Nessun dubbio (Kein Zweifel)

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Se tu fossi un po’ più grande, Hella, ti parlerei dei dubbi che mi assalgono ogni volta che ti guardo. Ti ho dato la vita che meritavi, oppure il legame del sangue, come dicono tutti, è più forte di ogni altra cosa? Credo che rimarrò con questo dubbio per tutta la vita, ma vedi, in tempo di guerra non c’è poi molto su cui ragionare. Ho dovuto agire, e ho dovuto farlo in fretta.

Tua madre ha paura che ti svegli. Ma io parlo piano, sottovoce. Parlo alle tue manine, strette a pugno, e ai tuoi occhi chiusi. Parlo a te, che forse adesso stai sognando; mentre a me i sogni sembrano così lontani.

Sei bionda e hai gli occhi azzurri, e questa è già stata una gran fortuna. Avrei accettato anche un bambino scuro, te lo dico sinceramente, Hella. Perché la voglia di avere un figlio, per tua madre e me, è sempre stata forte. Ma con un bambino scuro di capelli avremmo avuto più difficoltà a farlo passare per nostro, in questo Paese che sta andando a rotoli e dove la gente è impazzita.

Vedi Hella, io sono soltanto un povero fornaio, è vero, e non ho studiato, ma è che nessuno me la dà ad intendere. I soldati sono ormai in città da tre anni, e impongono le loro regole ovunque. La sera c’è il coprifuoco e chi viene trovato in giro, senza permesso, viene arrestato. Con la tessera che ci forniscono possiamo soltanto acquistare determinate cose, e in quantità limitata. Non è per annoiarti, Hella, tu sei piccola e queste differenze non le puoi capire.

Tanto per spiegarti, se io e tua madre vogliamo del caffè, oppure del cioccolato – da quando ci sei tu non le vogliamo più le sigarette -, dobbiamo procurarceli al mercato nero. Ti sembra giusto questo? Ti sembra sensato che tua madre sia costretta ad indossare calze di lana, fatte ai ferri, perché quelle di nylon non si trovano più? “Beni di lusso”, sono considerati. Ma quali beni di lusso? Sono semplicemente le cose che utilizzavamo prima della guerra, in tutto il mondo, prima che questi bastardi invadessero il nostro Paese. Prima che diecimila soldati olandesi morissero, per difendere la terra in cui siamo nati e abbiamo sempre vissuto liberi.

Ma non è questo che ti direi, se tu fossi un po’ più grande. Non voglio che tu cresca nella collera, provando odio per chi ha usurpato le nostre case e ci ha ridotto simili a bestie. Prima o poi questa guerra finirà, e allora si potrà salvare solo chi ha mantenuto una parvenza umana. No, non è di provare tutto questo rancore che io e tua madre ti auguriamo, Hella.

In qualche modo, vorrei spiegarti che lo abbiamo fatto per il tuo bene, quello di toglierti ai tuoi genitori. Sono comparsi sulla lista, e chi compare su quella maledetta lista, purtroppo, deve presentarsi dove una volta era il nostro teatro, ma adesso è diventato il quartier generale dei tedeschi. Non ci sono mai più entrato, Hella, dopo l’occupazione. Nel teatro, intendo. Mi fa male vedere come l’hanno ridotto. A nessuno, comunque, è permesso entrarci. Però ti posso assicurare che là dentro succede qualcosa di brutto. È come se tutto intorno ci fosse un olezzo di morte, e il tanfo si levasse su tutta la città. Non sono irrispettoso nei confronti dei tuoi genitori, credimi, ma immaginati che cosa accade riunendo centinaia di persone, per giorni, in un luogo unico e privo di servizi igienici.

Ai genitori non è permesso tenere con sé i bambini, e così i più piccoli vengono condotti al “nido”, una struttura che si trova lì vicino. Qui ci sono degli “angeli”, Hella, che chiedono l’autorizzazione ai genitori di nascosto, rischiando la loro stessa vita, e mettono in salvo i bambini, affidandoli a famiglie non ebree di Amsterdam. I tuoi genitori sono stati magnanimi, dobbiamo a loro tutto. Hanno concesso l’autorizzazione e tu sei stata portata da me, in panetteria, dopo l’orario di chiusura e dentro ad un cesto. Eri avvolta in una copertina bianca, fatta con amore, che puoi sempre utilizzare. L’abbiamo tenuta per te, così come abbiamo conservato il tuo nome. Era il minimo che potessimo fare, nei confronti di chi ha fatto tanto per noi.

Ogni due o tre giorni, dal teatro le famiglie della lista vengono messe sui treni, e condotte nei campi di lavoro. È questo quello che è successo ai tuoi genitori. Questo quello che sarebbe successo a te, se fossi rimasta con loro.

