrimonio alla scena in cui l’inconsolabile vedova sola nella stanza fa pensieri strani (con tutto il mondo fuori), sarà la colonna sonora di Chico Buarque, ma il film, tra una ricetta all’olio di dende e una veduta del centro di Bahia, è un gioiellino.

Da vedere in compagnia di una appetitosa vedova (meglio se mulatta e brasiliana)

“Pranzo di Ferragosto”, di Gianni di Gregorio, Italia, 2008.

Con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Alfonso Santagata, Luigi Marchetti, Marina Cacciotti, Maria Calì, Marcello Ottolenghi, Grazia Cesarini Sforza:

Il tema: La solitudine è una brutta bestia, fin dalla mezz’età

Preparare un pranzo unisce conoscenze, generazioni e solitudini. E ci si diverte pure

Preparare un pranzo unisce conoscenze, generazioni e solitudini. E ci si diverte pure

Genere: commedia (amara).
Consigliato: a chi non ama le americanate, a chi vive sulla pensione della mamma, a chi quanto sei bella Roma quanno è sera
Sconsigliato: a chi odia i film crepuscolari, a chi ci ha la suocera in casa, a chi non vede l’ora che passi ferragosto

In una serata così, in una città così, credi che me ne voglia stare in casa?”
Gianni è un brav’uomo che vive con l’anziana madre in un bel palazzo nel centro di Roma, accumulando debiti con pizzicaroli e vinerie che salda più o meno il giorno successivo a quello in cui alla madre versano la pensione. Proprio questa sua condizione fa sì che l’amministratore condominiale prima, ed il medico curante poi gli chiedano di parcheggiare le rispettive madri a casa sua il giorno di ferragosto, sia pure per opposti motivi (il medico diligente perché di turno in ospedale; l’amministratore cialtrone – così cialtrone da sbolognargli non solo la madre, ma pure la vecchia zia – per andarsene a Freggene con l’amante). Gianni passerà la sera del 14 e la giornata del 15 industriandosi per preparare il pranzo di ferragosto alla signore, che prima si annusano un po’, tra frecciatine e dispettucci, e poi diventano così amiche da cercare tutti i modi per allontanare il momento della separazione. Opera prima di garbo e buona freschezza per Di Gregorio, attore minore del panorama Cinecittadino, basato sulla felice idea di lasciare mano libera alle attrici (nessuna delle quali professionista, come sottolineato dal farle recitare mantenendone il vero nome di battesimo). Anche se il film, alla fin fine, è tutto qui.

Da vedere il giorno di ferragosto, soli in casa, aspettando che torni settembre

“L’ala o la coscia?” (L’aile ou la cuisse), di Claude Zidi, Francia, 1976.

Con Louis de Funès, Coluche, Ann Zacharias, Julien Guiomar, Claude Gensac, Vittorio Caprioli

Il tema: se i vari Carlin Petrini, Luca Maroni, Luigi Veronelli imparassero a prendersi un po’ meno sul serio…

E se mangiare bene fosse una roba da ridere?

E se mangiare bene fosse una roba da ridere?

Genere: commedia
Consigliato: a chi ha nostalgia delle comiche
Sconsigliato: a chi non sopporta il cinema francese, ai talebani della gastronomia

Esiste il ristorante ed esiste il punto ristoro”
Due generazioni di comici francesi e due tipi di comicità a confronto: quella incendiaria a nervosa del petit Louis de Funès e quella più tenerona e sottovoce di Coluche. Nel film, sono padre editore e figlio-erede della più importante guida gastronomica francese, la temutissima Duchemin (chiaro verso alla Michelin), anche se il figlio – che vorrebbe fare il clown – non ha il fervore del padre nello smascherare ristoranti scadenti e frodi alimentari. Tra travestimenti improbabili (il vecchio Duchemin ci tiene a scoprire personalmente come cucina e mangia la Francia) e inseguimenti rocamboleschi, il film diverte per la parodia dell’haute cuisine e di quello che gli gravita attorno (e ancora non esisteva Masterchef!), tenta il colpo d’ala della reazione della vera cucina alla volgarità della ristorazione industriale, ma finisce per tracimare nello sguaiato. Forse nel ’76 la sarabanda comica stile Stanlio e Ollio è un po’ fuori tempo.

Da vedere con un gommista, chiedendogli a cosa pensi lui quando si nomina la Michelin

“Il fascino discreto della borghesia” (Le charme discret de la bourgeoisie) di Luis Buñuel, Francia/Italia/Spagna, 1972.

Con Fernando Rey, Delphine Seyrig, Bulle Ogier, Michel Piccoli, Stéphane Audran, Jean-Pierre Cassel, Milena Vukotic

Il tema: il pranzo è un rito, e come tutti i riti…

Il pranzo è servito!

Il pranzo è servito!

