“The Danish Girl”: c’è del marcio in Danimarca…

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Il fisico allampanato e le “dolci” caratteristiche di Eddie Redmayne lo rendono adatto per le versatili esigenze di “The Danish Girl”, film in cui inizia a recitare come un uomo, affronta una transizione e finisce per essere una donna. Il regista Tom Hooper è in una veste meno naturale rispetto alle sue corde. Ne “Il discorso del re” e “Les Misérables”, Hooper utilizzava un elegante stile visivo tipico di molti drammi storici tradizionali, abbastanza lontani da ciò che è questa sua ultima opera.

the danish girl

The Danish girl

Regia: Tom Hooper

Paese: Gran Bretagna
Genere: drammatico
Durata: 120 minuti

Interpreti: Con Eddie Redmayne, Amber Heard, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts, Adrian Schiller

Consigliato a: commesse di Calzedonia, laureandi in psicologia o psichiatria, amanti dei foulard
Sconsigliato a: mogli depresse, cani da compagnia, chirurghi plastici

Basato sul romanzo del 2000 di David Ebershoff, questa storia si impernia sulle esperienze di un giovane pittore di Copenaghen, Einar Wegener, il quale fa propria l’identità di Lili Elbe, una delle prime destinatarie dell’intervento chirurgico col fine di un mutamento sessuale nel 1930. Einar, costantemente colmo di desiderio e di paure, verrà aiutato nella transizione dalla moglie, compagna di vita e pittrice Gerda (Alicia Vikander). Questo, in poche parole, è il cuore del dramma: la pellicola mantiene una qualità avvincente grazie ai suoi due attori principali, ma si inceppa tra ciò che è stato (o potrebbe essere) reale e pecca di poca credibilità logica ed emotiva.

Mentre Redmayne affronta da un punto di vista puramente tecnico la “grande” sfida attoriale rappresentata dal ruolo di Einar/Lili, la Vikander si trova a gestire un equilibrio difficile, trasmettendo, in modo armonioso e amaro, la sorpresa e il disagio in risposta all’emergente identità del marito, mostrandosi perennemente impegnata a donare uno sconsiderato amore. Amore gratuito e non ricambiato. Quel tipo di amore che si potrebbe definire “Vero”.

Scena dopo scena, tuttavia, “The Danish Girl” sembra troppo lezioso per trasmettere i desideri contrastanti di Einar. La prima volta che il pittore indossa abiti da donna come modello per la moglie la situazione è inizialmente giocosa, ma diviene seria quando la faccia di Redmayne si irrigidisce mentre ammira ipnoticamente le sue calze di seta. Lo Score di Alexandre Desplat è meraviglioso come sempre e le immagini pittoriche del direttore della fotografia Danny Cohen completano il racconto rendendolo suggestivo. Ma, come “The Danish Girl” si svolge attraverso molte superfici belle, raramente si scava al di sotto di esse.

the danish girl eddie_R_potd_3246271kHooper si sforza di rendere più triste la situazione di Lili, mettendo in scena la tragica cronaca di un rapporto di coppia spezzato, dalle cui ceneri si allontana su tacchi alti una nuova creatura. Gerda, per amore e affezione a Einar (“Posso vedere mio marito? Mi manca. Vorrei abbracciarlo.”) si ritrova a dover unire le forze con questa nuova creatura, Lili, tra vani controlli medici, tradimenti e egoismi. Accettare Lili e la conseguente “morte” di Einar è l’unica e malinconica soluzione provvisoria. Anche qui, tuttavia, Hooper mai si impegna a sfumare questi momenti: nessuna speranza o eccitazione da entrambi i lati della barricata emozionale. Tutto o è bianco o è nero.

La storia soffre di un’aura distratta ma molto autoreferenziale. Alicia Vikander impreziosisce con notevole tenerezza il suo personaggio, ma lo sguardo tagliente di Redmayne e il suo sorriso quasi beffardo rendono impossibile non notare il sornione magheggio hollywoodiano che ha un solo obiettivo: l’Oscar. E quindi, già dal punto in cui Einar diventa irremovibilmente Lili, la performance attoriale perde in credibilità e acquisisce una puzza che sa di artificialità.

eddie-redmayne-the-danish-girlNonostante il suo look raffinato, “The Danish Girl” sguazza nelle lotte interne a Lili senza descrivere molto di questa persona. La sceneggiatura di Lucinda Coxon offre un sacco di osservazioni intriganti circa il processo di evoluzione del ruolo di Lili nella relazione di coppia (“Il matrimonio crea qualcun altro”, osserva Einar in una fase avanzata della sua transizione), ma non fornisce nessun investimento sul suo stato psicologico. In definitiva, Hooper osserva lo scenario con un grado di stile molto elevato, mettendo in secondo piano o rimuovendo tutto ciò che di vero, psicologico o emozionale possa esserci nel materiale di partenza. Questo è un risultato particolarmente scoraggiante se si considerano i fatti ben più intriganti del caso concreto: la vita sentimentale di Gerda e le sue possibili tendenze lesbo, l’eventuale separazione dal marito e l’infanzia e la psiche di Einar/Lili sono pennellate sprecate, sfocate, le quali rimangono inesplorate. Il dramma di Einar Wegener/Lili Elbe prende la forma solo di una sontuosa fantasia rispetto alla realtà.

“The Danish Girl” potrebbe essere il più grande film dell’anno a raccontare la vita di un personaggio transgender, ma, purtroppo per Hooper e la sua cricca, non è l’unico. “Tangerine” è un ritratto digitale ad opera di Sean Baker che raffigura delle prostitute transgender afro-americane a Los Angeles. Baker, per esempio, fa un lavoro molto più convincente rispetto a quello di Hooper, rendendo i suoi personaggi figure non definite esclusivamente dal loro ruolo di genere. Purtroppo “Tangerine” è un film indipendente girato interamente con un iPhone 5S, con un budget bassissimo, vere transgender improvvisate attrici e fuori da ogni logica hollywoodiana pre-Oscar (film strappalacrime, sensazionalista, lontano dal reale e con grandi star più o meno emergenti).

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