Vedi Hella, sono solo un povero ignorante, ma una cosa l’ho capita: non bisogna fidarsi di questo Hitler. Sentissi come parla alla radio! Un pazzo. E poi, ragiona, Hella. Chi vuoi che, per far prosperare un Paese, imprigionerebbe il resto del mondo? E perché mai i soldati tedeschi, qui ad Amsterdam, dovrebbero maltrattare o addirittura sparare su chiunque osi solo alzare la testa e ribellarsi alle loro regole?

Qualcosa non va, Hella, in questa nostra società malata. Il mondo è fuori di testa, come ti ho già detto, e noi non possiamo più farci niente.

“Arbeit macht frei”, dice la scritta sul cancello che conduce a Dachau. Perché è lì che hanno portato i tuoi genitori. Ti sembra che essere costretti a lavorare all’interno di un recinto, senza possibilità di far ritorno a casa, anche solo di quando in quando, possa rendere liberi? Ti stupiresti anche tu, Hella. Ne sono sicuro.

E poi l’odore. L’odore che c’è in quel posto. È strano, pungente, particolare. L’ho sentito solo lì. Si leva dai camini delle ciminiere, e appesta tutto.

L’ho visto Dachau, ci sono stato una volta a portare il carbone con Jan Dorrestein, lo conoscerai. Fa il grossista qui ad Amsterdam, e mi aveva chiesto di accompagnarlo, perché non si fidava ad andarci da solo.

Mai più, Hella, mai più. Non capiterà più che io metta piede là dentro, per quanto ci abbiano scortato in un’area adiacente, e non ci abbiano neanche fatto entrare, dove ci sono le abitazioni. Tutto intorno c’è il filo spinato, come si fa con le mucche.

Non mi fido, Hella, non me la sono sentita di farti andare. Quando c’è stata l’occasione, ti ho tenuta per me e tua madre. Forse sono il più egoista degli uomini, Hella, ma vedrai che con noi starai bene. Sto già progettando di costruirti un cavallino a dondolo, col legno di scarto che abbiamo utilizzato per la cancellata, la scorsa primavera. E vedrai che al mercato nero riuscirò a trovarti anche una bambola. In alternativa, tua madre te la può cucire coi pezzi di stoffa dei vestiti che fa per sé. È brava tua madre, Hella. È una donna onesta. Sappilo, e abbine cura.

Non mi pare di avere altro da dirti, per oggi. Devo andare al lavoro, sono già in ritardo.

Oh, no…no…ho fatto troppo rumore. No, continua a dormire, bambina.

Anche se quando vedo i tuoi occhi, divento più sereno e le preoccupazioni per un po’ vanno a nascondersi. Sono istanti perfetti, in cui penso che è un bene che tu sia piccola e non riesca a capire.

Come adesso, in questo preciso momento. Tu apri gli occhi e mi sorridi.

Allora non ho più dubbi, Hella.

“Dove vai?”, mi viene da chiederti, “non lo vedi che sei mia!”.

Non lo senti, piccola Hella, che lo sei sempre stata?

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Foto di copertina. Ragazzi della Hitlerjugend costringono gli ebrei a pulire le strade di Vienna. 1938.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    È un racconto bellissimo, trovato solo adesso da me che frequentò l’ Undici da alcuni mesi. L’ ho letto d’ un fiato. L’ ho riletto per non lasciarmi sfuggire nulla della bellezza e dell’ orrore che hai saputo condensare in una breve e intensa novella, cara Cristina. Non ho parole per commentare gli orrori che hai tratteggiato brevemente , ma intensamente. La bellezza di questa figura paterna è di uno splendore unico. Un uomo semplice, un uomo onesto, un uomo che non teme per la sua vita pur di salvare ed amare una creaturina che gli sorride felice. Un uomo che ama profondamente anche la sua donna, accettando di correre per lei e con lei i rischi di un atto di amore profondo per la vita, per aver osato strappare a bestie feroci la tenera vita di un ” nemico” da eliminare. Un uomo dal cuore grande che non vuole che una creatura possa crescere con il rancore nel cuore per le belve che le hanno sbranato i genitori biologici. Un padre che conservando il suo nome e la copertina elaborata dalla madre naturale dimostra tutta la sua onesta determinazione di dire un giorno alla figlia, già amata più della propria vita, la verità sulle sue origini. E sogna di costruire per lei un cavallo a dondolo. E vede l’ amata moglie già cucire una bambola per la figlia che ha tanto voluto. E, incredibilmente, questo papà chiede gia’ alla sua piccola di aver cura di quella mamma onesta e coraggiosa.
    Cristina, hai toccato con mano rapida e precisa il meglio dei sentimenti genitoriali.
    Il cuore mi si stringe. Gli occhi mi si offuscano. Posso solo abbracciati idealmente e ringraziarti di cuore per quanto hai saputo trasmettere.

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