Genere: commedia surreale

Consigliato: ad amanti del cinema surreale, a chi vuole guardare con occhio critico ai nostri costumi borghesi
Sconsigliato: a chi ha gusti cinematografici borghesi

“La mia sarà anche una perversione, ma ho un debole per i fagiolini americani in scatola”

Una borghesia che nasconde la sua vuotezza dietro riti autoreferenziali e una verbosità che annulla la comunicazione viene ritratta alla disperata ricerca di consumare il rito borghese per eccellenza: un pranzo in compagnia, ma a forza di guardare alla forma, si accorge che della sostanza non è rimasto nulla. O almeno ce ne accorgiamo noi che li guardiamo con gli occhi speciali di Buñuel . Questo, vi stupirete, è un film divertente, che al contrario di tanti film pseudo rivoluzionari di quegli anni, merita di essere guardato oggi, dopo più  di 40 dalla sua uscita. Una storia alla Buñuel, surreale e iconoclasta nella quale sogno e realtà si fondono e nella quale vengono presi di mira usi e costumi della borghesia di ieri come di quella di oggi. Antiborghese, anticlericale e antimilitarista Buñuel sapeva tratteggiare i difetti della nostra società con dialoghi divertenti e metafore che solo il genio di Buñuel poteva mettere in scena in questo modo tanto esplicito.Un modo che gli consentì di vincere addirittura l’Oscar come migliore film straniero (sì, nel 1973 l’Academy, premiò questo film veramente controcorrente in tutti i sensi). Riusciranno i nostri eroi a consumare finalmente la loro cena?

Da vedere con un vescovo, un diplomatico, un militare e un paio di coppie di amici altolocati.
Dite a tutti di presentarsi già mangiati

“La grande abbuffata” (La grande bouffe) di Marco Ferreri, Italia/Francia 1973

 Con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol.

Il tema: mangiare bene, mangiare tutto (e non ti alzi finché non hai pulito il piatto)

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Se questo è l’entusiasmo che suscita un Cupolone di paté di fegato, allora possiamo anche farla finita

Genere: commedia e, soprattutto, dramma

Consigliato: a chi vuole conoscere la migliore commedia italiana: godereccia e funerea
Sconsigliato: a chi misura il colesterolo un giorno sì e l’altro pure

“Mangia! Se tu non mangi, non puoi morire”

Questo film italiano sembra una risposta a quello precedente: questa volta i protagonisti riescono eccome consumare il loro splendido pasto. La borghesia si è affermata, ha successo, dovrebbe essere felice e invece. Cibo e sesso come simbolo di un’abbondanza materiale che sa di morte. Strepitosi gli attori e strepitoso Ferreri, il regista italiano più follemente cattivo. I piatti che preparano, le donne che hanno fanno davvero voglia, ma i piaceri sono solo uno strumento di autodistruzione di una classe sociale che raggiunto successo e potere non sa davvero che farsene. Nessun film ha più saputo raccontarlo come questo.

Da vedere in preparazione al pranzo di Natale, alle cene di lavoro, alle pizzate di fine anno scolastico…

“Ratatouille” di Brad Bird, Jan Pinkava, USA, 2007

Animazione,  Pixar Animation Studios

Il tema: “Chiunque può cucinare”

E se un topo vi preparasse i tortellini proprio come li faceva la vostra mamma?

E se un topo vi preparasse i tortellini proprio come li faceva la vostra mamma?

Genere: animazione, commedia brillante
Consigliato: a chi si impegna in cucina, a chi apprezza l’aiuto dei più piccoli e ai più grandi dei piccoli
Sconsigliato: a chi non sopporta i cartoni animati e gli animali in cucina

“Il cibo trova sempre coloro che amano cucinare”

Provate a immaginarvi che dopo aver gustato un piatto prelibatissimo qualcuno vi dicesse che il cuoco è un topo? Ecco, sicuramente vi fareste portare al pronto soccorso per una lavanda gastrica, poco importa se quello che avete appena mangiato è il piatto più buono mai assaggiato prima. La sostanza del film, molto legata al nostro tema e che noi condividiamo, è proprio questa: il cibo è piacere ed emozione, non importa se si tratta di un piatto semplice o elaborato o quante stelle abbia il ristorante in cui si mangia, perché chiunque può cucinare, basta mettere passione e impegno in quello che si fa. Che poi questo è vero un po’ per tutte le cose. Certo se il cuoco è un topo il concetto diventa un po’ estremo, ma la Pixar con la sua animazione raffinatissima e la sua capacità di stupire ed emozionare ci conquista anche stavolta. E noi siamo qui a fare il tifo per quel raffinato topo che dirige la cucina da dentro un cappello da cuoco: chi di voi dopo aver visto questo film non ha avuto voglia di assaggiare una ratatouille?

Da vedere gustando qualcosa che ci ricorda l’infanzia, sarà l’occasione per rifarsi un’infanzia felice

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